di Sara Martello

Il mondo dei social è un mondo fatto per l’attenzione spicciola, dove le immagini e i contenuti si scorrono velocemente e ogni cosa si osserva solo per pochissimi secondi. Un mondo del tutto opposto a quello della lettura, che richiede tempo, concentrazione, riflessione e spesso anche la necessità di rileggere più volte un’intera pagina per poterla comprendere a fondo. Tuttavia di recente stiamo assistendo ad un interessante, rapido incremento della presenza dei libri nell’universo dei social network e in particolare di Instagram. Instagram è probabilmente il social che meno di tutti parrebbe adatto alla diffusione delle pagine scritte, avendo un format che prevede soprattutto la condivisione di fotografie e contenuti audiovisivi, eppure se io oggi, mentre scrivo questa riflessione, digito nella ricerca un semplice #book trovo circa 35.600.000 risultati. A questo punto è lecito domandarsi se l’aumento dei libri nei social network – in questo caso su Instagram – corrisponda anche ad un aumento della letteratura negli stessi. Non sono sicura che la risposta sia così positiva.

Ma dove si colloca la poesia? C’è posto per lei nell’universo 3.0?

A giudicare dal successo – calcolato in numero di followers – raggiunto da alcuni profili in qualche modo legati al mondo della poesia, si direbbe proprio di sì, complice forse la sua innata “brevità”. Con brevità intendo far riferimento sia a tutto il filone poetico dei piccoli componimenti, spesso più simili ad haiku o ad aforismi, ma anche, e soprattutto, alla possibilità di citare una manciata di versi (o anche uno solo) che, pur estrapolati dal loro contesto originario, mantengono integro un forte significato. E se Instagram è il luogo delle occhiate veloci, uno o due versi possono parlare molto di più di un’intera canzone petrarchesca.

Esistono due tipologie di profili Instagram legati alla poesia, entrambe a mio parere dotate di pro e di contro (voglio fin da subito precisare che non intendo però citare alcun nome).

La prima tipologia consiste nei cosidetti Instapoets: sono ragazzi che hanno iniziato a pubblicare le loro poesie sui social e alcuni di loro sono stati così bravi – o fortunati – da ottenere un successo enorme (tanto da diventare dei fenomeni editoriali mondiali, basti pensare a Rupi Kaur). Generalizzando un po’, le loro sono poesie molto brevi, lapidarie, scritte in un linguaggio semplice e spesso corredate da disegnini stilizzati (di nuovo, Rupi Kaur docet). Per la maggior parte, trattano temi piuttosto comuni come l’amore corrisposto, il femminismo, l’amore non corrisposto, la sofferenza, la self confidence, di nuovo l’amore… Chi è più bravo – o più furbo – studia un modo accattivante per costruire i post e catturare più facilmente numerosi likes. Tuttavia, quando si vanno a leggere varie poesie di vari Instapoets sia italiani che stranieri dopo un po’ ci si rende conto che queste tendono a confondersi tra loro. A volte potrebbero persino essere state scritte dalla stessa persona tanto sono uguali in stile, formule e contenuti. Sono banali, ripetitive, piene di versi troppo facili che chiunque sarebbe in grado di scrivere. Ma siamo sicuri che questa si possa davvero considerare poesia? Il vero poeta non è piuttosto colui che è in grado di guardare le cose in modo nuovo? Che sa trovare le parole giuste per dire ciò che tutti noi abbiamo già pensato ma che non sappiamo esprimere? E allora perché così tanta gente chiede questo tipo poesia? Perché ha bisogno di leggere sempre le stesse cose?

Ciò nonostante alcuni di loro hanno ottenuto notevole successo e diffusione, sono seguiti, condivisi, citati: improvvisamente la poesia spopola, fa tendenza e fa mercato e le grandi case editrici, fiutando soldi e popolarità, hanno iniziato a contendersi la pubblicazione dei profili con il maggior numero di seguaci. Bisogna però ricordarsi che l’equazione “se piace al pubblico allora è di qualità” non sempre è veritiera e che così facendo si corre il rischio di diffondere, insieme a un cattivo gusto poetico, la convinzione che qualsiasi frase vagamente smielata sia poesia, come quando alle elementari credevamo che ci bastasse una rima baciata per comporre un capolavoro.

Alla seconda tipologia di profili appartengono quelle persone che si sono prefissate la “missione” di diffondere testi di poeti già affermati, alcuni molto famosi, altri un po’ più di nicchia, e così trasformano le loro gallerie in un’enorme antologia dei loro autori preferiti, dove ognuno può fare nuove scoperte e avvicinarsi a componimenti che non conosceva leggendo direttamente qualche verso. A volte ci può colpire anche una sola poesia e questa può farci nascere la curiosità di risalire alla raccolta di provenienza o alle altre liriche di quello stesso scrittore. È un bel modo per ampliare le proprie conoscenze: ci permette di entrare in contatto con opere che potrebbero non essere disponibili nelle nostre città, di spiluccare qualche testo di una raccolta che a prima vista non ci attirerebbe, di uscire cioè dai nostri schemi confrontandoci con i gusti di qualcun altro che seleziona per il suo pubblico ciò che, secondo lui, vale la pena leggere. Il rischio, però, è che queste persone si trasformino in una sorta di fashion blogger della poesia e che inizino a consigliare e a pubblicizzare libri non scelti più da loro ma loro imposti da case editrici o autori con i quali hanno stipulato un contratto di sponsorizzazione molto spesso non dichiarato al loro pubblico. In questo modo la qualità dell’opera letteraria rischierebbe di passare in secondo piano e questi profili cesserebbero di essere fonti genuine. Ma se da una parte molti di loro hanno già incominciato a fare gli unboxing e ad esibire ai loro followers gli omaggi (?) che le varie case editrici, più o meno note, spediscono loro, dall’altra ancora resistono persone che scelgono di rinunciare a questo tipo di guadagno per salvaguardare la loro libertà di pubblicizzare solamente i testi che, secondo i loro gusti e le loro conoscenze, hanno un qualche valore letterario.

Da questa veloce panoramica sembra che si possa dedurre che la poesia mantenga ancor oggi intatta la sua capacità di evolversi ed adattarsi alla realtà contemporanea, rimanendo attuale e sapendosi intelligentemente ritagliare un proprio spazio nell’universo tecnologico, sia come prodotto letterario genuino che come prodotto commerciale. In ogni caso un ritorno in auge della poesia, da sempre tacciata di presunta morte annunciata, è sempre una buona notizia, soprattutto se attraverso i social si può far capire ai più giovani che la poesia non è noiosa e incomprensibile, non è l’ennesimo pesante argomento da studiare, ma è un piacere che ci riguarda e che sa ancora parlare di noi.