di Alessandra Corbetta

Parlare di poesia e di poeti nel nostro tempo significa, volenti o nolenti, tenere conto dei nuovi strumenti comunicativi a disposizione, attraverso cui si concretizza la diffusione della produzione in versi. Un’analisi in questa direzione non solo non è scontata, né ovvia ma è soprattutto necessaria, poiché ancora molte sono le falle, le imprecisioni, le banalità che si sentono o si leggono quando si parla di poesia e Rete, perché è qui che oggi, prima o contemporaneamente al supporto cartaceo, la poesia entra in circolo.

Il primo problema su cui bisognerebbe interrogarsi è la liceità nell’esprimere pareri sull’argomento: tutti sono doverosamente liberi di dire come la pensano ma, in sedi ufficiali, come conferenze, convegni o aule scolastiche, la questione andrebbe affrontata da parte di soggetti competenti, tenendo conto che in questo caso la competenza non può e non deve circoscriversi al solo ambito poetico ma essere, prima di tutto, socio comunicativa dei media e delle nuove tecnologie. Il rischio più grande, come già si sta verificando, è quello duplice di incorrere, da un lato, in spiegazioni personali, fatte di impressioni legate alla propria esperienza di prosumer, indispensabile ma assolutamente non sufficiente; dall’altro di affidarsi alla sola referenza poetica, che non è referenza per poter spiegare questi nuovi fenomeni di spreadability del verso; dunque, sebbene il supporto dei poeti (quelli veri) sia fondamentale per conoscere la sostanza intrinseca della poesia in termini di fruibilità e affordance, è indispensabile un lavoro sinergico con esperti della comunicazione e dei media. La poesia non è e non può essere trattata come un oggetto: la poesia è un arte fatta di poesie, ognuna con delle proprie caratteristiche di qualità e costituzione e tocca ai poeti spiegarne e mostrarne il potenziale, cosicché, con i sociologi della comunicazione e dei media, possano essere fornite delle risposte adeguate ai quesiti che i nuovi scenari del web stanno smuovendo, come ad esempio perché le bacheche impazzino di versi della Merini di Eliot neanche l’ombra.
La questione è molto più complessa e interessante del “la Rete sta rovinando la poesia” o “la Rete dà diritto a tutti di esprimersi in versi” ma, finché non si esce da questo gioco al ribasso, si resterà vincolati in un girotondo di secondo me poco sostanziosi e sostanziali, mancanti di una conoscenza reale e approfondita del fenomeno.
La seconda questione riguarda la necessità di distinzione delle piattaforme. Dire la poesia su Instagram non è parlare della poesia in Facebook; un‘altra cosa ancora sono i siti web o i blog che si occupano di poesia e, anche qui, sarebbe utile analizzare i modi e i contenuti prescelti per potersi poi esprimere su la Poesia in Rete.
Altra analisi fondamentale è di tipo sociolinguistico; ricordate lo scalpore intorno al concetto di Amicizia applicato a Facebook nei primi anni della sua diffusione? Oggi nessuno più si scandalizza a parlare di amici su Facebook, perché tutti sanno che significato dare a questa parola e non c’è bisogno di specifiche e distinzioni per differenziarli ogni volta rispetto ai cosiddetti amici veri. Ma per arrivare qui ci sono voluti anni.

Quando si parla di Poesia e Rete, di che poesia si sta parlando?

Prima di affrontare la questione bisognerebbe circoscrivere l’ambito di ricerca, decifrare in riferimento al Web cosa include l’iperonimo Poesia, capire se ci sta bene o meno quello che è stato accorpato, quale estensione ha avuto la parola, quali nuovi significati ha assunto.
E ancora: i possibili scenari. Le società che si occupano di tecnologia, così come le grandi aziende produttrici di manufatti e di servizi, puntano sempre più sullo storytelling e quindi sul content: e chi c’è più esperto di content di un poeta? Lo slittamento e l’apertura verso nuovi orizzonti non deve essere vista a priori come un abbassamento della qualità o uno sradicamento dannoso dalla purezza originaria ma, al contrario, come un canale diverso, con proprie regole e metodi, in cui la poesia potrebbe inserirsi per rafforzare la sua presenza nel mondo, il suo avere di nuovo voce in capitolo.
Se non si compie questo processo di analisi profonda e multidisciplinare, si continuerà a farne una questione di qualità, di vita o di morte della poesia, di incolpamento o assoluzione delle piattaforme.
Essere poeta del nostro tempo significa, allora, saper diventare pescatore: conoscere i pregi e i difetti della propria rete, strumento e non scopo della pesca, è il primo passo per riaffermare dedizione, passione e amore per la propria arte, che non si identifica (né mai si identificherà) con il medium, ma che dovrà necessariamente imparare a maneggiarlo nella maniera migliore per perpetrarsi e per distinguersi.
Una sfida, certo faticosa, ostica senz’altro, ma ineludibile e potenzialmente fruttifera se affrontata come si deve. E il nuovo anno sta per cominciare.