di Simone Santini

 

Un nuovo romanzo?

Il 23 ottobre è arrivato in libreria Proletkult, nuovo romanzo del collettivo Wu Ming annunciato nel 2017 sul loro blog, Giap. Le dichiarazioni degli autori lasciavano pensare a un cambiamento nel loro percorso letterario, con l’abbandono del genere storico che frequentano ormai da vent’anni. Come si vedrà, qualcosa di certo è cambiato, ma forse sarebbe stato meglio restare più “fedeli alla linea”.

Andiamo con ordine. Il prologo presenta Leonid Voloch, personaggio di fantasia già protagonista di Stella rossa, romanzo scritto nel 1908 da Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov (1873-1928), politico, rivoluzionario, filosofo, medico. In Stella rossa Leonid compie un viaggio su Marte, scoprendo che il pianeta rosso è tale non solo per il colore, ma anche per il sistema politico. Su Marte era infatti già avvenuta una rivoluzione socialista, e la società seguiva i principi collettivistici che Bogdanov aveva illustrato tra il 1904 e il 1906 nei tre volumi di Empiriomonismo. I Wu Ming portano all’estremo l’operazione tradizionalmente postmoderna di citazionismo letterario (o paraletterario), facendo diventare lo stesso Bogdanov protagonista di Proletkult, opera letteraria che si richiama dichiaratamente in continuazione al romanzo fantascientifico scritto dal suo stesso protagonista. Bogdanov era stato il teorizzatore del Proletkult, organismo che aveva lo scopo di creare la vera arte proletaria in contrapposizione a quella borghese. Il Proletkult doveva

«spingere gli operai a inventare un’arte nuova, a superare l’individualismo e a piantare i semi della futura collettività umana»

(p. 23)

Dunque il titolo del romanzo richiama sin da subito il protagonista e le sue formulazioni teoriche.

Leonid nel prologo di Proletkult è uno dei protagonisti di una famosa rapina a un treno avvenuta a Tbilisi nel 1907. Scappando insieme a un suo socio, Koba, nome di battaglia nientemeno che di Iosif Stalin, vede quest’ultimo togliersi «una maschera molle, color pelle, con tanto di baffi e capelli scuri. […] L’essere che s’era celato lì sotto aveva vaghe fattezze umane» (p. 11). Questa è l’ultima frase del prologo. L’orizzonte d’attesa con cui ci viene presentato il romanzo è dunque di tipo fantascientifico. In realtà le aspettative del lettore verso questo genere romanzesco non verranno rispettate durante il corso della storia, che assume solo in pochi tratti le caratteristiche del genere. I cambiamenti non riguardano il genere romanzesco, o, per essere più precisi, il miscuglio di generi, in linea con le scelte precedenti dei Wu Ming, quanto piuttosto alcuni tratti della scrittura. Questa diventa meno descrittiva, non dà una struttura epica al romanzo, rinuncia alla creazione di personaggi complessi con una propria identità e personalità riconoscibili e in continua formazione fino alle fine della narrazione. Si tratta di un cambiamento decisamente in negativo: la trama è debole, i personaggi ancora di più. L’unico di questi che abbia un minimo di personalità è Bogdanov, come vedremo più avanti, ma tutti gli altri, Denni in primis, sembrano più delle figure di cartone con una voce registrata che parla per loro dicendo sempre le stesse identiche cose.

Il primo personaggio che ci viene presentato è proprio Denni, una ragazza dai tratti maschili che fin da subito appare estranea al mondo in cui si trova. Denni è alla ricerca di Leonid, che lei ritiene essere suo padre. Dice di provenire da Nacun, il pianeta che Bogdanov in Stella rossa aveva chiamato Marte. Così per arrivare a Leonid va prima alla ricerca di Bogdanov. All’inizio del romanzo l’impressione è che sarà lei la protagonista, ma scorrendo le pagine ci si rende conto che questo ruolo è meglio incarnato da Bogdanov. Denni è presente in molte pagine del romanzo ma la sua ossatura piatta e inefficace non permette al lettore di identificarsi con lei, tanto che alla fine della lettura sembrerà quasi che sia stata solo una breve comparsa.

 

Un concorso musicale per presentare Bogdanov.

Bogdanov era stato un importante rivoluzionario russo, membro attivo e influente del bolscevismo, ma si era scontrato con Lenin riguardo al Proletkult, in quanto quest’ultimo intendeva

«cambiare la società senza cambiare anche le menti degli individui»

(p. 25)

Nel secondo capitolo Bogdanov si reca al Proletkult di Mosca per assistere a un concorso musicale. Il lettore comprende da subito che si trova davanti a un famoso emarginato sovietico: applaudendo un brano musicale, nella forma del monologo interiore pensa che «il gesto potrebbe influenzare la giuria: se piace a Bogdanov, meglio tenersi alla larga» (p. 28). Il concorso è filtrato dal suo punto di vista, ma la tecnica letteraria attraverso cui i pensieri del personaggio ci vengono presentati è sfuggente, e questo rende il discorso banale. Per ogni band o suonatore abbiamo infatti dei commenti che ci spiegano perché questo o quel brano possono vincere o meno e qual è il meccanismo metaforico che un ascoltatore, ma evidentemente non un lettore, dovrebbe capire.

«Il volume aumenta e i silenzi vengono colmati. Il lavoro collettivo ha permesso di superare gli ostacoli dell’ambiente»

(p. 26).

«La forza di una catena è data dalla resistenza del suo anello più debole. La salute di una società, dal malessere degli ultimi»

(p. 28).

Pensieri come questi non sembrano appartenere a un individuo che assiste a un concorso musicale. Non è Bogdanov a pensare ma il narratore che o considera il lettore non in grado di comprendere la metafora musicale, oppure vuole dare al lettore qualche banale citazione veterocomunista da poter usare come meglio crede.

Decisamente più interessante e meglio riuscita è la descrizione dei meccanismi interni oramai deviati e marci del PCUS. Siamo infatti nel 1927, nel vivo dello scontro tra Stalin e la sinistra del partito, capeggiata da Trockij, Zinov’ev e Kamenev. Tutto ciò è trasmesso al lettore attraverso una discussione tra Bogdanov, Nadja Krupskaja, vedova di Lenin, e Anatolij Vasil’evič Lunačarskij, vecchio compagno di Bogdanov ai tempi dell’esilio dei bolscevichi e ora commissario per l’Istruzione. Anche lui, come Bogdanov, aveva avuto degli attriti con Lenin ma si era poi lasciato alle spalle alcune delle sue idee per diventare uno dei più importanti esponenti del Partito. La conversazione mostra al lettore da una parte un fedele funzionario del partito, che non tiene conto della burocratizzazione del partito e cerca di trovare delle scusanti per spiegare/spiegarsi la direzione sempre più dittatoriale del comunismo sovietico, e dall’altra Bogdanov che, attraverso l’ironia, tratto tipico del personaggio, arriva a dire: “anche il partito comunista dovrebbe dissolversi. Che senso ha un partito, quando l’interesse del popolo è garantito dallo stato? È un doppione inutile, un relitto della Storia” (p. 31). Bogdanov non vuole rinunciare alle proprie posizioni per avere una vita sempre più agiata. Come non si era piegato a Lenin, ora non si vuole di certo piegare a Stalin. Lo sfondo di questa conversazione è il concorso musicale; ciò crea uno spostamento e una commistione tra le aree tematiche della politica e dell’arte. Questa commistione la troveremo lungo tutto il romanzo, in quanto è figura dello scontro ideologico tra Lenin e Bogdanov riguardo il rapporto partito-proletkult.

 

Due linee tematiche reggono la narrazione.

I primi capitoli presentano dunque i due personaggi principali e il loro incontro. Dopo l’incontro tra Denni e Bogdanov, che decide di prendersi cura di lei, il romanzo continua fino alle fine variando tra due linee tematiche diverse. Abbiamo da una parte dei capitoli ambientati nella Mosca del 1927, dove i due protagonisti cercano di ritrovare Leonid, e dall’altra capitoli ambientati soprattutto in Italia durante l’esilio dei bolscevichi, cioè dopo la rivoluzione fallita del 1905. Questo secondo filone narrativo, sviluppato attraverso la memoria di Bogdanov, restituisce al lettore lo sviluppo dei dissidi tra lui e Lenin. Queste riguardano due visioni di socialismo diverse, uno dogmatico e uno democratico: riguardo a un articolo di Maksim Gor’kij, che doveva uscire sul giornale Proletarij, il narratore dice che Lenin «aveva sostenuto che pubblicarlo avrebbe violato la neutralità filosofica del giornale, infarcito com’era delle “empirioscemenze” che tanto piacevano alla setta dei «costruttori di Dio». Bogdanov si era opposto:

“la neutralità non significava evitare il confronto tra idee diverse, ma al contrario discuterle, sulle pagine del giornale, purché non andassero contro gli insegnamenti di Marx”

(p. 109).

I ricordi di Bogdanov riguardo a quei giorni lontani sono forse le pagine meglio riuscite del libro. Ritroviamo anche una struttura epica che ricorda i vecchi romanzi dei Wu Ming, in particolare nel capitolo 14, nel quale viene raccontata un’epica partita di scacchi tra Bogdanov e Lenin, di cui si possono trovare le foto online. I Wu Ming riescono a trasmettere al lettore un vero scontro egemonico-culturale, portato avanti a colpi di trattati filosofici, tra diverse anime del partito bolscevico, e a mettere così in discussione alcuni presupposti della rivoluzione d’ottobre. La finzione romanzesca mette il lettore davanti all’ambiguità della rivoluzione più importante del ‘900. Attraverso la narrazione, i Wu Ming riescono a restituire una situazione di conflitto anche psicologico, che difficilmente un lettore riuscirebbe a rielaborare attraverso letture puramente storiografiche. La narrazione dei ricordi è condotta tutta dal punto di vista di Bogdanov, quindi in maniera non oggettiva, e conduce il lettore a favorire l’area bogdanoviana del partito, in nome di un socialismo che parta da una rivoluzione culturale prima che politica:

“sono i lavoratori che devono dirigere i lavoratori, grazie a una nuova visione del mondo”

(p. 67).

Per costruire davvero il socialismo, prima bisogna cambiare l’immaginario collettivo dei lavoratori, estraniandolo dall’individualismo borghese grazie all’accesso e allo studio collettivo e libero della cultura. Queste le basi del Proletkult, questo il messaggio del romanzo.

 

L’altra linea tematica, Mosca 1927.

L’altra parte del romanzo, quella che effettivamente vede lo svolgersi della trama, è decisamente più sterile e confusa. La sensazione, leggendo queste pagine, è di avere a che fare con una storia breve e banale a cui sono state aggiunte alcune parti più o meno collegate per renderla più lunga e complessa. Ci troviamo così davanti, ad esempio, a pagine in cui Denni sviluppa dei concetti ambientalisti e animalisti di cui non si capisce molto il senso nel romanzo, e che sembrano quasi infilati a forza nello scorrere di una trama che già di per sé può lasciare perplessi.

La storia prosegue con Bogdanov che incontra una serie di vecchi compagni del partito (tra cui la grande Aleksandra Michajlovna Kollontaj) e cerca di avere informazioni su Leonid. Contemporaneamente Denni, personaggio quanto mai sterile e senza una vera personalità, discute quotidianamente con Natal’ja Korsak, la moglie di Bogdanov, con il figlio Kotik e con i dipendenti del centro medico trasfusionale di cui Bogdanov è a capo. Le sue frasi sembrano tutte già costruite, uscite da un libro di citazioni veteromarxiste, e rendono davvero difficile immaginarsi questa ragazza come un essere umano, o un alieno, reale. Si tratta di una nuova creatura? Un alieno diverso da quelli che siamo abituati a pensare? Può essere, ma ciò non giustifica un personaggio non riuscito. Tra conversazioni fra vecchi compagni bolscevichi, e altre tra Bogdanov e Denni, le cui affermazioni, non si comprende bene come, riescono a mettere in crisi la sicurezza politica di un uomo che pur di non piegarsi aveva abbandonato la politica, si giunge verso la fine del romanzo. Si scopre che Leonid in realtà è un agente della polizia segreta dal 1917 e, dalle poche pagine in cui compare, si capisce che non vuole avere nulla a che fare con Denni. Questo personaggio, che ci ha tenuto in sospeso con la sua assenza durante tutto il romanzo, appena compare scompare immediatamente.

 

Un finale incerto.

L’epilogo è scritto sotto forma di diario personale di Bogdanov cinque mesi dopo i fatti. Dopo aver tentato una trasfusione pericolosa con Denni per salvarla da una malattia quasi sconosciuta (una malattia aliena?), Bogdanov sembra sul punto di morire, finché alla fine una eteronave aliena (così vengono chiamate nel romanzo le navicelle spaziali) arriva nel giardino della clinica e lui sale a bordo, accolto come un vecchio compagno, ormai “pronto a tornare su Nacun” (p. 333). Torna così l’elemento fantascientifico, che durante tutto il romanzo si era visto solo nei discorsi di Denni. Il finale potrebbe rimandare alla morte di Bogdanov che, morendo, torna metaforicamente su Nacun come se fosse una specie di paradiso o realmente per essere guarito da una malattia sconosciuta sulla terra. A ben vedere allora non era stato Leonid ad andare su Nacun ma Bogdanov stesso (realmente o oniricamente), e Denni potrebbe essere in realtà sua figlia. Ci sono alcuni indizi durante il libro che possono condurre il lettore a uno spostamento da Leonid a Bogdanov:

«Davvero quel particolare glielo raccontò Leonid? O fu lui stesso, a metterlo nel romanzo? Non sa rispondere. Ma non per gli anni trascorsi. È impossibile risalire alla sorgente di una storia»

(p. 122).

«Denni… viene da un pianeta lontano, cioè dalle pagine di una trilogia letteraria»

(p. 164).

«Chi glielo fa fare? È per la malattia rara di Denni, per la scienza? Oppure per scoprire chi è davvero quella ragazza?»

(p. 188).

«Lui [Bogdanov] avrebbe voluto risponderle che era stato Leonid a raccontargliela così, ma poi aveva preferito evitare una simile scappatoia. Non era nemmeno sicuro di non esserselo inventato lui, quel particolare. […] Lei [Denni] gli aveva suggerito di interrogarsi se certe contraddizioni erano soltanto su Marte, o se non stavano anche nella mente dell’autore»

(p. 198).

«-Immagino che sia stato Leonid a dirti che le nostre navi viaggiano grazie all’omiron- attacca Denni -la materia negativa. -Non ricordo- ammette Bogdanov»

(p. 219).

La prova maggiore di questa interpretazione la si evince dalla conversazione finale tra Bogdanov e Leonid, dove quest’ultimo gli dice

«-ma allora, Bogdanov, è figlia tua non mia! […] -Quel personaggio sei tu, come ben sai- soggiunge Bogdanov. -Davvero? […] -Io ti ho raccontato un sogno fatto nel delirio. Ma i tuoi romanzi sono soltanto tuoi. Non sono io a essere stato su Nacun. Sei tu. Se quella ragazza cerca suo padre in quel Leonid, allora sta cercando te»

(pp. 303-304).

Il finale quindi, come la trama, è abbastanza deludente. I Wu Ming hanno cercato di trovare un finale che mettesse in confusione il lettore, costruendo una cornice fantascientifica che collegasse prologo ed epilogo di un romanzo che di fantascientifico ha gran poco, un romanzo che vorrebbe porsi come un passo avanti nella letteratura del collettivo bolognese ma che rappresenta invece un passo indietro.

 

Bibliografia:

Wu Ming, Proletkult, Einaudi, 2018.