di Annachiara Lovato

Stefano Dal Bianco, poeta di origini padovane e ricercatore all’università di Siena, pubblica nel 2001 Ritorno a Planaval, silloge che segna una svolta[1] nel panorama della letteratura italiana contemporanea e che si colloca nel solco della poesia in prosa. Questa scelta, che l’autore attribuisce alla così detta “noia del verso”, spinge in direzione di un affrancamento dall’enjambement, poiché «con l’andar degli anni» sostiene, «se continui a non usare forme chiuse, questo sapere si raffina sempre di più, […] A quel punto avverti l’andare a capo come qualcosa di schifoso. Non è più quel baratro, quel cadere della sintassi sul verso successivo, […] Diventa, invece, tecnica dell’andare a capo e basta – per quanto raffinata».[2]

Se, da una parte, la forma della raccolta si caratterizza per l’accostamento di versi irregolari con testi in prosa costruiti su strutture ritmiche riconoscibili (soprattutto endecasillabi e settenari), dall’altra la lingua si mette in diretta comunicazione con il lettore e la poesia si fa diaristica, collettiva. Non a caso Vincenzo Mengaldo nella prefazione definisce Ritorno a Planaval un «diario spezzato». Il genere autobiografico, infatti, con la sua carica d’introspezione, comporta la registrazione quotidiana, interrotta dall’alternanza delle scelte stilistiche, di un io che viene collocato in «ambienti precisi», che si riducono a una casa, una stanza, una finestra. Come si evince dal titolo della raccolta, partendo dagli spazi chiusi ambientati nella città di Milano[3], il soggetto giunge nella Valle di Planaval, in Val d’Aosta. Sono i «luoghi sacri»[4] del poeta, permeati dalla presenza-assenza di Nelly, la donna amata scomparsa in un incidente stradale. Si ha quindi l’impressione di un progressivo avvicinamento, un faticoso procedere verso i territori in cui il ricordo di Nelly è dappertutto.

La prosa Il posto di Nelly costituisce il cuore[5] del libro: strutturalmente precede la sezione che dà il titolo all’opera, Ritorno a Planaval, e si pone nel tentativo di elaborare il tema del lutto. Così come in altri brani, al rifiuto dell’enjambement, segue anche la rinuncia alla punteggiatura, resa superflua da un sapiente uso della sintassi e dell’intonazione, volte ad esplorare i campi dell’esecuzione orale. L’obiettivo è quello di creare una poesia autocosciente, fedele al silenzio[6] presente nelle nostre vite, il quale diventa semantico e che, avvalorato da una serie di espedienti formali, genera una sosta, quasi di taglio cinematografico[7], nella lettura[8].

Tuttavia gli esiti sono ben differenti dalle premesse iniziali: a concludere la raccolta è, infatti, un testo di natura performativa, Poesia che ha bisogno di un gesto. L’autore chiarisce in nota come questo venga eseguito al Teatro Scandicci, comune fiorentino, il 16 ottobre 1995. È una «poesia dimostrativa», che si fa presenza nella voce, nell’azione, nella deissi («tra me e voi», «questi sassi», «il mio gesto», che può indicare una movenza teatrale), per eliminare il limite semantico della parola, della sua natura di segno. «Ho posato una ciotola di sassi / tra me e voi, sul pavimento. / L’ho fatto perché vorrei parlarne / ma non mi fido delle mie parole»[9]. L’atto ostensivo, che vuole rafforzare la comprensione, sembra annullare l’accordo tra significati, farsi intercessore della parola e vettore del silenzio: «adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi». C’è anche da tenere conto dell’epigrafe petrarchesca che precede l’action poetry, il sonetto quarantanove, in cui le parole «son imperfecte, et quasi d’uom che sogna»[10]. È, dunque, la «mancanza»[11] di comunicazione riscontrata nella lingua che qui si tenta di superare affidandosi alla funzione pragmatica dell’azione.

Ritorno a Planaval non risponde però a un dubbio: «Riuscirò mai a raccontare a me e al mondo / il perché …?»[12], ovvero, è ancora possibile afferrare il senso delle cose, restituendo una comunicazione aperta e fruibile?

In questo senso Ritorno a Planaval rinnova alcuni aspetti della concezione di lirica tradizionale, ponendo le basi per il superamento della raccolta stessa (Dal Bianco pubblica Prove di libertà nel 2012). Nel saggio Sulla poesia moderna, Guido Mazzoni afferma che l’idea di poesia come espressione dell’interiorità dell’individuo, concetto mutuato dalle Lezioni di estetica di Hegel e poi ripreso a partire dal Romanticismo, è tipica di quel tipo di società che si concepisce come un «insieme di monadi separate e immerse in un flusso di esperienze discontinuo»[13]. La visione che ne consegue è di una lirica che tende a una certa chiusura, poiché essa diventa veicolo del solo punto di vista soggettivo sul mondo.

A partire da questa consapevolezza, Ritorno a Planaval colloca al centro la praxis, l’azione, ma allo stesso tempo non destituisce l’importanza dell’andamento ritmico e melodico. È una poesia che invita a entrare in comunicazione con il lettore, facendosi civile. La risposta al dubbio è, forse, proprio questa: la mancanza del «contatto / la protezione consueta»[14] si colma solo se il riconoscimento di sé porta al noi.

Note:

[1] GROSSER Jacopo, Di alcune poetiche relazionali nella poesia italiana contemporanea, in «L’Ulisse», 18 (2015), pp. 223-28.

[2] «In me la prosa veniva dalla nausea del verso». CROCCO Claudia, La lirica, il silenzio, la nausea del verso. Conversazione con Stefano Dal Bianco, www.quattrocentoquattro.com, https://quattrocentoquattro.com/2013/03/04/la-lirica-il-silenzio-la-nausea-del-verso-conversazione-con-stefano-dal-bianco/, consultato il 18 dicembre 2018.

[3] «Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l’idea della vita che vince il cemento ma solo un’aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita». DAL BIANCO Stefano, Ritorno a Planaval, cit., p. 11.

[4] «Planaval era diventato il mio luogo sacro». BASSIRI TABRIZI Artin, Il silenzio e l’esposizione. Intervista a Stefano Dal Bianco, www.umbiapoesia.it, http://umbriapoesia.it/index.php/2017/04/10/il-silenzio-e-lesposizione-intervista-a-stefano-dal-bianco/, consultato il 18 dicembre 2018.

[5] «Il posto di Nelly è il vero cuore del libro», ZUBLENA Paolo, Stefano Dal Bianco, cit., p. 900.

[6] «In Planaval a prevalere è un principio intonativo. Quello che farò, per questo, a prescindere dalla forma, si chiamerà sempre poesia, che è una forma autoriflessiva, fedele al silenzio». DAL BIANCO Stefano, L’autore, il genere, il pubblico. Intervista a Stefano Dal Bianco, www.laletteraturaenoi.it, http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/la-scrittura-e-noi/554-l’autore,-il-genere,-il-pubblico-intervista-a-stefano-dal-bianco.html, consultato il 18 dicembre 2018.

[7] BUCCELLA L., Stefano Dal Bianco: Ritorno a Planaval, su www.poesia2punto0.com, http://www.poesia2punto0.com/2010/06/28/stefano-dal-bianco-ritorno-a-planaval/, consultato il 18 dicembre 2018.

[8] «Il rallentamento elocutivo che si ottiene all’incrocio di un particolare ordine delle parole con una configurazione ritmica e un particolare assetto intonativo del verso (o della frase) magari in coincidenza con una sia pur lieve ambiguità semantica, procura una sosta, una leggera implicazione autoriflessiva nella catena fonosintattica, una difficoltà di pronuncia che di solito ha a che fare con un prolungamento ‘artificiale’ della quantità o durata delle vocali». DAL BIANCO Stefano, Il suono della lingua e il suono delle cose, cit., p. 187.

[9] Dal Bianco S., Poesia che ha bisogno di un gesto, Ritorno a Planaval, cit., pp. 117-18.

[10] RVF, XLIX 1-8

Perch’io t’abbia guardato di menzogna
a mio podere et honorato assai,
ingrata lingua, gia pero non m’ai
renduto honor, ma facto ira et vergogna:

che quando piu ‘l tuo aiuto mi bisogna
per dimandar mercede, allor ti stai
sempre piu fredda, et se parole fai,
son imperfecte, et quasi d’uom che sogna.

[11] DAL BIANCO Stefano, Il suono della lingua e il suono delle cose, cit., p. 186.

[12] DAL BIANCO Stefano, Difficilmente, in Ritorno a Planaval, cit., p. 106, v.1-2.

[13] MAZZONI GUIDO Sulla poesia moderna, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 211-12.

[14] DAL BIANCO Stefano, Difficilmente, in Ritorno a Planaval, cit., p. 106, v. 5-6.

Fonte della foto:
https://www.camptocamp.org/waypoints/122609/fr/valgrisenche-planaval