di Claudia Fantucchio

Tanto tempo fa visse un uomo. Era molto colto, scrisse di storia e di filosofia, fu consigliere di molti imperatori e, soprattutto, fu un grande insegnante. A un certo punto, non si sa bene perché, lo cacciarono dalla scuola. (Liberissimi di immaginarvelo con la faccia di Robin Williams, a questo punto; però sappiate che il suo nome era Michele Psello[1]). Dovette scappare in un monastero, eccetera. Una cosa sicura è che era un uomo molto molto colto.
Solo che, a pescare fra i suoi scritti minori, se ne trova uno che fa ridere se va bene, e se va male fa fortemente dubitare delle doti intellettuali del povero Psello. In una di queste opere, infatti, Psello si chiede seriamente chi sia più abile nella composizione dei versi fra Euripide e Giorgio di Pisidia.

Se vi state chiedendo chi sia Giorgio di Pisidia, la risposta è: appunto.

Si può ridere di questo aneddoto. Anch’io ho riso. Poi però ho concluso che era una risata imbecille, considerato che anch’io, di certo, alla prova dei fatti non sarei stata in grado di distinguere un verso di Euripide da quello di un giambografo bizantino, e non solo a causa del problema più strettamente linguistico. Potrei giustificarmi dicendo che il gusto (e per gusto intendo globalmente competenza, occhio critico, capacità di giudizio) è difficilissimo da acquisire in una lingua straniera, specie in una difficilmente usata per la conversazione. Forse è proprio l’ultima cosa che si può riuscire ad acquisire, dopo molta teoria e moltissima esperienza. Fino ad allora, ti insegnano che Euripide è uno dei massimi poeti e Giorgio di Pisidia non è male ma non è sicuramente paragonabile. Tu cosa puoi fare? Ti fidi. I canoni non sono stati decisi da imbecilli. E quando (e se) migliorerai sarai in grado di avere un’opinione ragionevole e non campata per aria, di aderire o meno alla visione canonica.


Il problema si pone quando si comincia a ragionare sulla poesia scritta nella propria lingua madre – o comunque in una lingua che si conosce bene e che si pratica spesso – nella quale si suppone che il gusto sia sviluppato, almeno fra le persone che si occupano spesso di letteratura.
Così mi sono posta una domanda differente: sarei capace di distinguere al buio un sonetto di Petrarca da uno del Giorgio di Pisidia di turno Sappiamo cosa sia bello prima di aver sentito la campana del canone?
La risposta nel mio caso è molto probabilmente no. Sono molto consapevole dei miei limiti e di quanto ogni mia possibile sensibilità estetica sia offuscata da un intellettualismo che mi imbarazza.
Ma, non volendo usare la mia esperienza individuale per misurare quella di tutti gli altri, ho voluto fare una prova.
Così ho creato un banalissimo sondaggio con i Moduli Google. Hanno partecipato in 111. Ora è chiuso, i risultati potete leggerli qui. S’intende che la parola sondaggio è usata proprio in senso etimologico. Sono ben lontana dal credere che un campione così limitato e così biased possa fare statistica, e anzi spero che questo tentativo possa essere uno stimolo per qualcuno che abbia i mezzi, le competenze e il tempo di fare un’indagine seria. Però questo è stato il mio modo di sondare il terreno.

I partecipanti sono stati perlopiù giovani (oltre il 90% sotto i trent’anni), studenti universitari di materie umanistiche (oltre il 70%). Fra le altre cose, nelle domande preliminari è stato loro chiesto di giudicare su una scala da uno a dieci l’importanza della poesia nella loro vita (in media, 6.3) e poi di valutare a livello soggettivo, al di là della consapevolezza del suo valore oggettivo, l’opera di Francesco Petrarca (in media 6.4). Fra i loro poeti preferiti è emersa una nettissima predilezione per quelli canonici, su tutti Leopardi, Dante e Montale.

A quel punto ho sottoposto loro quattro poesie. La prima era un sonetto di Petrarca; la seconda era presentata come un sonetto di Petrarca, ma in realtà era di un petrarchista aragonese; la terza era presentata come di un petrarchista, ma in realtà era genuinissimo Petrarca, 100% RVF. La quarta era presentata come una poesia del Novecento di imprecisato autore, ma in realtà non era una vera poesia: si trattava dei versi della canzone The Riddle di NikKershaw (puro nonsense per ammissione dello stesso) tradotti da me in quaranta secondi con gli enjambement che meglio mi suonavano sul momento. Purissima fuffa. Per ognuna di queste poesie ho chiesto agli intervistati di dare una valutazione oggettiva e una soggettiva, sempre su scala da uno a dieci (e, volendo, di aggiungere un commento: l’hanno fatto in pochissimi, ma meritevoli, andateli a leggere).

Chiuso il sondaggio, ho fatto le medie. Il sonetto di Petrarca presentato come tale ha avuto 7.6 a livello oggettivo e 6.7 a livello soggettivo, il che è piuttosto coerente con l’opinione comune su Petrarca espressa poco prima. Il secondo sonetto (petrarchista spacciato per Petrarca) ha avuto 7.3 e 6.7. Il terzo sonetto (Petrarca spacciato per petrarchista) ha avuto 7.7 e 7. La scemenza conclusiva ha avuto 7 e 6.5.


La prima osservazione è che non sembra esserci stato conformismo2. Il canone scolastico non ha potuto nulla contro quello che i lettori si sono nei fatti trovati davanti: la poesia di Petrarca che si fingeva altrui ha avuto voti addirittura più alti di quella presentata come sua.


La seconda osservazione è che tutto sommato i giudizi hanno confermato la visione canonica: punteggi più alti, sia oggettivi che soggettivi, a entrambi i reali sonetti di Petrarca; subito dopo il petrarchista; la scemenza ancora più giù. Restando sull’idea espressa all’inizio (il canone non è stato messo insieme da imbecilli e da qualche parte bisogna pur partire) la risposta all’iniziale domanda potrebbe essere azzardata così: sì, il gusto tutto sommato esiste, la gente distingue benissimo “Euripide” da “Giorgio di Pisidia”.


Il terzo dato che salta all’occhio è una certa timidezza. Al di là delle piccole disparità sopra notate, è bizzarro che tutte le medie siano comunque sopra il sei e sotto l’otto. Non me la sento neanche di dare la colpa alla natura statistica del calcolo: basta dare un’occhiata ai grafici per notare che sono relativamente simili fra loro. Da persone che individuano una gerarchia di valore sensata fra Petrarca, il petrarchista e i versi a caso ci si aspetterebbe una condanna più netta dell’ultimo, o un’esaltazione più netta del primo, o comunque qualcosa di più deciso.
L’impressione dominante, per me, è che il gusto ci sia, ma al tempo stesso poca nettezza nell’esprimerlo.


Tutto ciò rimane solo uno spunto – di nessuna validità scientifica, ma che magari può far riflettere. Credo che sia importantissimo che si parli di questo argomento; lo spazio di un articolo è naturalmente troppo ristretto anche solo per discutere dei punti di partenza (dall’ovvioesistono criteri estetici oggettivi? in poi).
Forse queste poche righe sono solo il mio modo di espiare la mia colpa nei confronti di Michele Psello, che ho stoltamente deriso prima di guardare la trave nel mio occhio. Però mi colpisce moltissimo, e voglio ribadirlo, un dettaglio della storia di questo Robin Williams bizantino. Lo scopo del suo trattato era confrontare l’operato di Euripide e di Giorgio di Pisidia per decidere chi dei due fosse il migliore come versificatore.
Un focus così deciso sul verso, un’idea così artigianale della letteratura – questo per me è profondamente interessante, e non mi dispiacerebbe metterlo in valigia. Lo sguardo al particolare, all’abilità tecnica, prima ancora di poter parlare di idee o di temi. L’idea che un componimento, o un verso, debba essere, prima di ogni altra cosa, fatto bene.

[1] Sì, sto brutalmente parafrasando il manuale di filologia classica Reynolds Wilson (2016). No, non me ne vergogno.

[2] Conformismo che malignamente mi aspettavo: questo dice molto più su di me che sui partecipanti.