di Micol Zanaga

Nel panorama svedese di inizio Novecento, Pär Lagerkvist è uno dei poeti, drammaturghi e scrittori più in vista e di chiara fama. Nato in una cittadina rurale dello Småland, in una famiglia di ferventi credenti, è esposto, per gran parte della sua formazione, a testi esclusivamente biblici. Lagerkvist, tuttavia, abbandona ben presto la fede rassicurante in favore della ricerca di un rapporto personale con il divino. La concezione di Dio, una costante in continua evoluzione nella produzione dello scrittore scandinavo, è bipartita. Se, da un lato, l’idea di Dio, buono e cattivo al contempo, è consolatoria per i fedeli, d’altro canto, Egli è una figura talmente alta da non poter mai essere compresa con i soli mezzi umani. Il tentativo incessante di colmare il vuoto lasciato da una fede smarrita si intreccia con la necessità di esprimere, attraverso la scrittura, un umanesimo militante, un’idea pacifista e antitotalitaria che spinge Lagerkvist a condannare gli orrori della guerra e la glorificazione del male. Il romanzo Barabba gli vale il Premio Nobel per la letteratura nel 1951.

Tratta dalla silloge poetica Ångest, la poesia omonima (1916) scaturisce dall’impatto che la Prima Guerra Mondiale ha sulla visione del mondo di Lagerkvist. Con i suoi toni espressionisti e il campo semantico che allude al dolore fisico e metafisico, la poesia esprime la profonda angoscia dell’essere umano nei confronti della brutalità di una guerra non direttamente vissuta. La riflessione sulla violenza e il male spingono l’autore a interrogarsi non soltanto sul senso della vita, ma anche sulla presenza di Dio nel mondo. La guerra come incarnazione della negazione di Dio ci riporta a uno dei grandi interrogativi insoluti della storia umana: si Deus est unde malum?

Benché nella silloge poetica Aftonlandet (1953) la concezione del divino cambi rispetto alle opere precedenti, il tema religioso fa comunque da sfondo. Lagerkvist è, senza dubbio, uno scrittore che anela a una fede che non ha.

 

Angoscia, angoscia è la mia eredità,

la ferita della mia gola,

il grido del mio cuore nel mondo.

Ora s’irrigidisce il cielo schiumoso

nella mano grave della notte,

ora si ergono i boschi

e le vette gelate,

così aridi verso la volta

rattrappita del cielo.

Tutto è così duro,

così rigido, nero e immobile!

Brancolo in questo spazio fosco,

sento l’orlo affilato della roccia contro le mie dita,

dilanio le mie mani tese

contro i cenci gelati delle nubi.

Ah, mi strappo le unghie dalle dita,

mi lacero le mani coperte di ferite, dolenti

contro i monti e le foreste incupite

contro il ferro nero del cielo

e contro la fredda terra!

Angoscia, angoscia è la mia eredità,

la ferita della mia gola,

il grido del mio cuore nel mondo.

 

 

Ångest, ångest är min arvedel,

min strupes sår,

mitt hjärtas skri i världen.

Nu styvnar löddrig sky

i nattens grova hand,

nu stiga skogarna

och stela höjder

så kargt mot himmelens

förkrympta valv.

Hur hårt är allt,

hur stelnat, svart och stilla!

Jag famlar kring i detta dunkla rum,

jag känner klippans vassa kant mot mina fingrar,

jag river mina uppåtsträckta händer

till blods mot molnens frusna trasor.

Ack, mina naglar sliter jag från fingrarna,

mina händer river jag såriga, ömma

mot berg och mörknad skog,

mot himlens svarta järn

och mot den kalla jorden!

Ångest, ångest är min arvedel,

min strupes sår,

mitt hjärtas skri i världen.

(Da Ångest, 1916)

 

 

Non è dio che ci ama, siamo noi che amiamo lui.

Che stendiamo la mano verso di lui con l’anelito di qualcos’altro, qualcosa al di fuori di noi stessi,

così come fa l’amore.

E il nostro desiderio si fa più intenso, meno egli ci ricambia,

la nostra disperazione più profonda, più capiamo di essere soli.

Che siamo amati dal nulla.

È profondo come il rimpianto, come l’amore non corrisposto.

 

 

Det är inte gud som älskar oss, det är vi som älskar honom.

Som sträcker oss efter honom i längtan efter något annat, något utöver oss själva,

så som kärleken gör.

Och vår längtan blir hetare ju mindre den besvaras,

vår förtvivlan djupare ju mer vi förstår att vi är övergivna.

Att vi är älskade av ingen.

Vad är djupt som saknad, som obesvarad kärlek.

(Da Aftonland, 1953)

 

Bibliografia:

LAGERKVIST, P., Ångest, Stockholm, Albert Bonniers Förlag, 1916;

LAGERKVIST, P., Aftonland, Stockholm, Bonniers, 1953;

MJÖBERG, J., Ångest var hans arvedel: om Pär Lagerkvist som lyriker, Pär Lagerkvist-samfundet, 1999.

 

Foto di: Lennart Nilsson