di Martina Cimino

L’aspidistra, pianta simbolo della borghesia dell’Inghilterra vittoriana, è colei che dà il titolo a un romanzo giovanile di George Orwell, “Fiorirà l’aspidistra”. Esso narra la storia di un trentenne, Gordon Comstock, alle prese con il suo sogno di diventare scrittore in una Londra ormai conquistata dal capitalismo. Egli lavora come commesso in una piccola libreria della periferia londinese e conduce un’esistenza amara, segnata dalla mancanza di quattrini. Mancanza dovuta alla sua stessa scelta di rinunciare al “buon posto” che un’agenzia pubblicitaria gli aveva concesso. Così, dopo aver abbandonato quel posto di lavoro e aver affittato una stanza di terribili condizioni, l’esistenza del poeta si barcamena in una lotta ideologica contro il denaro e i principi della vita borghese.

E’ proprio la questione ideologica che sembra essere posta da Orwell al centro del romanzo: assoggettare la propria vita alle norme del capitalismo o distaccarsene in nome di un valore come la purezza intellettuale?  L’opposizione di Gordon al capitalismo potrebbe facilmente essere fraintesa per una battaglia politica d’ispirazione socialista ma nel corso del romanzo è lo stesso Gordon a ribadire la propria diffidenza verso il socialismo, Marx e tutti quelli che, come il suo amico Ravelston, si dichiarano dalla parte dei poveri senza esserlo.

Definire il concetto di purezza intellettuale non è semplice, ma, per quanto riguarda il protagonista, esso può essere superficialmente fatto coincidere con un’indole creativa, il sogno di diventare scrittore. Importante è però specificare come il tipo di scrittore preso a modello da Gordon sia quello dell’intellettuale romantico che non vuole scendere a patti con la società e desidera restare intonso dal marcio che essa rappresenta.

«Il poeta che muore di fame, in una soffitta – ma che muore di fame, comunque, non sgradevolmente – questa, la sua visione di se stesso»

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, III, p. 63)

Da tale presa di posizione e dalla condizione miserabile in cui ha sempre vissuto, deriva la sua scelta di dedicare la propria vita alla composizione di poesie, scelta che implica però il bisogno di sottrarsi al principio regolatore del mondo: il denaro.

 «Un giorno, forse, sarebbe riuscito a guadagnarsi la vita bene o male “scrivendo”; e ti saresti affrancato dal puzzo dei quattrini […] Ecco che cosa significava adorare il dio quattrino! Sistemarsi, far bene, vendere l’anima per una villa e un’aspidistra!»

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, III, p. 61)

«[…] ciò di cui si rese conto, e sempre più chiaramente col passare del tempo, fu che il culto del denaro è stato elevato a religione. Forse è la sola vera religione – la sola religione veramente sentita – che ci sia rimasta. Il denaro è ormai ciò che Dio era un tempo. Bene o male non hanno più significato se non nel senso di successo o fallimento».  

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, III, p. 56)

 Si costringe, preso dal risentimento, a trascorrere la propria esistenza al margine della vita stessa e intraprendere un’aspra lotta contro il culto del denaro, costituita da rinunce e malesseri, da un’esistenza sciatta e da una privazione costante di relazioni interpersonali.

E’ proprio in questo punto però che Orwell inscena gli elementi grotteschi: Gordon non riesce più a scrivere, infatti il poemetto a cui sta lavorando lo fa sprofondare nella frustrazione e nella tenebra, portando allo stremo questo suo bisogno di annaspare nel fango

«[…] Piaceri londinesi era intitolato. Era un progetto molto vasto e ambizioso, il genere di lavoro che può essere intrapreso soltanto da chi abbia tempo libero a iosa, Gordon non ci aveva pensato, iniziando il poema; ma ci stava pensando ora, comunque. Come lo aveva cominciato a cuor leggero, due anni prima! Quando aveva rinunciato a ogni cosa ed era disceso nella fanghiglia della povertà, la concezione di quel poema era stata almeno una parte del suo motivo. Si era sentito così certo allora di essere all’altezza del compito. Ma in un modo o nell’altro, fin quasi dal principio, Piaceri londinesi era andato male. Era una cosa troppo grande per lui, questa era la verità. Il poema non era mai andato avanti, si era semplicemente frantumato in una serie di frammenti. E dopo due anni di lavoro, ecco tutto quello che aveva da mostrare: solo frammenti, incompleti in se stessi e impossibili da connettere fra loro […] Fra tutti i tipi dell’essere umano, soltanto l’artista si assume la responsabilità di dire che “non può lavorare” […] Ancora i quattrini, sempre i quattrini! […] Che altro puoi essere se non un povero diavolo tutto solo con due sterline alla settimana?».  

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, II, pp. 41- 42)

 

Altro elemento grottesco è il senso di orgoglio che egli prova nel portare avanti il suo ideale di vita oltre il denaro e isolata dalla massa, che nel pratico si riduce unicamente ad un risentimento per le spese che non ha potuto e non può sostenere e i vizi che invece si concede. Tutto il suo mondo ruota paradossalmente proprio intorno ai soldi: la relazione con Rosemary, l’amicizia con Ravelston e perfino la scrittura, ora condanna a cui Gordon non può sottrarsi.

A carnefice dell’infelice vita del protagonista si erge l’aspidistra, pianta che lo perseguita, non solo nella sua stanza ma anche in ogni via della città, incarnando in sé ogni aspetto che Gordon ha cercato di rinnegare e al contempo l’unica risoluzione possibile, una vita regolamentata interamente dal denaro e perciò essenza delle aspirazioni e del fallimento della classe media.

«Quei piccoli borghesi là, dietro le loro tendine ricamate, coi loro figli, i loro mobili dozzinali e le loro aspidistre, essi vivevano secondo il codice del denaro, senza dubbio, e riuscivano ciò nonostante a conservare la loro dignità. Avevano le loro norme, i loro inviolabili punti d’onore. Si “mantenevano rispettabili”: facevano garrire le loro aspidistre, come bandiere. E poi, erano vivi. Erano avvolti nell’involto della vita. Generavano figli, cosa che i santi e i salvatori di anime non hanno mai avuto il modo di fare».

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, XI, p. 294)

Simulacro di un’esistenza apparentemente agiata, l’aspidistra è l’oggetto contro cui Gordon sfoga il proprio risentimento:

«gettando via il fiammifero, Gordon posò lo sguardo sull’aspidistra nel vaso verde. […] Gordon aveva una specie di segreta contesa con l’aspidistra. Più d’una volta aveva tentato di ucciderla; lasciandola morire di sete, schiacciando mozziconi di sigaretta accesa contro il fusto, mescolando perfino del sale alla terra del vaso»,

risentimento che è incapace di condurre a qualcosa di concreto, infatti

«ma le tremende creature sono praticamente immortali. In quasi tutte le circostanze possono conservare una forma d’esistenza languente e ammalazzata».  

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, II, p. 38)

E’ questa la consapevolezza che il titolo del romanzo sottintende: la fioritura immancabile dell’aspidistra, una fioritura che rappresenta la vittoria del sistema sull’individuo e il precludersi, per Gordon, della possibilità di diventare poeta.

«Sentì un pesante malloppo gravare in una tasca della giubba. Era il manoscritto di Piaceri londinesi. […] Circa quattrocento versi in tutto. L’unico frutto del suo esilio, un feto di de anni che non sarebbe mai nato. Ebbene, aveva finito con tutte quelle cose. Poesia! La poesia, proprio! […] Alla finestra della casa più vicina, un’aspidistra una di quelle striate, sembrava spiare di tra le giallastre tendine ricamate. […] Dopo tutto, alcune parti del poema non erano malvagie. Se almeno avesse potuto mai finirlo! […] E se lo avesse salvato? Se lo avesse tenuto in serbo, per finirlo poi in segreto, nelle ore di tempo libero? Anche ora, avrebbe potuto rappresentare qualcosa, quel lavoro. No, no. Mantieni la parola, una volta tanto. O ci si arrende o non ci si arrende. Piegò in due lo scartafaccio e lo ficcò a forza tra le sbarre della fogna. Cadde con un tonfo nell’acqua sottostante».

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, XI, pp. 294, 295)

A questa morte poetica segue però un nuovo inizio, una vita all’insegna del benessere del ceto medio inglese, con una famiglia e una rispettabile dimora. Orwell chiude quindi il romanzo con una nota di amara ironia: l’aspidistra fiorirà anche per Gordon, divenendo l’emblema di un’ostinata volontà di sopravvivenza biologica e spirituale. Si assiste quindi a una rivelazione delle più temibili:

«l’aspidistra è l’albero della vita, Gordon si disse a un tratto».

(Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, XI, p.294)

Tuttavia, il termine vita non ha che l’accezione di successo, escludendo in questo modo ogni sfumatura di vitalità e sentimento che si è soliti sottintendere.

Uno stravolgimento impietoso che lascia aperti molteplici interrogativi tra i più attuali: cosa comporta fare poesia in un’epoca dominata dal capitalismo?

Può esistere ancora una speranza o siamo inevitabilmente destinati a soccombere a quella pianta sempreverde?

 

Bibliografia:

Orwell George, Fiorirà l’aspidistra, Milano, Club degli Editori.