di Amanda Appiani

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Scrive così Salvatore Quasimodo nella raccolta Giorno dopo giorno, pubblicata nel 1947. Parole dure, crude, taglienti come un rasoio, che non sembrano avere molta fiducia nei confronti dell’umanità: un’umanità “senza amore, senza Cristo”, sanguinaria, i cui antenati hanno il cuore coperto da “uccelli neri” e “vento”.

E possiamo dire con sicurezza che sia cambiato qualcosa? Sotto ai nostri occhi troviamo sempre più esempi di quanto il poeta siciliano fosse lungimirante nel descrivere una realtà arida di cui egoismo e malignità sono padroni incontrastati. Basta aprire una pagina Google e scrivere “notizie dal mondo” per rendersene conto, è una verità sotto gli occhi di tutti.


Eppure, nonostante tutto, questo pezzo non vuole inserirsi nell’orizzonte pessimista – o meglio, realista – di cui Quasimodo è crudo e acuto partecipante, bensì vuol essere una riflessione sulle soluzioni, sulle opzioni che l’uomo di questo tempo ha a disposizione per distaccarsi e reagire ai versi dolorosi che ho citato poc’anzi. La band casertana dei GOMMA spiega, nella descrizione del proprio album d’esordio Toska:

Bisognerebbe smetterla di fare canzoni che parlino di politica e cominciare a scrivere canzoni in modo politico. E politica sono i rapporti con le persone che abbiamo accanto “.

Mi trovano d’accordo, pur sostituendo la parola “arte” al posto di “canzoni”.
L’uomo del nostro tempo deve riuscire a reagire al presente – altra citazione musicale, sì, però del gruppo perugino Fast Animals and Slow Kids –, deve reagire “al carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura” riprendendo in mano la creatività, superando quel confine tra individuale/privato e politico/pubblico/collettivo che sempre più si è andato ingigantendosi e ispessendosi con il passare degli anni, da quando la vita individuale e l’egocentrismo e il narcisismo off e online sono diventati fulcro di vita, perno grandioso attorno al quale si manifesta il nostro atteggiamento quotidiano da uomini moderni.


Solo riprendendosi, riguadagnandosi uno spazio “politico” – nell’accezione che ne danno i GOMMA, quindi che concerne i rapporti tra persone – potremo cambiare qualcosa, potremo uscire da quella prospettiva desolata che Quasimodo ben illustra nella poesia citata – che si intitola appunto Uomo del mio tempo, pubblicata all’indomani di una guerra che aveva ferito in maniera indelebile le coscienze di mezzo mondo.


E vi è nel panorama culturale italiano una figura a cui si può guardare come esempio efficace di conquista di uno spazio che poco ha di individuale ma tanto di politico e collettivo, senza scomodare grandi intellettuali del passato come Pier Paolo Pasolini? La mia risposta a mio parere è sì, ed è da ricercare nell’immagine di Roberto Saviano.
Negli ultimi decenni, nessun altro intellettuale ha sacrificato così tanto della propria vita privata e del proprio spazio individuale per essere politico, per descrivere e denunciare i rapporti tra le persone, che siano associazioni mafiose o meno. Saviano non scrive di politica ma scrive in modo politico e, anche se non scrive versi come Quasimodo, la sua denuncia sociale è arte che va riguadagnandosi uno spazio che prima del miracolo economico e dei totalitarismi è sempre appartenuta alla figura dell’artista, dell’intellettuale. E le reazioni di parti politiche a lui discordi non fanno che rafforzare quest’opinione, che Saviano sia davvero un “poeta del nostro tempo” – nell’accezione che ho spiegato prima, non in quella classica del portatore d’alloro dantesco.
Anche Dante stesso, se ci pensiamo, scriveva in modo politico, eccome! Come quando cita papa Bonifacio VIII nel canto XIX dell’Inferno, reo di essere responsabile dell’esilio del poeta stesso, responsabile dell’averlo privato del suo spazio “politico”, per l’appunto.
Pensare, scrivere, agire in modo politico dovrebbero diventare imperativi in un mondo che sempre più si avvicina al componimento che apre questo articolo; per evitare che i finti uomini di questo tempo uccidano

ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali […]”,

per non essere più

“quello della pietra e della fionda”

bensì l’uomo della coscienza, della rettitudine e dell’equità.

BIBLIOGRAFIA:

Quasimodo Salvatore, Uomo del mio tempo, “Tutte le poesie”, A. Mondadori editore, 1969, p.253

SITOGRAFIA:

http://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-viii-papa/