di Edoardo Zorzan

Uscito per Einaudi nel 2015, “Il mondo sia lodato” è un poemetto di Franco Marcoaldi costituito da dodici lodi al mondo. La voce di preghiera che scandisce tutti i componimenti dichiara fin da principio la
propria volontà di

«uscire all’aperto, assistere all’ininterrotta gestazione del mondo, farsi occhio che osserva il ciclo della stagione, orecchio che ascolta il suono dei dodici mesi […]»

(Risonanze, p. 5).

In questa liminare dichiarazione si ritrova la certificata istanza di realismo che grava sul dettato poetico
preso in analisi. Con tale avviso il lettore deve dunque leggere la breve raccolta di lodi, che, nonostante gli infiniti turbamenti dell’Essere, cerca quindi di registrare e lodare con euforico stupore la realtà che circonda l’Io.
I componimenti sono caratterizzati da una dialettica tradizionale che vede da una parte il mondo, l’esterno, gli altri che

«affollano / i tram tra risentimenti / e rimpianti»

( I., 63-64)

e l’Io, che osserva, vive, sogna, e ricorda. Entrambi i poli sono però iscritti nel medesimo dominio di interesse poetico, il mondo, inteso come

«indeterminato vibrare / di forze in tensione»

(VII., 35-36),

a cui l’Io partecipa e si sforza

« a […] fare ordine / tra i libri e le carte – / […] restando un po’ / in disparte»

(IX., 40 – 45).

Da ciò si evince una peculiare postura del poeta, prezioso indizio per comprendere il senso dell’attività svolta da Marcoaldi nella raccolta di laudi. 

Sebbene chi scriva sia fermamente convinto di un’indipendenza tra contenuto e forma poetica, in questa sede sembra giusto osservare come il dettato poetico sia sforzo di ordine di una magmatica materia furente, quella del reale, che si cerca di lodare nonostante tutte le sue asperità e incongruenze. Il poeta cerca con i suoi strumenti di mettere ordine, di registrare con il metro e con lo stile l’indeterminato vibrare. Il risultato è dunque un andamento mosso, frenetico che cerca con forza di bloccare uno
sgorgare violento di cose, persone, situazioni e ricordi.
Risulta pertanto rilevante osservare due direttrici principali dello stile della raccolta, che per frequenza spiccano agli occhi del lettore: la presenza di cataloghi, immagini accumulate, e l’ampio utilizzo di inarcature.

Entrambi i fenomeni sembrano essere le cifre stilistiche predominanti dell’intera raccolta, le quali ben si accordano con l’istanza di raccogliere con la poesia la natura vibrante e infuriata della realtà.
Alla luce di tale considerazione è possibile dunque osservare con un breve estratto testuale il funzionamento di queste strategie stilistiche in modo tale da fornire un’esperienza di lettura consapevole del testo, così da apprezzare quella che in fondo è la natura intima del genere frequentato,
vale a dire la poesia, che per struttura si definisce come dominio della forma prima ancora che del contenuto.

Si fornisce come esempio l’inizio della seconda lode presente nella raccolta (II. Per chi nuota da anni nella stessa).

Il testo è una dichiarazione di necessità di lode a prescindere dalle brutture della vita: il sebbene che viene aggirato della volontà di gratitudine nei confronti della vita. Una consapevolezza forte, che riesce a vincere il dolore incarnato nelle sue diverse realizzazioni: una costante ricerca del

«gancio / a cui potersi aggrappare»

( II., vv. 63-64)

pur nella coscienza tragica dell’inevitabile fine. 
L’esordio del testo si configura come una lunga serie di immagini per cui l’Io sente il bisogno di lodare il mondo, una matassa aggrovigliata di figure e situazioni che si accavallano con tensione nei primi ventiquattro versi:

 

per chi nuota da anni nella stessa
corsia, per quel giovane uomo
che grida sarai sempre mia,
per chi insiste a buttare
la palla a canestro
e ha la tasca ricolma di stelle
per chi tira fuori la testa,
raggiante, e si fa strapazzare
dal vento, per chi perde sgomento
i pensieri e confonde i nomi
e le facce che ieri ancora
gli erano cari, per gli spari
che frantumano i vetri, la borsa
che cade, una pozza di sangue,
tre mele per terra, per chi
vuole conoscere ma sa
che conoscere non arresta
lo scacco vitale, per chi esce
dal Kunsthaus di Zurigo
tramortito da un eccesso
di forme e colori
per quella bignonia aranciata
che avvinta a un morto
eucalipto dilaga sfrenata –

 

Le immagini si susseguono rapide e irrelate fra di loro, sfuggono al metro, si frantumano in diverse inarcature, che separano non solo il soggetto dal verbo, ma scindono costrutti ben più stretti come aggettivo qualificativo e nome a cui si riferisce (cfr. vv. 1-2: stessa / corsia). Questa tendenza ad altissima frequenza disorienta il lettore che si sente travolto da un vortice di immagini, apparentemente disorganizzate. Tuttavia sono proprio queste immagini, così confusionarie, che la voce di lode sente il bisogno di ringraziare, ed in virtù di tale istanza si fa spazio la tensione di ordine della poesia.
A guardare meglio si scopre infatti che l’apparente ipertrofia caotica del catalogo si regge su un accurato sistema di richiami e echi che si sforzano a compattare la materia apparentemente incoerente.
In apertura si trova un perfetto endecasillabo con accento sulla sesta sillaba, spezzato però dall’enjambement finale che segna superficialmente un mosso non-finito che obbliga il lettore ad avanzare rapidamente con la lettura. L’effetto sferzante del rompimento di verso è però negato dal ritmo che invece risulta ben scandito e ordinato.

L’endecasillabo di apertura, grammaticale e tradizionale, ha un
andamento anapestico ( per – chi –nùo – ta – da – àn –ni – nel – la – stè – sa), andamento che resta quasi sempre costante in tutta la prima strofa della lode. Questo è messo in risalto in particolare dai settenari con accenti sulla terza e sesta sillaba (vedi v. 4 e v. 19), e dai decasillabi con accenti di terza,
sesta e nona sillaba, non particolarmente fortunati nella tradizione italiana, ma che Marcoaldi usa sapientemente nell’apertura del secondo componimento.

I versi sono infatti posizionati a metà della
stanza, verso 13, e a chiusura della stessa, verso 24, così da fissare nell’orecchio del lettore il modello ritmico che ordina il caotico catalogo, spezzettato dalla furente violenza delle inarcature. Al di là dell’ordinamento prosodico che costituisce le fondamenta del testo, si possono poi rilevare altre strategie che l’autore impiega per fare ordine nell’ammasso incipitario di parole. Si prendano come esempi i due decasillabi sopracitati. 

A verso 13 si può osservare una forte cesura a metà verso cari ,// per che spezza l’unità in parti inferiori, tra di loro però compatte: il raddoppiamento fonico di gli, prima come complemento indiretto
poi come articolo, crea un particolare effetto di eco interna al verso, eco non però speculare, bensì mossa e vivace. Le due parole sono infatti poste in correlazione con piccola variazione: nel primo caso in apertura dell’emistichio, nel secondo caso al secondo posto, quasi a far smarrire la ripetizione, che risulta così diafana e nascosta. Ben più chiara risulta invece la rima interna in –ari che sottolinea con
ancor più forza l’effetto di sdoppiamento fonico interno, e dunque di coesione.

Nell’ultimo verso è invece presente una maggior compattezza sintattica, sebbene l’ultimo sintagma dilaga sfrenata sia da legare al che a verso 23, dunque parte di un fortissimo iperbato. Il verso rapido e compatto è reso ancor più saldo dall’effetto di assonanza finale dilAgA sfrenAtA, che non solo crea un richiamo interno al verso, ma lega anche la chiusura del testo con il verso 22, mediante la rima aranciATA : sfrenATA, rima che permette anche di legare insieme l’aggettivo, riferito grammaticalmente al relativo che, sostituto di bignonia, proprio al nome stesso a cui il pronome reggente dell’aggettivo si riferisce. Inoltre la parola di chiusura, parasintetica e caratterizzata da fono sibilante incipitario, crea a sua volta una serie di richiami con altre parole che chiudono i versi precedenti: STeSSa, STella, teSTa, Sgomento, Spari, borSa, Sangue.

Parole che sembrano disporsi tra di loro in una scala semantica che trascolora dalla neutralità (stella, testa) alla connotazione negativa (sgomento, sangue) quasi a significare nel profondo la volontà della voce di lode a tenere insieme quanto più possibile della materia che esiste,
così da configurare il lavoro di canto come un furente tentativo sfrenato di raccolta del reale nel suo complesso.