“Ultimi frammenti” è uno di quei casi in cui il titolo (paratesto) non è solo suggestivo ma
suggerisce un sentiero attraverso il quale leggere la composizione. Da percorrere non più come
un unicum che si sviluppa in maniera lineare ma navigando lungo il suo fluire ininterrotto,
attraverso attimi e scorci, liberi dalla pretesa di vedere davanti a sé la poesia come blocco
marmoreo solido e indivisibile. Sarà il lettore a ripercorrere attraverso le proprie macerie l’unità
arcana della poesia, senza più cercare la propria.

 

Ultimi frammenti

I

Alle cose già nuove, più quiete e serene
alle quali un tempo anche io credevo
e che ora mi appaiono lontane, come le più
piccole e secrete finestre d’infanzie
alle quali sporgersi per innamorarsi,
a queste ora io guardo.

II

Ed è un non so che di cose, di sentimenti, mattine e
tramonti, in questo giorno alla vita lontano,
che corre e rumoreggia nell’aria
una dimensione di te; e da qui si muove
sulle filigrane dei colori, sullo squillare dei giorni,
si incastra nel tempo e senza memoria
ancora una volta: il tuo amore.

III

E vado cosi,
oltrepassando i giorni e le ore
e vengo a cercarti laddove,
tu ancora vivi; perché laddove tu sei
la vita diventa improvvisamente desiderabile,
e il mio corpo si sveste delle sue ombre
e torna ad essere carne e sangue;
e solo allora ti cerco,
nei riflessi delle finestre di mille città,
nelle prime espressioni dell’amore,
nel ricordo e nell’ombra dei passanti
nel canto dei mercati,
nei nomi urlati sulla mia bocca
come infinite spine da schivare,
in quelle ore di assenza del mio mondo da te,
nel sicuro azzardo dei tuoi amori;
cosi ti cerco
e così in te vivo.

IV

Arriverà un tempo a noi ora lontano e in quel tempo io sarò ancora lì a tenderti la
mano. Lungo la strada, l’incrocio delle voci dei passanti coprirà lo schiocco dei
nostri baci. Le porte dall’odore salmastro al fondo, ricorderanno le estati trascorse.
E mentre tu, in punta di piedi, mi correrai incontro, la sera si leverà sulle finestre di
una vecchia casa di periferia.

V

Le donne anziane sedute ai gradoni di pietra, con i calli arroccati alle mani e gli
occhi temperati di rabbia per quel misero destino di povertà, cinte alla vita e al suo
ricordo, si parlano fitte, nei vicoli di paese e si scambiano il tempo e le memorie dei
loro averi.

 

di Sandro La Gaccia.

Sandro La Gaccia  scrive da quando aveva diciassette/diciotto anni con “continuità alternate nel
tempo”. Lavora come copywriter per un’agenzia di comunicazione ed è docente di diversi
progetti di scrittura creativa – in ambito formativo – presso l’ESU di Padova. Non a caso ama
maestri della prosa breve americana come Raymond Carver e J.D. Salinger. Ascolta
principalmente blues, jazz e post-punk e la sua passione per il cinema comprende non solo
maestri del cinema italiano come Monicelli, Fellini e Dino Risi ma anche un certo Stanley
Kubrick.