Di Claudia Fantucchio

«“Non mi ten…ga mai più tali dis…corsi!”»

 Sembrava che la ragazza stesse piangendo per finta, invece è sincera. L’io poetico le ha appena più o meno chiesto di sposarlo e lei – un po’ sentendosi presa in giro, un po’ per modestia – piange. Di più: singhiozza, e singhiozza al punto di forzare il metro.

Si tratta di una scena celeberrima del poemetto La signorina Felicita ovvero La Felicità di Guido Gozzano.

A frugare fra le sue opere, i puntini di sospensione si trovano in abbondanza, e la ragione è molto chiara: il poeta della nostalgia, dell’obsoleto (secondo le fortunate osservazioni di Sanguineti), il poeta che decanta la Torino di cinquant’anni prima e che crede che la sua donna ideale sarebbe stata l’amica di sua nonna che vede nelle vecchie foto – quel poeta, naturalmente, con tutto ciò che è sospeso ed evocativo va a nozze. (Si spera che, a differenza della signorina Felicita, tutto-cio-che-è-evocativo-e-sospeso non reagisca alla proposta scoppiando in lacrime).

A voler fare qualche esempio, si possono trarre dei versi proprio da L’amica di nonna Speranza. Nella parte terza il poeta riporta i discorsi tenuti dalla gente nel salotto d’altri tempi e, come ogni nostalgico e come certi sceneggiatori di film sui viaggi nel tempo, affastella tutta un’epoca in pochi versi, molto più di quanto sia lecito attendersi da una normale conversazione:

«“La Scala non ha più soprani…” – “Che vena quel Verdi… Giuseppe”».

[…] “…Azzurri si portano o grigi?” – “E questi orecchini? Che bei

rubini! E questi cammei…” – “la gran novità di Parigi…”

“…Radetzky? Ma che? L’armistizio… la pace, la pace che regna…”

“…quel giovine re di Sardegna è un uomo di molto giudizio!”»

È peraltro chiaro che l’uso frequente dei puntini di sospensione conferisce, in questo contesto, un realismo lievissimamente maggiore, malgrado l’atmosfera rarefatta. Per quanto Gozzano inserisca frequentemente nelle sue poesie discorsi diretti, essi tendono a soffrire poco le limitazioni del metro in quanto di solito tratta di monologhi introspettivi, magari rivolti dal poeta a una figura femminile. Bisogna osservare che, in questo caso, nel discorso interrotto dai puntini di sospensione il metro sembra essere meno invasivo all’orecchio del lettore. Non a caso questo tratto è associato all’uso del dialetto in alcuni versi della poesia Torino.

Ma volendo prendere in esame gli ultimi quattro versi di In casa del sopravvissuto (componimento anch’esso, come gli altri citati, tratto da I colloqui), si vede nella sua pienezza la tendenza alla malinconia e alla contemplazione – e alla consapevolezza del proprio stato contemplativo a all’ironia su di esso, ma questo è già un passo successivo.

«E fissa a lungo la fotografia

di quel se stesso già così lontano.

“Un po’ malato… frivolo… mondano…

Sì, mi ricordo… Che malinconia!”»

Una contemplazione che prende tutto il suo senso se vista anche dall’ulteriore prospettiva della filosofia schopenhaueriana, conosciuta e apprezzata da Gozzano stesso.

Torniamo al caso della signorina Felicita in lacrime; che, pur disomogeneo, è secondo me il più interessante. Reputo molto affascinante trovare un simile virtuosismo metrico in un autore che normalmente è capace di fare la dieresi sul nome “Gabriele” mentre scrolla le spalle (Ga-bri-e-le). Il lettore – il lettore che legga ad alta voce, poi! – si trova in immediata difficoltà davanti a quelle parole rotte dai singulti. Percepisce di dover impiegare lo stesso tempo a pronunciare ogni verso, trattandosi di soli endecasillabi. Al tempo stesso, i singhiozzi di Felicita lo chiamano a fermarsi, a seguire l’andamento del suo pianto, a concederle tutto il tempo che le serve. E non le serve molto, in realtà, considerato che pochi versi dopo la sua voce è già divenuta «un trillo gaio di fringuello».

Altro uso insolito. Lasciamo un attimo da parte I colloqui per avvicinarci a una poesia cosiddetta “dispersa”, ossia stampata nel 1911 sulla Rivista di Roma e poi ripescata da Sanguineti, che ringraziamo tutti quanti ogni giorno. Historia racconta uno di quei personaggi immessi per la prima volta nella poesia proprio dai Crepuscolari: un’insegnante, poi andata in Inghilterra per le nozze; la sua morte, qualche voce di paese. Riprende lo schema di una ballata, ma in modo niente affatto preciso. Ed è qua la cosa interessante: una delle poche costanti è che gli ultimi due o tre versi di ogni strofa rimano con la ripresa, e in particolar modo il verso finale di ognuna delle tre strofe rima con gli altri. È interessante notare che, seppure la ripresa termini con un punto fermo, tutte gli ultimi versi si concludano sistematicamente con i punti di sospensione («dal vasto arco ciliare…», «in terra d’oltremare…», «chi la volesse amare…»).

In generale, a leggere Gozzano in modo continuativo rimane addosso una sensazione di rallentamento, di dilatazione. I punti di sospensione non sono certo l’unico fattore e probabilmente neppure il più importante, ma di certo giocano il loro ruolo, e magari collegano pure, idealmente, una fantasticheria, delle chiacchiere e una frase rotta da singhiozzi.

 

Bibliografia

Guido Gozzano, Le poesie, a cura di Edoardo Sanguineti, Torino, Einaudi, 2016.

Immagine: Xilografia di Gianfranco Schialvino