di Richárd Janczer

«Una malinconia che veniva dal lucido riconoscimento che quella situazione non era uno stato eccezionale scelto per lusso, per capriccio, per un irrequieto desiderio di conoscere e vivere ogni cosa (nobile o volgare), ma era diventata la condizione fondamentale, sintomatica e consueta della mia vita presente. Che quella situazione limitava con esattezza il cerchio delle mie possibilità, disegnava con esattezza l’orizzonte della vita affettiva che da allora in poi mi sarebbe toccata. Che non era espressione della mia libertà (come avrei potuto intenderla se mi si fosse presentata magari un anno prima), bensì del mio condizionamento, dei miei limiti, della mia condanna. E sentii paura. Paura di quel misero orizzonte, paura di quel destino. Sentivo il mio animo ripiegarsi su se stesso, cominciare a indietreggiare davanti a tutto ciò e, allo stesso tempo, avevo paura che non avesse dove trovar scampo di fronte a quell’accerchiamento».

(Milan Kundera, Lo scherzo, III, 6[1].)

 

Orizzonte, condizionamento, limite, condanna, paura, destino, accerchiamento: sono questi i termini che Kundera utilizza per descrivere uno stato di sospensione. La sospensione appare fin da subito come una condizione esistenziale e universale ma soprattutto multiforme, più precisamente polisemica. Ogni essere umano può declinarla e viverla a modo suo, facendola diventare specchio della sua identità.

A un livello connotativo la sospensione viene percepita come limbo negativo in cui non è evidente una via d’uscita. E’ paralisi, scacco (Jaspers), stallo in cui si è prigionieri della nausea (Sartre), inferno personale o collettivo. In sintesi, una parentesi diversa dal passato, che non dà garanzie su un cambiamento futuro. Questo purgatorio può essere combattuto dall’individuo che cerca di convogliare la sua metamorfosi in un percorso di Bildung, di formazione e non di sterile decadenza.

Il punto focale della questione è l’atteggiamento che l’uomo assume di fronte a un dato evento: può rimanerne intrappolato, e quindi evitare di agire o reagire a esso; ritardare una scelta o affidarsi alla speranza e all’attesa; se affronta una sfida quale una malattia, può resistere e non lasciarsi semplicemente accadere.

L’inerzia di fronte alla sospensione o la resistenza a essa denota però un dissidio ontologico: il soggetto può quindi assumere un atteggiamento attivo o passivo. La sospensione come tragedia subita, un pozzo senza fondo né possibilità di uscita, o come espressione della volontà di un individuo, tappa cruciale del suo percorso e probabile chiave di volta di esso.

Con qualche esempio, si potrebbe dunque affermare che ogni sospensione ha due volti come Giano, ad esempio: la speranza politica o amorosa può essere attesa messianica ma anche scelta conscia di fede; il decorso di una malattia può recidere i legami col mondo ma può sanare e rigenerare, è possibile che fortifichi il malato; il lutto comporta una perdita ma può anche ridefinire l’esistenza di chi lo affronta; un’attesa, anche la più banale e quotidiana, come quella di un mezzo pubblico, può mettere in crisi un individuo o permettergli un cambio di prospettiva; il viaggio, che sia un pellegrinaggio o una vacanza di piacere, colloca l’uomo in una dimensione altra rispetto a quella della quotidianità.

La sospensione è dunque un intervallo oggettivo, una domanda aperta a cui l’uomo deve rispondere, un segno senza significato stabilito a priori. In conclusione, a determinare il risultato di questo processo è la reazione del soggetto, il suo rapportarsi alla sospensione.

 

[1] Milan Kundera, Lo scherzo, Adelphi, 1994, p.80.