Di Richárd Janczer 

 

Una rilettura ungherese e postmoderna della fiaba di La Fontaine

Hajnóczy Péter (1942 -1981) è stato forse il maggiore scrittore di prosa negli anni ’70 in Ungheria. La sua opera, composta di racconti e romanzi brevi, potrebbe essere riassunta sotto l’etichetta di “surrealismo alcolico”.

Ha trascorso l’infanzia passando da un orfanotrofio all’altro, iniziando a lavorare già a 13 anni, svolgendo sempre lavori manuali. La sua vita è stata segnata dall’alcolismo e dai tentativi fallimentari di liberarsene.
La sua morte rimane pervasa di legenda -come tutta la sua vita d’altronde-, vi sono diverse versioni discordanti sul luogo, sulla data e anche sul modo in cui è terminata la sua breve quanto caotica esistenza.

 

La cicala e la formica

Proprio quando il vento di novembre, passando rumorosamente tra i rami vi strappava l’ultima foglia secca e appassita, sul limitare della foresta s’incontrarono Cicala e Formica. Formica indossava un giubbotto invernale un po’ usurato, odorante di naftalina ma imbottito di panofix – l’aveva comprato a luglio a prezzo scontato a un banco dei pegni, come d’altronde anche gli scarponi da sci impermeabili-, il signor Cicala invece tremava visibilmente nella sua giacchetta di lino, fine e senza imbottitura. Se ne stava in piedi, le mani infilate in tasca poiché non aveva guanti.

– Buongiorno, compagno Cicala – disse Formica. – Da quanto osservo, non sta sudando nella sua giacca…

– Di sicuro, compagno Formica, fa freddo – rispose battendo con i denti Cicala. – Questo vento passa anche attraverso le ossa…

Formica si aggiustò la sciarpa sul collo con le mani scaldate da guanti in pelle.

– L’ha fatta mia moglie – disse. – È una brava donna: guarda la tv e nel frattempo lavora sempre qualcosa ai ferri o all’uncinetto. Lei, da quanto ne so, è scapolo e vive in affitto…

– Eh già – assentì il sig. Cicala -, sa, io suono sempre il violino, soltanto questo, per altro non è che mi rimanga molto tempo…

Estrasse dalla tasca un pacchetto di sigarette e ne offrì una a Formica.

– La ringrazio – disse il sig. Formica scuotendo la testa. – Sono più di tre mesi ormai che ho smesso di fumare. Non soltanto è un hobby inutile e nocivo per la salute ma anche per il portafoglio direi. Con il costo di un pacchetto di sigarette un operaio della mia specie potrebbe pagarsi la colazione o addirittura la cena. – Si schiarì la gola.

– Stiamo progettando con la mia signora di cambiare casa, l’anno prossimo, per una più grande. Riscaldamento centralizzato, telefono, collegamento sotterraneo immediato alla discarica…

Il signor Cicala accese la sigaretta.

– Chi suona il violino in estate, quando gli altri portano a termine il loro lavoro, con qualche obbiettivo nella loro vita… – continuò Formica scuotendo la testa. – Forse lei pensava, caro compagno Cicala, che quest’anno non sarebbe arrivato l’inverno?

– Tra una settimana parto – disse Cicala. -, faccio ritorno soltanto verso maggio…

– Se ne va? – disse il sig. Formica insistendo a scrollare la testa. – L’invito di qualche parente, caro compagno?

– Non vado mica a fare l’ospite – rispose il sig. Cicala -, mi limiterò a suonare il violino in casa, mi eserciterò…

– Mi svelerebbe dov’è che se ne va? – chiese Formica sorridendo.

– A Parigi – rispose Cicala.

– A Parigi?

Il sig. Formica guardò attonito il signor Cicala, con le pupille totalmente dilatate.

–  Si sta facendo beffe di me caro compagno? – chiese alzando un poco la voce. – Con cosa si può permettere di trascorrere l’inverno a Parigi?

– Mi hanno invitato… il Conservatoire… – ammise il signor Cicala. – Suono il violino nei concerti…

Formica inchiodò lo sguardo a terra, tacque un po’, poi con tono supplichevole si rivolse a Cicala:

– Con riguardo alla nostra lunga frequentazione… potrebbe sbrigare una faccenda importante per la mia persona?

– La prego, molto volentieri… – lo rassicurò il signor Cicala – mi dica soltanto, signor compagno…

– La prego – disse Formica-, di cercare, quando sarà a Parigi, un tale di nome La Fontaine, e di dirgli di appropinquare le sue labbra al mio deretano.

 

N.d.T: nella traduzione la parola “compagno” è un artificio. Nel testo originale l’attributo che compare è “szomszéd”, cioè vicino. Ho ritenuto più consono usare “compagno” non per simpatia politica ma perché è una favola del 1975, scritta in un sistema sovietico. La parola compagno in quel contesto era sinonimo di “essere umano” e veniva usata come useremmo noi “signore/signora”.

 

Bibliografia:

HAJNÓCZY, Péter, A fűtő, Szépirodalmi Könyvkiadó, Budapest, 1975.