Luuanda è un libro di racconti dello scrittore angolano José Luandino Vieira, pubblicato a Lisbona nel 1963. Luanda, capitale dell’Angola, è scritta con due “u” dall’autore per rendere graficamente come la parola venga pronunciata dai suoi abitanti.

Il libro, composto da tre racconti, vede protagonista il popolo luandense che vive nei musseques, i quartieri poveri della città e ci porta a conoscere da vicino l’ambiente angolano nel periodo tardo coloniale, ritrattando la quotidianità del suo popolo, le storie di famiglia e l’ambiente caotico in cui è racchiuso tutto ciò. I tre racconti hanno lo scopo di mostrare l’influenza prodotta dal portoghese colonizzatore, la lingua utilizzata dall’alta classe sociale, sul quimbundo, la lingua parlata dagli abitanti dei musseques.

Luuanda è stato scritto interamente nel campo di concentramento di Tarrafal (Isola di Santiago, Capo Verde), dove venivano mandati i prigionieri di guerra di Salazar e dove Luandino rimarrà per circa 13 anni, fino al 1972. Ciò, dunque, significa che suddetto libro è uscito dalla prigione in modo totalmente clandestino.

Ciò che mette in moto le relazioni sociali e personali nei tre racconti è il contesto, dove l’alienazione del colonizzatore e i presupposti razzisti influenzano i luandenses. Un esempio lampante lo possiamo trovare nel protagonista del primo racconto, Zeca Santos, che, a costo di patire la fame, preferisce spendere il poco denaro che ha per comprarsi una maglietta gialla, di moda in Europa. Sempre Zeca, talvolta, ci fa capire di sentirsi a disagio per la sua condizione di nero e africano, e che vorrebbe essere come il popolo europeo.

In questo primo racconto, intitolato “Vavó Xíxi e seu Neto Zeca Santos”, il tema principale è quello della fame. I personaggi talvolta non mangiano per giorni e, se lo fanno, parliamo di quantità irrisorie di cibo. Un’immagine particolarmente commovente ci si presenta quando Xíxi, l’anziana nonna di Zeca, va a rovistare nell’immondizia alla ricerca di cibo, trovando qualche arancia marcia e un misero tubero.

Questo racconto viene paragonato, per certi versi, a quello de “La Cicala e la Formica”, di La Fontaine, dove la nonna Xíxi sarebbe la formica che lavora notte e giorno mentre suo nipote Zeca sarebbe la cicala, pigra e svogliata. Ah! Un dettaglio che farà sorridere: Xíxi, in quimbundo, significa proprio formica.

“Storia del Ladro e del Pappagallo”, secondo racconto di Luuanda, si svolge interamente in un carcere e narra dell’incontro di tre personaggi emarginati, tipici dell’ambiente dei musseques: Lomelino, Garrido e Xico.

Lomelino dos Reis è stato arrestato per aver rubato delle anatre, e la sua storia s’intreccia con quella di un altro personaggio, Garrido Fernandes, un ragazzo storpio che è stato arrestato a sua volta per aver rubato un pappagallo, del quale terribilmente geloso, poiché erano a lui rivolte tutte le attenzioni di Inácia, la donna di cui era innamorato il ragazzo. Jacó, il pappagallo, è un uccello sporco, implume e che bestemmia in quimbundo tutto il giorno. Il suo ruolo, non a caso, è stato scelto da Luandino perché rispecchiasse l’ambiente dei musseques luandenses.

Xico, infine, è il più saggio dei tre, e parla attraverso metafore e parabole. È l’unico personaggio dell’intero libro ad aver capito che dietro alle ingiustizie del mondo c’è l’uomo stesso: un essere perennemente insoddisfatto, capace di qualsiasi cosa per avere sempre più. In carcere, i tre uomini scopriranno il valore della solidarietà, una delle tematiche principali del racconto assieme a quella della miseria.

Nell’ultimo racconto, “Storia della Gallina e dell’Uovo”, Zefa, l’anziana del villaggio, accusa Bina di aver rubato l’uovo della sua gallina Cabiri. In questa discussione iniziano ad intromettersi altri personaggi che cercheranno, pian piano, a loro volta, di trarre vantaggio dalla situazione in questione e di accaparrarsi la gallina. Sono sette, e ognuno di loro ha un ruolo specifico: l’assimilado, l’uomo di cultura, la prostituta, il sergente che abusa del proprio potere e l’uomo bianco, che si crede proprietario di tutto (e di tutti).

Quest’ultimo racconto vuol essere la metafora della vita nel musseque, fatta di stenti e di necessità primarie. La morale è politica, poiché nessuno vuole solo l’uovo – che metaforicamente rappresenterebbe la ricchezza dell’Angola –, tutti vogliono anche la gallina – che rappresenterebbe, a sua volta, l’Angola –, e ciò si traduce nel fatto che i portoghesi non vogliano solo la ricchezza della colonia, vogliono bensì la fonte.

Tutta questa lunga e noiosa – ahimé, spero di no – descrizione di Luuanda potrebbe avervi fatto un po’ incupire, ma ricredetevi immediatamente: è un libro speciale, proprio come il suo autore. In ogni racconto troverete almeno un personaggio meravigliosamente positivo che, nonostante la situazione di miseria e indigenza nella quale vive, ha capito che farsi consumare dalla frustrazione e dalla rabbia per il mondo nel quale è capitato è lungi dall’essere la scelta migliore per sé stessi. Questi personaggi non combatteranno mai l’ingiustizia con altra ingiustizia.

Non è, tuttavia, un compito del tutto facile quello di individuare questi personaggi. Difatti, per riuscirci, mi sono avvalsa di un indizio: in un’intervista a José Luandino Vieira, alla domanda «a che cosa si è aggrappato, durante gli anni passati nel campo di concentramento di Tarrafal, per sopravvivere?» ha risposto «credo che per quanto io possa stare male, ci sarà sempre qualcuno che si trova o si è trovato in una situazione peggiore della mia. Se mi rendo conto di stare male, vuol dire in realtà che io sto bene. E stando così le cose…». Un autore del genere non avrebbe potuto esimersi dal seminare qualche suo tratto “auto biografico” nel suo libro, e così è stato.

Ci sarebbe tanto altro da dire ma, sperando lo possiate fare voi, giungo alla conclusione.

La letteratura dell’Africa lusofona è ancora scarsamente conosciuta a livello mondiale, poiché il materiale dal quale è formato o ha origini molto recenti oppure non esiste ancora in altra lingua diversa dal portoghese. Tali ragioni sono strettamente relazionate alle politiche coloniali e alla recente indipendenza delle colonie portoghesi, che ha portato finalmente alla liberalizzazione e pubblicazione di opere che, allora, erano sotto censura.

Di Gabriela Iurcev