Di Federico Donatiello

Come spesso accade per gli innovatori-conservatori, è difficile inserire il poeta romeno Mircea Ivănescu all’interno di categorie interpretative canoniche. Nato nella capitale Bucarest, è stato un artista volutamente “provinciale”, scegliendo di trasferirsi a Sibiu, una tranquilla città della Transilvania, e di vivere ai margini della vita letteraria ufficiale.

   Nonostante il carattere schivo, Ivănescu è stato uno dei poeti più rilevanti nella Romania post anni Sessanta, segnandovi una sorta di “rivoluzione silenziosa”. In un paese funestato dal totalitarismo comunista e dal proletcultismo, l’opzione autobiografica ivănesciana si presentava come un atto di forte rottura sia verso la retorica della poesia celebrativa di regime, sia verso i poeti suoi contemporanei dallo stile metaforico e fortemente soggettivo (Ana Blandiana, Nichita Stănescu).

L’elemento che più colpisce della poesia di Ivănescu è l’esistenza di un vero e proprio “mondo poetico” personale, governato da regole peculiari e costantemente fedele a sé stesso.

   Senza voler ridurre l’opera di Ivănescu a una costante ripetizione, essa è caratterizzata da un’ostinata disamina di situazioni reiterate fino all’esasperazione, creando una vera e propria variazione sul tema. Accanto a una scelta tematica polarizzata, anche lo stile segue un suo percorso di apparente de-retoricizzazione: la poesia di Ivănescu si presenta spesso come una narrazione neutra degli avvenimenti, volutamente incolore e attenta ai dettagli più futili. Per dare un’idea ancora maggiore di uniformità, il poeta tende ad “appiattire” visivamente i suoi testi, eliminando le lettere maiuscole o scegliendo titoli vaghi e poco connotati. Infine, il recupero saltuario di forme e schemi della tradizione letteraria occidentale (come il sonetto) contribuisce ad imbrigliare un contenuto altrimenti sfuggente e debordante.

   Ogni testo poetico di Ivănescu può essere visto come un tentativo di portare ordine nel mondo: topoi letterari triti e ritriti, elementi romanzeschi, reminescenze letterarie e memoria autobiografica si intersecano nel tentativo di dare un senso al quotidiano. Quasi meccanicamente, il bisogno analitico dell’Io ivănesciano si scontra frequentemente con uno scacco conoscitivo, che interrompe il flusso temporale della descrizione e il tentativo stesso di fare poesia, generando un vero e proprio momento di sospensione.

   Ad esempio, in Progetto di solitudine, un cripto-sonetto dominato da un erotismo gelido, ci imbattiamo in una figura femminile altera dalla vaga ascendenza stilnovistica: si tratta di un feticcio erotico verso il quale è diretto il tentativo di un “gioco” amoroso. Il momento della consapevolezza sopraggiunge improvviso all’apertura del componimento e l’Io poetico è costretto a un momento di lucidità, interrompendo la proiezione dei suoi stati d’animo interiori:

Ci vien detto che lei è stanca di dare continuamente importanza

al nostro gioco, a volte filtrato lucidamente

intorno a lei – e per un istante pensiamo a raccogliere brividi

di disagio, ad avvolgerci in essi, a dare sostanza

così alla nostra danza solitaria tra ombre

e parole che non significano più nulla,

né per noi, né per quelli che stanno fuori. È un piccolo

momento di disorientamento.

   L’improvvisa sospensione del “gioco” letterario porta alla perdita di significato delle parole stesse.

Lo stesso avviene in una tipica scena di interno proveniente da un testo senza titolo, dove l’Io poetico si trova in una situazione di scacco immobile. La memoria è una costruzione soggettiva che fa uso di topoi logori e frammenti già esistenti senza alcuna autenticità:

rovesciato sul divano, osservando come si infrangono

sul soffitto i suoni del pianoforte, dalla scatola accanto,

e senza colore si sperdono in aria. incapace

di pensare da qui in poi. questa

l’ho già scritta – come se l’intero tempo non fosse altro

che la ripetizione degli stessi, degli stessi pensieri

– e ricordi – e desideri. (e quando tenti di mutarli,

non rimane più nulla di vero. devi rimanere

immobile –)

   Una delle immagini predilette da Ivănescu è rappresentata dalle nevicate invernali, che perdono il loro carattere romantico a favore di una generale uniformità paesaggistica tutta artificiale. L’inverno è la stagione della “negazione” perché porta a una sospensione del flusso temporale, atrofizzando le parole stesse a causa del gelo:

Ho visto come principia l’inverno – un pomeriggio,

tanto tempo fa, quando improvvisamente ha iniziato a nevicare,

e la luce, quasi atona, scendeva a sfiorare

i contorni del mio gesto meravigliato. Sentivo posarsi

un cerchio di grande solitudine nell’anima. Da qui –

lo sapevo – sarebbero partite, con le impronte sulla neve,

le mie strade verso la consapevolezza, verso il rifiuto.

Giacché l’inverno è il tempo raggelato nella negazione, quando

neppure un cristallo di parole luccica dal di fuori.

Ogni riflesso è congelato.

   A riprova della fedeltà a determinate idee e ossessioni, in un altro inquietante paesaggio invernale, il tempo si trasforma addirittura in un cristallo, condannando il poeta a un’inevitabile afasia:

L’assenza può essere davvero come una serata

invernale – il tempo si trasforma in un cristallo attraversato

da un intreccio meticoloso di rami, dal cupo

significato, nel cielo come una campana di amaro silenzio.

   Come si vede, Ivănescu propone una descrizione realista degli oggetti, spesso di una precisione quasi magrittiana, ma in un contesto allucinato e privo di emozione. In alcuni casi, questi paesaggi innevati sono ancora più evidentemente luoghi “di carta” e proiezioni del “gioco” interiore:

sapere che d’ora in poi, un tempo immenso,

una stagione intera con i giorni sepolti nella neve, – ed una densa

onda di silenzio che ricopre tutto, – sarà tutto ciò che è reale. – e

ancora, sapendo che quello che, in realtà, nemmeno avviene

qui – è, di fatto, la verità, e che

tutto ciò che passa da qui, con le orme nella neve, che ordinatamente

si mescolano verso la porta esteriore, non potrà mai diventare una semplice

menzogna, – quando la verità è così complessa.

   La poesia si chiude con la constatazione per cui «tutto è letteratura – cioè la stessa grande menzogna»: l’intera realtà è una costruzione letteraria la cui affidabilità è messa a repentaglio dalle continue messe in dubbio sulla liceità delle regole del gioco stesso.

   Il senso di sospensione è ancora più evidente laddove è messo in evidenza il gioco letterario in tutta la sua fredda enigmaticità. La poesia gioco, di sera è una situazione astratta in cui un gruppo di personaggi si muove in un ambiente chiuso osservato da un Noi poetico:

Non roviniamo il gioco – questo gioco tranquillo

degli sguardi dalla finestra mentre gli altri

giocano in casa al gioco del silenzio – e con alti

occhi rincorrono i propri sorrisi. Qualche parola

possiamo riporla, come se soffiassimo sul vetro,

e poi, quando si saranno avvicinati, la vedranno,

e, forse, la cancelleranno. E pesante

sarà la loro mano mentre scivola sul vetro. Un corallo

diventa questo tempo mentre stiamo ad osservare.

Stanchi appoggiamo i palmi sul muro – appesantiti,

attendiamo al margine dell’altro tempo.

Da qui, per noi, tutto può succedere.

Loro non lo sanno nemmeno. Per loro è soltanto un alto

gioco in cui dispongono cubi sempre identici.

   La struttura del sonetto denota il carattere artificiale e “gelido” di un gioco il cui senso è destinato a non essere svelato: il tempo si ferma inspiegabilmente e diventa “un corallo” nell’attesa di una sospirata rivelazione. Pur in un quadro statico e vagamente infantile, che ricorda alcuni esiti del surrealismo di Picasso o di Magritte, la pantomima rende oggettivo uno scacco interpretativo irrimediabile.

   Per Ivănescu, sono gli strumenti stessi della scrittura ad essere complici del nostro fallace bisogno di razionalizzazione: la poesia, come la memoria, è una costruzione artificiale, che si scontra con i suoi stessi limiti e con prese di coscienza dolorose e improvvise. Il mondo di Ivănescu è, dunque, una pantomima rossiniana ora amara, ora ironica, ora giocosa, ora gelidamente disincantata e tragica: un continuo tentativo di compromesso tra spiegazione del reale e sua inevitabile messa in dubbio della nostra possibilità di comprendere il senso del mondo.

   Le traduzioni sono di Federico Donatiello e fanno parte dell’antologia ivănesciana da lui curata in corso di stampa presso la casa editrice Criterion.

 

Bibliografia

Mircea Ivănescu, Poeme alese (1966-1989), Braşov, Aula, 2003.

Federico Donatiello, Il poeta e le città di carta: paesaggi urbani nella poesia di Mircea Ivănescu, in «Romània Orientale», Roma, Sapienza Università Editrice, 31, 2018, pp. 321-36.

Clara Mitola, «La poesia è qualcos’altro?». Mircea Ivănescu, oltre il modernismo, in «Orizzonti culturali italo-romeni», http://www.orizzonticulturali.it/it_poesia_Mircea-Ivanescu.html (ultimo accesso: 25 febbraio 2019).