di Sara Martello

 

«Non c’è linguaggio senza inganno»[1] dichiara il Marco Polo di Calvino ne Le città invisibili. La riflessione sulle possibilità e i limiti del linguaggio attraversa tutto il testo e s’intreccia con il problema della conoscenza, cioè di quali siano le modalità attraverso cui l’uomo può fare esperienza del mondo e cercare di comprenderlo. Ma è veramente nelle nostre facoltà il conoscere una realtà che Calvino stesso non esita a chiamare “labirinto”? Se tra parole e cose non esiste un legame, dovremmo allora concludere che il linguaggio è inevitabilmente sempre insoddisfacente e menzognero?

Innanzitutto, Le città invisibili si presenta come una raccolta di racconti inseriti in una cornice formata dai dialoghi fra Marco Polo e Kublai Kan. L’imperatore domanda al viaggiatore veneziano di descrivergli tutte le 55 città “incredibili” visitate durante le sue ambascerie nell’impero tartaro. Da una parte c’è «l’imperatore melanconico» consapevole che il suo impero sta andando in sfacelo e il mondo è ormai in rovina, dall’altra il «viaggiatore visionario» che racconta città impossibili e cerca tra le rovine piccole briciole di ciò che si può ancora salvare. La realtà contemporanea è sempre più caotica e la letteratura si presenta come sola difesa possibile, unico strumento in grado di individuare il disegno sottile, il senso dell’esistenza che ancora resiste al vortice entropico. Tra mondo e linguaggio non c’è coincidenza perfetta ma il linguaggio non può che parlare del mondo, ed è l’unico modo che l’uomo ha per conoscerlo, anche se forse non basta per comprenderlo.

Sin dall’incipit, il problema della sfiducia nel linguaggio viene collocato sullo sfondo di un mondo in disfacimento («Quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma») e l’imperatore dei Tartari ascolta con piacere il veneziano perché «solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere […] la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti». Il linguaggio viene presentato come uno strumento ordinatore con il quale l’uomo può cercare di conoscere la realtà. Marco Polo non conosce ancora le lingue orientali tuttavia sembra essere portatore di un linguaggio superiore: «Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che con gesti, salti, grida di meraviglia e d’orrore, latrati o chiurli d’animali, o con oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce: piume di struzzo, cerbottane, quarzi, e disponendo davanti a sé come pezzi degli scacchi».

La visione semiologica del mondo di Calvino, già presente ne Le Cosmicomiche e in Ti con zero, lo porta a sostenere che nell’universo tutto è segno e comunicazione, come dichiarato in Tamara: «Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre […] L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose».

Calvino quindi inserisce un esempio di linguaggio combinatorio: l’impossibilità del veneziano e dell’imperatore di comunicare, causata dalla reciproca ignoranza delle lingue, viene ovviata dall’uso di oggetti e gesti e suoni imitativi del mondo naturale che combinati tra loro creano una sorta di pantomima che il Kan deve interpretare: «Il gran Kan decifrava i segni, però il nesso tra questi e i luoghi visitati rimaneva incerto», incerto perché ogni oggetto può avere molteplici significati e ogni segno, come insegna la linguistica, è arbitrario. Questo significa che linguaggio e realtà non appartengono alla stessa dimensione: tra i due universi resta sempre uno scarto, un abisso invalicabile: «Nel render conto della densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile».[2]

Ogni senso resta parziale, circondato da «un vuoto non riempito di parole», rischioso almeno quanto pregevole. Al fondo di ogni discorso si cela l’inganno. Tuttavia Kublai inizia a credere che quando riuscirà a padroneggiare quel nuovo linguaggio finalmente egli possiederà la realtà nella sua interezza. Ma nessun sistema deve mai essere assunto come assoluto, il domino sul mondo resta sempre illusorio.

«Forse l’impero, pensò Kublai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente.

– Il giorno in cui conoscerò tutti gli emblemi, – chiese a Marco, – riuscirò a possedere il mio impero finalmente?

E il veneziano: – Sire, non lo credere: quel giorno sarai tu stesso emblema tra gli emblemi».

Successivamente, all’uso degli oggetti subentra un nuovo codice gestuale fatto di movimenti delle mani: «Così per ogni città […] faceva seguire un commento muto, alzando le mani di palma, di dorso o di taglio […] Una nuova specie di dialogo si stabilì tra loro». Ma ben presto anch’esso si irrigidisce e, diventato lingua stabile e chiusa, perde di efficacia fino a che tra i due interlocutori resta solo il silenzio.

Nel testo, dunque, dichiarazioni di sfiducia e fiducia nel linguaggio si alternano. Il centro del problema sta sempre nel rapporto conflittuale tra i segni e le cose: nella descrizione di Ipazia – città che disorienta il viaggiatore – viene affermato che ogni codice è relativo al fruitore: «I segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere -. Capii che dovevo liberarmi dalle immagini che fin qui m’avevano annunciato le cose che cercavo: solo allora sarei riuscito a intendere il linguaggio di Ipazia […] Non c’è linguaggio senza inganno». Ma poco dopo, parlando di Olivia, Marco Polo sembra contraddirsi: «La menzogna non è nel discorso, è nelle cose». Dunque menzogna e inganno sono sia nel linguaggio che nelle cose ma tra i due livelli resta sempre una comunicazione cosicché, come scrisse il critico Mengaldo, «la menzogna del linguaggio può rovesciare in verità, svelandolo, l’inganno della realtà».[3]

Quando Marco Polo, nell’apertura dell’ottavo capitolo, riprende a disporre oggetti per narrare al Kan le sue avventure, nella mente dell’imperatore avanza una nuova intuizione: «Se ogni città è come una partita a scacchi, il giorno in cui arriverò a conoscerne le regole possiederò finalmente il mio impero».

Dunque non occorrerà più spedire Marco Polo in viaggio, basterà giocare con lui infinite partite a scacchi nel cui disegno è nascosta la conoscenza dell’impero. Ma a furia di astrarre ogni cosa davanti ai suoi occhi si riduce a vuota illusione, lo scopo del gioco si perde, non resta che un tassello piallato, il nulla. Il sistema assoluto è sempre sfuggente, il modello di tutti i modelli non è raggiungibile, ogni storia alla fine si rivela sempre un fallimento, necessario perché si possa continuare a narrare.

Sarà Marco Polo a riavviare il discorso leggendo il tassello della scacchiera, analizzando minuziosamente i segni lasciati sul legno dal tempo e dalla storia: «La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…».

Calvino mette in guardia dai pericoli immanenti al razionalismo utopistico da cui spesso si sente lui stesso attratto. La sua convinzione è che esistano due soli modi per cercare di capire e rappresentare il mondo: una via astratta e razionalistica, che risale dai fenomeni concreti e cerca di individuare le leggi che li regolano, e una via che tenta invece di tenersi il più stretto possibile al reale.[4] Purtroppo, seguirle entrambe contemporaneamente è impossibile, come dimostra il corsivo alla fine del quinto capitolo:

«Marco Polo descrive, un ponte, pietra per pietra.

– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.

– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.

Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco».

Sfiducia nelle parole ma al contempo impossibilità di rinunciare a dire, arbitrarietà dei segni, alternanza tra codici linguistici ed extralinguistici, gioco combinatorio, problematicità del conoscere, relatività dell’esperienza: sono tutti temi che attraversano Le città invisibili e la riflessione saggistica dell’autore.

La conclusione a cui giunge Calvino è che, pur riconoscendo che il linguaggio è menzognero e fallace, il mondo sempre più un caos senza forma né direzione e la conoscenza completa un’utopia irrealizzabile, tutto ciò non basta a dichiarare il fallimento del linguaggio: un modo per vincere la “sfida al labirinto” c’è, anche se non è possibile individuare un sistema assoluto di regole che permettano di aggiudicarsi la partita. Il modello che egli propone di seguire è labile, fatto di frammenti e di posizioni sempre provvisorie in cui non c’è nulla di assoluto ma neppure nulla di perduto per sempre. Il Marco Polo di Calvino crede in un’utopia pulviscolare, fatta di piccoli frammenti discontinui che chi ha occhio attento può scorgere tra le ombre del presente: «Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla».

 

Bibliografia:

1 Fonti primarie

  1. Calvino, Le città invisibili, in Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1992
  2. Calvino, Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2016
  3. Calvino, Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi, 1980

2 Testi critici

  1. Asor Rosa, Letteratura italiana. Le opere. IV Il Novecento, II La ricerca letteraria, Torino, Einaudi, 1996
  2. Barenghi, Profili di storia letteraria. Calvino, Bologna, Il Mulino, 2009
  3. Bernardini, I segni nuovi di Italo Calvino, Roma, Bulzoni editore, 1977
  4. Grujičić, Molteplicità de Le città invisibili in una prospettiva lotmaniana in Rivista di studi italiani, n. 2, 2003
  5. V. Mengaldo, La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, Milano, Feltrinelli, 1975
  6. Milanini, L’utopia discontinua. Saggio su Italo Calvino, Milano, Garzanti, 1990
  7. Ravazzoli, «Le città invisibili» di Calvino: utopia linguistica e letteratura in Strumenti critici, II, n. 2, maggio 1987

 

[1] Tranne dove diversamente indicato, tutte le citazioni nel testo sono tratte da Italo Calvino, Le città invisibili, in Romanzi e racconti, edizione diretta da Claudio Milanini, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto, Milano, Mondadori, 1992

[2] Italo Calvino, «Esattezza», in Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2016 p. 74

Si veda anche quanto Calvino scrisse in «Due interviste su scienza e letteratura», in Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi, 1980 p. 185: «La letteratura sa che il linguaggio non è mai innocente, sa che scrivendo non si può dire niente di esterno alla scrittura, nessuna verità che non sia una verità riguardante l’atto dello scrivere».

[3] Pier Vincenzo Mengaldo, L’arco e le pietre in La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, Milano, Feltrinelli, 1975, p. 416

[4] Si veda l’interpretazione del passo fornita dall’autore stesso nelle Lezioni americane, Milano, Mondadori, 2016 p. 72 – 74