di Silvia Di Girolamo

Questa storia inizia in Canada quattro anni dopo il 1992, ma affonda le sue radici nella regione esotica del Punjab, India. Rupi Kaur, ancora bambina, lascia il proprio paese per trasferirsi a Toronto con la famiglia, il padre è un semplice camionista e la madre, casalinga, si occupa di lei e sua sorella. Le due ragazze crescono e si confrontano con lo stile di vita occidentale, sono entrambe intelligenti e desiderano una vita libera, spensierata, illuminata da quel buonsenso e rispetto insito nei loro giovani spiriti; per questo sono spesso in lotta con la madre, che da indiana Sikh cerca di impartire loro gli insegnamenti morali e i costumi del paese d’origine, di cui in primis fanno parte il rispetto e l’onore verso la figura maschile e il nucleo familiare. Rupi, per sé, ha altri progetti. Nonostante le difficoltà dovute alla nuova barriera linguistica, non riuscendo a parlare bene l’inglese, Rupi impara dalla madre a disegnare e dipingere.

Affianco ai suoi primi disegni aggiunge qualche breve verso, confezionando biglietti d’auguri per compleanni e messaggi d’amore per le sue infatuazioni adolescenziali. Crescendo, porta dentro di sé il dolore delle esperienze indiane, come le cicatrici degli abusi passati per mano di qualche parente, che la portano a rifugiarsi in senso più stretto nella poesia e nell’arte. Gli anni del college sono i più proficui, Rupi affina la sua tecnica retorica all’Università di Waterloo e si dedica ai reading teatrali: la sua prima performance si svolge nel 2009 nel seminterrato del Punjabi Community Health Center a Malton. I suoi reading durano dai quattro ai cinque minuti per performance davanti ad un pubblico più o meno vasto, finché un suo amico non la sprona a registrare dei video per poter raggiungere una comunità più ampia in tutto il mondo.

All’inizio non è entusiasta. Seppure la sua bellezza è ai livelli delle più nobili principesse orientali, Rupi non è un’esibizionista e non ama i riflettori puntati addosso; lavora ai video su Youtube per due anni, finché non s’iscrive nel 2013 ala piattaforma di blogging Tumblr e nel 2014 al social Instagram, dove avviene la svolta.

Dapprima posta solo le sue illustrazioni, poi le illustrazioni complete di poesie in stile lapidario, semplice e diretto. Confessa che sin da piccola la sua attenzione è stata rivolta alle donne e per queste vuole rappresentare la voce che molte non hanno o non possono usare: dotata di grande spirito d’empatia e di una sensibilità ormai rara, la poetessa indiana scrive per le donne vittime di violenza sessuale e violenza domestica, per le donne fragili, sole, per le donne che non hanno speranza, con l’intento di non farle sentire più abbandonate e incomprese:

«quando vedi quanto fa paura e quanto spesso succede, non puoi non parlarne, non agire».

Da queste riflessioni nasce il primo libro di immagini e versi “Milk and Honey”, pubblicato il 4 Novembre 2014 e best-seller per nove mesi con un numero pari a 2.5 milioni di copie vendute.

“Milk and Honey” è un invito alle donne a resistere, ma più in generale è una dichiarazione d’amore contro il cieco odio dei nostri tempi, una carezza sul viso di chi è abituato a ricevere soltanto ingiustizia. Rupi non si definisce una femminista, per lei si tratta di essere una intersectional feminist,una donna orientale cresciuta in Occidente, in bilico fra due mondi diversi per cui il ruolo di testimonianza raddoppia: parlare alle donne e per le donne di entrambe queste realtà che vivono episodi di razzismo e sessismo giornalieri.