Quello che segue è l’intreccio di due poesie scritte in tempi diametralmente opposti, le quali però rispecchiano in egual modo i “chiaroscuri” di un’anima inquieta e spesso malinconica. La voce che intreccia questi fili di parole esordisce con un concetto, quello della verità, che attanaglia ogni aspetto dell’esistenza, poetica e non solo. La ricerca di qualcosa che sia vero è tanto essenziale quanto vitale, al punto da potersi dire l’unico privilegio che è ancora concesso alla mente creativa, la sola capace di creare e ricreare un mondo dentro e fuori di sé. La verità, d’altra parte, è la luce-guida di un cammino poetico tutto introspettivo, dove il buio non è che una distesa oscura in cui perdersi e al contempo ritrovarsi. E se la poesia di per sé è un’immersione continua nel «profondo più acceso», il senso ultimo di questo “intreccio poetico” è l’«alba che rischiara» il nuovo giorno con parole nuove.

 

Fili di parole

I

Eppure so bene
che se anche volessi
abbandonarmi al buio
nel profondo più acceso
di me stessa, io
scorgerei una luce
un riflesso incondizionato
che non so spiegarmi
ma che è lì per me:
un’alba che rischiara
ogni mia parte sepolta
e fa di me il frammento più vivo
di un mondo rotto e insorto
complesso e irrisolto.

 

II

Sono poesia e nostalgia
lacrime e parole
lasciate cadere
su carta bruciata.
Sono rabbia e speranza
preghiera maledetta
eco di voce rotta
che supplica perdono
al vento d’estate
per esser autunno
incapace di fiorire.
Sono tempesta e delusione
sentimento vivo
che muore in stazione
dove sola e tremante
mi fermo ad aspettare
senza mai osare
né partire né arrivare.

 

di Martina Di Febo.

 

Nata a Pescara il 1 aprile 1995, e studentessa presso la Facoltà di Lettere Moderne all’Università degli Studi “G. D’Annunzio”. Da sempre un pesciolino fuor d’acqua, ha alla fine scoperto la passione per la scrittura, fonte viva per l’anima. L’amore per le parole l’ha portata a scrivere una tesi triennale sulla storia dell’Accademia della Crusca curandone al meglio la forma. Completamente rapita sin da subito da poeti come Leopardi e Pascoli, ha fatto della resilienza della “ginestra” un inno alla vita caduca e alla solidarietà tra anime affini, e dell’attenzione per le “piccole cose” una visione imprescindibile. Non ha una fonte d’ispirazione in particolare: si nutre dei legami interpersonali attraverso i quali intesse quegli stessi “fili di parole”.