di Alessandro Giumara Zaffini

Ho ascoltato Des visages des figures per la prima volta a diciotto anni, in pullman, durante il viaggio di ritorno da una settimana di gemellaggio nella cittadina francese di Troyes. Avevo già avuto un primo incontro coi Noir Désir qualche anno prima tra le mura domestiche: i miei sono insegnanti di francese e hanno sempre cercato di riproporre a lezione le novità discografiche straniere (non anglofone o ispanofone, ovviamente) che di tanto in tanto riescono a superare le alpi. Le vent nous portera suonava in casa mia tra i pacchi di compiti da correggere, aveva stupito tutta la famiglia e io (che ancora non mi appassionavo di cose “strane”, ma mi trovavo pur sempre sulla soglia di quel periodo di depressione cronica che altri chiamano adolescenza) ero turbato da questa musica fuori contesto, ma allo stesso tempo sentivo che chiunque ci fosse dietro somigliava a me. Il brano non aveva nulla da spartire con l’esuberanza festaiola di una “novità”, non si poteva riconoscere in esso nessuna concessione apertamente commerciale, a partire dal sentimento di languido dissolvimento veicolato dall’arrangiamento e dalla melodia del cantato – per non parlare di cosa veniva cantato: una vera e propria poesia che apre scorci di non detto sull’apocalisse del contemporaneo. L’amore non scoccò allora, ma qualche anno dopo su quel pullman, quando avevo già iniziato la mia “individuazione” e c’erano nel mio lettore da viaggio anche Unplugged in New York dei Nirvana e il concerto di De André con la PFM. I tempi erano più che maturi.

I Noir Désir sono famosi in Italia per il singolo Le vent nous portera e un po’ ovunque per lo scandalo dato dal cantante Bertand Cantat, macchiatosi di quello che oggi chiameremmo femminicidio. Eppure ci sarebbe tanto da dire su Des visages des figures, atto conclusivo della carriera di una band nata nel 1985 e che si configura come una descrizione puntuale e maledetta dell’occidente di allora e di oggi. I toni trainanti dell’album tendono a un minimalismo cupo e che spesso strizza l’occhio al noise e all’ambient. Ci sono escursioni sinfoniche ben pensate, momenti più energici, strutture che ricordano le consuetudini rockettare della band, incursioni nel rumorismo jazz, tempi dispari, ricchezze compositive, timbriche e melodie ricercatamente esotiche, ma tendenzialmente il nucleo della gran parte di queste canzoni si compone di un loop di chitarra, a tratti ossessivo, a tratti malinconico, perennemente immerso in suoni estranei, ronzii di ogni sorta, deboli feedback analogici mischiati a interferenze elettroniche, riverberi. La voce stupenda di Cantat si concede spesso a una monotona declamazione e gioca con l’incanto della sua timbrica per inchiodarci alle parole dette. I testi ignorano la separazione tra soggetto ed oggetto, intimo e pubblico, fuori e dentro in una pluralità caotica di punti di vista che sembrano ricomporsi solo nella percezione fatalista di un imminente disastro o nella constatazione di una deprimente stanchezza.

Ascoltare questo disco è come osservare un pennello dipingere una tela strappata: per quanto possa essere bravo il pittore, le sue intenzioni saranno comunque distorte dal supporto. Così le dodici tracce ci danno l’impressione di un canto esasperato dai ritmi dell’opulenza occidentale, preso nella corsa inarrestabile della sua operosità, affetto da violenti sbalzi d’umore, oscillante tra l’esaltazione tragicomica della farsa che ha messo in atto e la disperata presa di coscienza del nonsense dell’esistenza, tra l’ammirazione narcisistica della propria immagine e il terrore di vedersi arrivare al capolinea. Ironia della sorte, il disco è uscito l’11 settembre 2001 e, come una favola al contrario, Des visages des figures inizia con un lieto fine. La traccia L’enfant roi, telegrafico diario di viaggio nell’alterità di un essere amato, apre la strada alla catastrofe, prima col cinismo concitato di Le grand incendie (dove, tra le altre città, brucia New York) e poi con la languida accettazione di Le vent nous portera. Una cover di Leo Ferré (Des armes) chiude momentaneamente questo scenario per dirigere l’attenzione sulla vicenda privata (ma universale, tant’è che la protagonista porta il nome petrarchesco di Laura) di una separazione (L’appartement), per poi consegnarci alla title track, un canto desolato che contiene l’ammissione della propria incorreggibile inclinazione al sogno a dispetto di una realtà che somiglia più a un incubo (J’ai douté des détails / jamais du don des nues: Ho dubitato dei dettagli / mai del dono delle nuvole). Le due tracce seguenti, separate da un significativo slow down, portano lo stesso nome (Son style 1 e Son style 2) e, come un dittico di ciclotimica coerenza, rappresentano un atto di accusa nei confronti della contemporaneità consumista e omologante, ora edonista e adorante i benefici del progresso tecnologico, ora depressa, fumosa e inconcludente. Sullo stesso plot, ma con soluzioni poetiche e musicali più potenti, si muovono A l’envers à l’endroit, Lost e Bouquet de nerfs, fino ad arrivare a L’Europe, mostro della durata di oltre venti minuti che condensa tutti i sentimenti fin qui raccolti per scaricarli in un proclama delirante e sibillino contro le ipocrisie del vecchio continente dedito al capitale come unico ideale e all’intrattenimento come sola forma d’arte. Le frasi annunciate in questa canzone ricordano ironicamente le trasmissioni in codice di Radio Londra durante la seconda guerra mondiale, come se l’Europa in cui abitiamo, nata dalla resistenza al nazifascismo, rivivesse al suo tramonto gli atti della fondazione in una rappresentazione dovuta, priva di spirito, inconsapevolmente farsesca. I vecchi messaggi in codice si trasformano allora in oracoli di morte, il significato dei quali – se davvero vogliamo credere che ci sia rimasto un significato da afferrare – è in realtà un avvertimento: niente ha senso, perciò la strada è aperta a ombre che davamo per disperse. La catastrofe è in atto ora, a diciassette anni dall’uscita di un disco così sottilmente profetico, ma certamente il ragazzo che tornava allora in Italia non avrebbe potuto pensarci… e forse nemmeno chi quelle canzoni le ha scritte e registrate.

Buon ascolto!