Di Richárd Janczer

 

«Il lirismo rappresenta un impulso a disperdere la soggettività, perchè denota, nell’individuo, un’effervescenza insopprimibile che continuamente esige espressione. Essere lirici significa non poter restare chiusi in se stessi.»

(Emil Cioran, Al culmine della disperazione, p. 16.)

 

Siamo stati cresciuti con l’idea che l’io poetico sia qualcosa di sacro,  tra i banchi di scuola, in pieno subbuglio ormonale e incapaci di costruirci un’identità, ci hanno insegnato a immedesimarci di volta in volta con il famigerato io poetico. Il poeta ha un colpo di fulmine? È lecito che elegga una  sconosciuta a musa immortale per i millenni a venire? Il poeta è emarginato, nato postumo e incompreso dagli altri? Povero lui! Amiamolo noi al posto di quelle capre dei suoi contemporanei! Quando il poeta arriva a cantare l’eroismo della guerra o il martirio per un ideale, o a lodare i regnanti che ammazzano i suoi simili, fino a che punto dobbiamo dargli ascolto?

Può sembrare strano che siamo arrivati a parlare della poesia al servizio di un regime mentre  prima ci riferivamo, seppur implicitamente a Dante e Petrarca, eppure esiste un elemento in grado di accomunare l’amor cortese all’arte zdanoviana (realismo socialista): si chiama “lirismo”.

È proprio questo il filo rosso che ha individuato Milan Kundera, uno dei più grandi romanzieri del Novecento [1]. Dopo aver abbandonato la poesia , ha cercato di comprendere fino in fondo gli errori della sua generazione, trovando però una risposta che ha valenza universale. Il problema non è la poesia in sè  ma la categoria hegeliana del poeta lirico, ossia un io attraverso il quale viene filtrato il mondo intero:
il poeta lirico è

«l’incarnazione più esemplare dell’uomo sedotto dalla propria anima e dal desiderio di farla percepire»

(Milan Kundera, Il sipario, p. 100).

 

È ne La vita è altrove, suo secondo romanzo, che affronta il tema del lirismo (già introdotto attraverso il personaggio di Helena, una delle voci de Lo scherzo). Il romanzo in origine si sarebbe dovuto intitolare “L’età lirica”, ossia la giovinezza, l’immaturità, ma per questioni editoriali il titolo è stato cambiato in questo verso di Rimbaud, ripreso dagli studenti del ’68 parigino.

Il lettore assiste  alla vita del protagonista Jaromil, dal concepimento fino all’adolescenza, analizzata anche dal punto di vista sessuale e dell’acquisizione dei mezzi poetici, tuttavia non possiamo classificare La vita è altrove come Bildungsroman . La vicenda infatti è costruita da Kundera in modo da rievocare in parallelo le vicende di grandi poeti del canone romantico della tradizione europea come Rimbaud, Puskin e Lermontov. Jaromil di questi poeti non solo condividerà il talento ma anche il destino, risulterà essere la loro variante nel contesto storico in cui vive: la Cecoslovacchia a cavallo tra l’immediato dopoguerra e i primi anni del regime stalinista.

La domanda che sembra porsi Kundera è: cosa farebbe Puskin (o un altro titano) oggi? In un contesto storico che ha dato ogni mezzo culturale possibile ai giovani per trasformarli in “ingegneri di anime”

L’ingenuità poetica che ha permesso ai romantici di dar voce ai loro sentimenti è la stessa usata dagli artisti di regime per comporre echi lirici al servizio della propaganda statale. Il problema quindi non è esclusivo di quell’epoca e regione ma è una questione transnazionale e trasversale nel tempo.  Infatti Kundera,  ne Il libro del riso e dell’oblio, racconta di come Paul Éluard, surrealista francese celebre per le sue poesie d’amore, abbia usato lo stesso linguaggio dei romantici per cantare le lodi al regime che a Praga stava impiccando il suo amico Záviš Kalandra [3].

Il XX° secolo  ci ha rivelato che il poeta lirico, cantore dell’amore, della natura, della trascendenza e dell’infanzia, colui che ha tentato di sconfiggere i mostri generati dalla ragione dei lumi con la propria sensibilità, è lo stesso uomo che arriva ad ammazzare il fratello, perché nella gerarchia dei suoi valori il sentimento e la metafisica (dio, patria, ideologia) vengono prima dell’uomo.

 «Il ventenne che si iscrive al partito comunista o che va sui monti con il fucile a combattere con i partigiani è affascinato dalla propria immagine di rivoluzionario, attraverso la quale si distingue dagli altri, diventa se stesso. All’origine della sua lotta c’è l’amore esasperato e insoddisfatto per il proprio io, al quale vuole dare contorni nitidi per poi inviarlo […] sulla grande scena della storia, dove sono puntati migliaia di occhi […].»

(Milan Kundera, L’Immortalità, IV, 16, p. 231).

 

Nel 1990, all’interno del suo romanzo di maggiore complessità teorica, L’Immortalità, arriverà a coniare una nuova categoria antropologica in cui includere il poeta lirico: l’homo sentimentalis.

L’homo sentimentalis è un uomo che ha elevato il sentimento a valore assoluto, è un uomo che non si limita a provare dei sentimenti, come ogni essere umano, ma ricerca in essi il senso stesso della vita e attorno a essi costruisce il proprio mondo. Allo stesso modo, l’homo sentimentalis non indaga la natura del suo sentire, ma nella scrittura dà precedenza all’ architettura del suo canzoniere e trasforma una casualità, ciò che è accaduto per magia, in ciò che deve a tutti i costi essere. In quest’ottica il sentimento arriva a valere più dell’uomo stesso.

 «Penso dunque sono è la frase dell’intellettuale che sottovaluta il mal di denti. Sento dunque sono è una verità di portata molto più generale e che riguarda tutto ciò che è vivo. Il mio io non si differenzia sostanzialmente dal vostro per quello che pensa. […] Però quando uno mi pesta un piede, il dolore lo sento solo io. Il fondamento dell’io non è il pensiero, ma la sofferenza, che è il più fondamentale di tutti i sentimenti. Nella sofferenza neanche un gatto può dubitare del suo io inconfondibile. Nella grande sofferenza il mondo scompare e ognuno di noi è solo con se stesso. La sofferenza è l’università dell’egocentrismo

(Milan Kundera, L’Immortalità, IV, 11, p. 221).

 

Il sentimento non è però da confondere con il mondo esterno all’io, infatti ciò che per l’individuo può avere valore assoluto, è nient’altro che un miracolo fine a se stesso, il cui unico merito è dato dai picchi di un cardiogramma. È necessario  invece accettarne la calviniana leggerezza, viverlo così com’è: spontaneo, gratuito e senza peso. Non facendolo rischiamo di sfociare nel ressentiment, nell’invidia, nell’odio, nella tentazione di imporre la nostra volontà sugli altri. È così che tradiamo la parte migliore di noi stessi.

Evitiamo che la nostra poesia diventi pura e semplice masturbazione, usiamola per conoscere il mondo più che per uno sfogo autocelebrativo di sé, ritornare sempre a parlare di noi stessi non è più nobile di un cane che gira come una trottola cercando di mordersi la coda !

La decostruzione che compie Kundera non mira infatti a distruggere la poesia ma tutto quello spettro di atteggiamenti che noi  lettori vi abbiamo associato e che invece appartengono al kitsch (si leggano al riguardo L’insostenibile leggerezza dell’essere o l’omonimo saggio di Hermann Broch).

Una delle tante sfide che la letteratura di questo inizio di millennio deve affrontare è quella di riconoscere ciò che è mera servitù al proprio narcisismo, in tal senso emanciparsi dal lirismo è un ottimo punto di partenza. È per ispirarvi a quest’ardua impresa che vi invito alla lettura di questi due romanzi kunderiani, non per buttare nella spazzatura Puskin, Rimbaud o Lermontov ma per superarne i  limiti.

[1] Al di fuori della ristretta cerchia dei boemisti, è poco risaputo che Milan Kundera nasca come poeta e drammaturgo, è solo in un secondo momento che si “converte” alla prosa. Quella parte della sua produzione, mai edita in Italia, è oggi da Kundera stesso ripudiata e pressoché irreperibile.

[2] La definizione di “scrittore” che Stalin fornì durante un meeting dei cinque maggiori scrittori sovietici a casa di Maksim Gor’kij il 26 ottobre 1932. Si veda al riguardo: Frank Westerman, Ingegneri di anime, Milano, Feltrinelli 2006, pp. 33-35.

[3] Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, pp. 88-89.

 

 

 

Bibliografia:

Emil Cioran, Al culmine della disperazione, Adelphi, 2017.

Milan Kundera, La vita è altrove, Adelphi, 2014.

Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, Adelphi, 2013.

Milan Kundera, L’Immortalità, Adelphi, 1993.

Milan Kundera, Il sipario, Adelphi, 2005.