Oralità, scrittura, performance. Intervista a Lello Voce.

di Elena Vania

[Lello Voce nasce a Napoli nel 1957. Poeta, scrittore e performer, attualmente abita e insegna a Treviso. Tra i fondatori del Gruppo93 e della rivista “Baldus”, nel 2001 porta in Italia il poetry slam. Dal 2013 tiene un blog di poesia su IlFattoQuotidiano.it.]

Da anni si occupa del rapporto tra oralità e scrittura. Cosa l’ha portata a interessarsi a questo tema? Francesca Gasparini, in “Poesia come corpo-voce”, scrive che l’antitesi non è tra oralità e scrittura, bensì tra vocalità e testualità. È d’accordo?

Ho cominciato a interessarmi di oralità in maniera del tutto naturale. Quando ho iniziato a fare poesia, nell’ ’82/’83, c’era già una diffusissima crisi dell’editoria di poesia: erano già arrivati i festival di poesia e questo dimostrava che, una delle difficoltà relative allo svilupparsi di nuove personalità, poteva essere superata saltando il medium del libro. Quindi all’inizio è stata una necessità dettata dalle condizioni strutturali; poi ho iniziato a pensare a quello che si stava facendo: prima si scrive, poi si riflette su quello che ti ha attraversato. Perciò ho iniziato a riflettere su questo modo che la poesia aveva di stare nel corpo e, così, ho scoperto autori che mi hanno aperto una serie di porte: come Zumthor, Ong, i poeti dell’oralità a partire da Hopkins. Anni dopo sono entrato in contatto con quello che è diventato il mio maestro: Haroldo De Campos. Andando in Brasile, studiando la sua opera mi sono reso conto che la poesia è un’arte amichevole, che attrae ogni cosa e questa cosa ha iniziato ad abitarmi – e mi ha abitato bene, perché ancora condividiamo lo stesso guscio.
La dialettica di cui parlava, invece, mi sembra un modo per superare un problema che affligge tutti i filologi: cioè il fatto che loro non studiano un medium primario, ma un codice… e la parola è sempre orale, quindi è ovvio che ci sia oralità nella scrittura. La scrittura è lì apposta per far rivivere un’oralità. L’antitesi ha poco senso perché, per noi che facciamo oralità, è evidente che chi si occupa di oralità oggi passa per la testualità; questa è una delle ragioni che secondo me Inglese nel suo articolo non comprende [1], esclude l’improvvisazione. Performance e improvvisazione non sono sinonimi per cui la poesia sta su qualsiasi supporto: il problema non è scritto o orale, ma che le caratteristiche di questi due modi stanno cambiando. É una mutazione antropologica.

In che termini si può parlare di poesia orale oggi e quali sono le sue forme?

Non si può parlare di poesia orale: la poesia è una e ogni poesia, oggi, è tanto un testo quanto la sua esecuzione. Esiste qualcosa che chiamiamo, per comodità, poesia orale o performativa e riguarda artisti che hanno deciso di allargare la propria ricerca, al di là dei confini del testo, anche alle forme dell’esecuzione del testo: la poesia ha una parte analfabeta fatta di pause, accenti. Alcuni poeti hanno deciso che l’esecuzione debba solo essere virtuale, ma deve esserci lo stesso, invece altri hanno deciso di lavorare su questi aspetti. Dipende da cambiamenti antropologici, che riguardano il modo della scrittura, l’acquisizione della scrittura, che oggi avviene sempre più in senso cibernetico. Lo scritto oggi è ciò che contestualizza, è la didascalia. La poesia si legge, si ascolta, ma il fatto che la poesia sia stata scritta per un periodo breve non significa che il Novecento sia l’unica pietra di paragone e che sarà sempre così. Non è poesia perché va a capo: come dice Haroldo, il verso è un’invenzione della stampa, la punteggiatura serve ad eseguire la lingua, che è un evento orale. Non ci posso fare niente, su questo sono impotente. Appartiene a una cultura che stava in piedi, camminava, oggi è cambiato il modo di fruirne.

Nella mia tesi (Da Castelporziano a “Nazione Indiana”: poesia e ri-mediazione della voce) ho considerato artisti come Patrizia Vicinelli e Adriano Spatola: lei che ha visto da vicino l’ambiente performativo, ha fatto parte del Gruppo93, tutt’ora si esibisce in performance, ha visto la poesia ibridarsi con altre arti e media; sente una continuità tra le performance di allora e quelle dei giovani poeti oggi? Cosa può dire a riguardo?

Assolutamente sì e credo sia il caso di iniziare a scriverla questa storia. Anche rispetto a termini su cui ci si affanna: ricerca, sperimentazione, tradizione, avanguardia, canone, qualcuno parla di canoni. Cosa c’è di meno stabile di un canone? Dante ha aspettato i romantici per essere trattato come meritava. Anche nel riscrivere questa storia bisognerebbe tenere presente che non c’è stato solo il Gruppo63. Considero maestri: Sanguineti, Balestrini, Porta, Giuliani, Pagliarani. Però con l’eccezione di Pagliarani e Balestrini, tutta l’operazione della neoavanguardia è testuale. Sanguineti ha faticato molto ad accettarlo: accettava di fare il librettista, ma non di eseguire le sue poesie in pubblico. Io lo ricordo con una gioia infinita sul palco del mio festival a Monfalcone, era un momento di vita. La storia di quegli anni è diversa: inizia con Spatola, Vicinelli, Costa, con coloro che hanno iniziato a riflettere sulle forme dell’esecuzione orale e riguarda la seconda parte dell’avanguardia, della poesia sonora da Arrigo Lora Totino a Fontana. Grazie allo sviluppo della poesia sonora, della beat generation e il patrimonio sud americano, che sono parte integrante della tradizione delle nuove avanguardie, i ragazzi, che oggi riscoprono questi maestri, stanno facendo un’operazione eccellente. Intanto non si stanno accontentando di nomi: penso a Stera, Zhara, Burbank, Bulfaro, Nacci, che sono andati a interrogare questi maestri e li hanno cercati. É una grande soddisfazione per me: io che queste cose le dicevo in “Baldus” ho dovuto aspettare 30 anni, ma adesso ci sono e mi pare che i loro prodotti, anche quando nascono in un format come il poetry slam, assumano valenze letterariamente interessanti.

Il 21 marzo 2001, nella giornata mondiale della poesia, ha dato vita al primo poetry slam in Italia, all’interno di RomaPoesia con codirettore Nanni Balestrini, ospite della serata Sanguineti. Quali erano le preoccupazioni, se ce n’erano, e le aspettative riguardo questo format? A distanza di anni si aspettava qualcosa di diverso dall’ambiente slam? Qual è la situazione attuale? Il poetry slam è cambiato rispetto agli esordi?

Come al solito tutto nasce per necessità. Il poetry slam l’avevo visto in America, all’inizio non ci volevo andare: ho pensato questi sono pazzi, le gare di poesia mah… poi c’è stata la necessità di fare qualcosa, qualcosa di bellissimo e a costo zero e lo slam era là. Me ne sono pentito? Sinceramente mai. Oggi tutto quello che si muove attorno alla poesia, alla vita della poesia è anche fatto di poetry slam, non solo di circoli di piccoli editori. Che aspettative avevo? Nessuna, nemmeno quelli della casa della poesia. Poi è successo un casino: sono arrivate centinaia di persone. All’inizio mi aspettavo soprattutto sperimentazione formale e non ho mai capito il voltafaccia di una serie di amici perché facevo slam. Non ne era capita la serietà, anche nel divertimento c’è. Nella prima fase, fino al 2012, che si è chiusa con il grande poetry slam internazionale di Monfalcone, li organizzavo io, poi hanno iniziato Bulfaro e Socci. Erano dei veri e propri spettacoli di poesia, pensati scegliendo i poeti, che invitavo proprio per dare l’immagine della varietà delle ricerche in atto, all’interno della spoken word. Mi aspettavo la ricerca, poi più si è diffuso, più la qualità si è abbassata: la rete a maglie piccole, si sa, tira su tutto. Ognuno faceva gli slam che voleva. Allora un po’ mi sono tirato indietro. Il problema dello slam non è chi vince, ma la poesia. In questo magma c’era qualcosa di buono e l’hanno intravisto i giovani, quelli che hanno iniziato a parlare della lega (Lips, Lega italiana poetry slam) e la capacità di costruire un movimento, che è anche una rete di distribuzione alternativa della poesia, che non può che comportarsi come merce in questo tipo di società. Il poetry slam ha reso tutto questo possibile, organizzato, e ha iniziato un nuovo tipo di slam, che pesca dal basso che tira dentro persone, che non hanno direttamente a che fare con la letteratura e a volte scopre cose bellissime. Per fare tre nomi, tra i più giovani: Gabriele Stera, Matteo di Genova e Simone Savogin e loro scoprono la poesia, nel senso vero, e sono poeti che non hanno nulla da invidiare ai coetanei. E quindi la storia dello slam è diventata una storia diversa, in cui io non c’entro più nulla e in cui c’entrano loro e la loro capacità di non cedere alla trappola: pensare di fare una gara per vincere, si fa per condividere e cercare qualcosa assieme. Ma su una cosa nessuno può mettere becco: mai come in questo momento la poesia italiana è presente presso i giovani, grazie anche al poetry slam. Più sono i giovani che si interessano alla poesia, maggiori sono le possibilità che inizino ricerche interessanti.

Dato per assodato che la poesia non è un genere letterario ma un medium, visione dalla quale ormai non posso più prescindere, il suo ultimo progetto “Canzoniere” (collana di libri/cd di poesia con musica edita da Squilibri), e il manifesto “Avviso ai naviganti”[2], per cui le faccio i complimenti, scritto da lei e Gabriele Frasca, sembrano raccogliere le sue riflessioni sulla poesia e l’oralità, il suo modo di pensare a una poesia possibile oggi. Vuole aggiungere qualcosa a proposito?

In realtà ci sono una serie di problematiche che non abbiamo affrontato. Non c’è il problema dell’analisi delle forme dell’oralità congelata, cioè registrata. Non c’è il problema della possibile trasposizione in codice delle forme orali: come faccio a trascrivere ciò che è analfabeta in un testo. Non si parla dell’interpretazione: io scrivo un testo che performo, interpreto, rendo visibili una serie di cose che non lo sono nel testo e perché sono io che scelgo, come un pianista che interpreta un notturno di Chopin. Una delle domande che occupa la mia testa in questo periodo è: un testo, che scrivo e interpreto io, è eseguibile solo da me? E se un altro lo vuole performare, siccome lo spartito non c’è, l’unica traccia possibile, che vale come princeps è la mia? É rispetto a quella che andrà a orientarsi? Ha senso recitare le poesie di Patrizia Vicinelli quando Patrizia Vicinelli non c’è più? Che operazione è? L’interpretazione non è solo la trasmissione dell’interpretazione, ma è un problema ermeneutico, di comprensione.

Il Canzoniere è un’operazione d’insieme, una scommessa coraggiosa. L’idea di fare una collana di poesia con musica oggi, in questo senso, è il massimo che nel nostro Paese si può fare: ogni libro è un manifesto, ogni libro ha un cd perché volevamo che la gente toccasse con mano lo scritto e il suono; poi ci sono i fumetti, il poetry comics. La graphic novel è una delle strade della narrazione del futuro.

Un’ultima cosa, visto che lei è anche un insegnante, pensa che la poesia e il poeta, che ha perso da tempo il suo mandato sociale, abbiano o possano avere un ruolo? E se l’hanno quale?

La poesia era il medium di tutti prima di essere un’arte. È difficile che muoia la poesia, muoiono i poeti. La poesia ha una funzione, diceva Lotman, se non l’avesse sarebbe scomparsa da secoli. Quando mi domandano perché la poesia non scompare rispondo: perché non scompare! Se fosse inutile sarebbe scomparsa: le parti inutili del nostro corpo sono scomparse, e la poesia sarebbe scomparsa come le branchie. Noi siamo esseri umani e ciò vuol dire aver a che fare con il linguaggio; è una questione immensamente più grande, davvero non capisco il problema di dover definire cosa sia la poesia: la poesia non è mai davvero qualcosa, quando diventa qualcosa ammette di essere diventata epigonia, immobilismo. La poesia è sempre qualcos’altro.
La funzione ce l’avrebbe enorme. Se va alle elementari e dice ai bambini: “Oggi facciamo una poesia” sono contentissimi, alle medie c’è il buco nero, poi arrivano al liceo e se si dice: “Oggi leggiamo Dante” non lo vogliono sentire. Perché? Perché primo gli insegnanti non sanno eseguire il testo. Secondo, in Italia non c’è rapporto tra la poesia viva e la scuola: un ragazzo sarà molto più affascinato se oltre a Dante ascolta anche Burbank. Terzo, la nostra è una tradizione letteraria e scritta, che serve a dare un senso a quell’invenzione folle chiamata Italia, che non è mai esistita se non attraverso la tradizione letteraria. La scuola potrebbe avere una funzione rivoluzionaria. Il compito dei poeti in questo momento non è tanto scrivere parole belle, ma responsabili e che diano responsabilità: una di queste è la forma.

[1] Ci si riferisce ahttp:// https://www.alfabeta2.it/2018/06/10/interferences-19-christophe-tarkos-linstallatore-performativo/ .

[2] http://www.lellovoce.it/Avviso-ai-naviganti-Gabriele.