di Richárd Janczer

 

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

 

Oggi arrivano i barbari.

 

Perché mai tanta inerzia nel Senato?

E perché i senatori siedono e non fan leggi?

 

Oggi arrivano i barbari.

Che leggi devon fare i senatori?

Quando verranno le faranno i barbari.

 

Perché l’imperatore s’è levato

così per tempo e sta, solenne, in trono,

alla porta maggiore, incoronato?

 

Oggi arrivano i barbari

L’imperatore aspetta di ricevere

il loro capo. E anzi ha già disposto

l’offerta d’una pergamena. E là

gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

 

Perché i nostri due consoli e i pretori

sono usciti stamani in toga rossa?

Perché i bracciali con tante ametiste,

gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?

Perché brandire le preziose mazze

coi bei caselli tutti d’oro e argento?

 

Oggi arrivano i barbari,

e questa roba fa impressione ai barbari.

 

Perché i valenti oratori non vengono

a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

 

Oggi arrivano i barbari:

sdegnano la retorica e le arringhe.

 

Perché d’un tratto questo smarrimento

ansioso? (I volti come si son fatti serî!)

Perché rapidamente e strade e piazze

si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

 

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.

Taluni sono giunti dai confini,

han detto che di barbari non ce ne sono più.

 

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?

Era una soluzione, quella gente.

 

Aspettando i barbari è tra le poesie più celebri ed enigmatiche del grande poeta neogreco Kavafis e la sua fama è radicata nelle suggestioni e nelle domande che lascia sospese, quesiti universali che appartengono a ogni tempo.

Il primo enigma che questa poesia pone, e volutamente non risolve, è il seguente: chi sono i barbari che stanno arrivando? O in altre parole: in che tempo storico si colloca la vicenda qui mitizzata? Kavafis si sta forse riferendo ai goti del IV-V secolo che misero in ginocchio ad Adrianopoli il nascente impero bizantino? O sta narrando una delle sue innumerevoli sconfitte precedenti al collasso finale del 1453? Il poeta alessandrino sta forse parlando degli imperi coloniali del suo tempo e delle sconfitte subite dai “selvaggi” autoctoni (senza svelare se i barbari sono i colonizzatori o i colonizzati)?

La datazione di Aspettando i barbari è incerta ma è sicuramente stata composta tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, il che rafforza la tesi della lettura “coloniale”. La critica neogreca si è soffermata a lungo su quali fossero le coordinate storiche alle quali Kavafis si stesse riferendo, senza però riuscire a dare una risposta definitiva.

 

Questa poesia si colloca all’interno di un corpus, come quello del poeta alessandrino, formato perlopiù da poesie “storiche”, vive dimostrazioni della straordinaria capacità di rievocare il passato che è spesso il mondo tardo-antico. Un ottimo esempio di questo è la poesia Un patrizio bizantino, esule, scrive versi in cui, nonostante l’autore fornisca indicazioni geografiche e storiche “precise”, il suddetto patrizio bizantino sente e vive come un uomo del nostro tempo. La storia è intesa da Kavafis come un mezzo per delocalizzare problematiche contemporanee sia sociali che liriche. L’artificio narrativo della storia come palcoscenico in cui recitare il proprio teatro rivela le sue variazioni già a livello paratestuale: può indicare una data e un evento precisi (Idi di marzo, La battaglia di Magnesia, 31 a.C. ad Alessandria ecc.) o limitarsi al ruolo di vaga cornice (La satrapia, Troiani ecc.) ma il regista-autore non si limita mai a una sterile rievocazione del passato. La sua frequentazione dell’antico (inteso tout court, come tardo-antico, medievale-bizantino o mitologico) ha sempre lo scopo di restituirgli linfa vitale e soprattutto fertilità piantando sempre in seno al suo orizzonte, spesso intriso di nostalgia, le radici di una meditazione più ampia. Kavafis tratta la storia (e il mito) come un eterno contemporaneo, dimostrandosi un vero e proprio negromante: riesuma protagonisti e comparse sepolti da millenni mostrando che il sangue che li animava è lo stesso che pulsa nelle nostre vene, sia nei momenti fatali che nelle note a margine degli annali; una filologia poetica molto affine alle mirabili architetture della prosa di Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

 

Tornando a Aspettando i barbari, gli elementi storici ivi disseminati sono volutamente generici e ambigui, nel senso che possono trovare il loro significato in diversi contesti: l’imperatore, il Senato, i consoli e i pretori in toga rossa e i barbari al confine sono elementi che alludono ai secoli di passaggio tra mondo tardo-antico e medioevo ma il loro valore simbolico non è limitato all’epoca che rievocano, un intervallo di tempo già di per sé vago e indefinito. La fama e il fascino di questa poesia risiede proprio nell’ambiguo gioco di riferimenti e allusioni mai troppo dettagliate attraverso il quale è costruita, facendo sì che i riferenti dei propri segni non smettano di porre quesiti e diano vita a un mistero senza soluzione. Grazie a questo risulta sempre attuale per la sua universalità e inattuale perché capace di interrogare ogni presente. Un esempio lampante di questo lo fornisce il premio Nobel J. M. Coetzee che ha scritto un omonimo romanzo, riadattandone le tematiche e ambientandolo nel Sudafrica dell’apartheid.

 

All’interno della produzione kavafisiana questo componimento non differisce solo per il suo carattere particolarmente simbolico ma anche per la struttura che non è più monologica o didattica, ma binaria e più precisamente dialogica. Due voci si alternano: una è sentenziosa e ripete il mantra “oggi arrivano i barbari” e relativi corollari annessi, l’altra invece non si arrende all’ineluttabilità di questo orizzonte e interroga il presente, coerentemente al suo carattere scettico e critico. Le voci si alternano sempre nello stesso ordine, con la particolarità che quella che ha preso la parola all’inizio finisce anche per chiudere il cerchio o almeno la parentesi discorsiva che Kavafis riporta. L’architettura compositiva è così formata da una domanda che pone in dubbio il presente, a cui non segue una risposta vera e propria, ma solo una sentenza che tende a legittimare lo status quo. Non si può dunque affermare che dialoghino ma piuttosto che coesistano come due monologhi compresenti sulla stessa scena, allo stesso tempo.

 

È necessario però approfondire il contenuto dell’assenza della loro comunicazione. Nonostante i due astanti siano opposti o in disaccordo, si trovano entrambi in quel tempo sospeso che comporta l’attesa dei barbari. La differenza tra i due sta però nell’atteggiamento che assumono rispetto alla situazione in cui si trovano gettati. La prima voce, come già accennato, cerca un perché attraverso la forma della domanda diretta e cerca continuamente un’uscita dallo status quo, criticando l’attitudine passiva dello Stato rispetto a questa incognita incombente, rappresentata dall’arrivo dei barbari, e contrapponendo il presente a una quotidianità attiva, rievocata come tradizionale e normale. La seconda invece rivela il suo carattere decadente, cioè arrendevole e compiacente di fronte alla disfatta, mentre narra e descrive l’ineluttabilità di quest’evento incombente e l’impossibilità di soluzioni politiche alternative: così è e non può essere altrimenti, è un essere umano che ha rinunciato completamente a essere artefice del proprio destino.

È interessante seguire gli squarci che apre questa seconda voce nei dettagli che traccia. L’esercizio della legge è interrotto, l’imperatore consegna senza resistenza quello stesso potere di cui è simbolo e incarnazione, le armi non vengono brandite ma adornate per lasciare che siano lo sfarzo e la vanità a vincere la battaglia che nemmeno si ha intenzione di combattere. Tutto l’apparato statale ha chinato il capo senza nemmeno vedere l’ombra del nodo scorsoio e le strade sono diventate deserte prima ancora che i razziatori siano giunti all’orizzonte. Kavafis ci descrive una società sconfitta già prima di essere ferita, fotografata all’apice della propria decadenza e incatenata alla speranza di una rovina purificatrice, un impero in sfacelo, condannato a sfaldarsi da solo e che preferisce volgere lo sguardo altrove e rimanere cieco rispetto alla propria decomposizione ante-mortem.

Per Charles Simić (uno dei più importanti poeti in lingua inglese degli ultimi decenni), che ne ricorda il carattere universale, il componimento risulta essere an apt description of any state that needs enemies, real or imaginary, as a perpetual excuse, the defenders capitulate morally even before the enemy shows up. L’atmosfera così creata, ricorda molto quella di Langueur (Languore) di Verlaine[1] ma sarebbe riduttivo filtrare tutta la poesia attraverso questa eco, dato che solo una delle voci, la seconda, si arrende a questa decadenza; la prima voce, come già accennato, è scettica e dubitativa, controbilancia l’altra e smuove le coscienze.

 

Giunti alle ultime due strofe, il componimento cambia però vertiginosamente tono.

Il dialogo dei due astanti è gettato fuori dal limbo che l’aveva incubato. La seconda voce rimane narrativa ma si esprime attraverso una catena di passati prossimi, non c’è più nessuno per cui fermare il tempo, la prima, che i barbari non li ha mai attesi veramente, non interroga più il presente ma il futuro: i barbari non sono arrivati, la domanda non è più rivolta al loro arrivo ma a un futuro incerto, da costruire in uno stato che si era arreso invano.

Il nuovo “purgatorio”, con cui si conclude il componimento, è diverso: l’arrivo dei barbari era uno specchietto per le allodole. Nella solitudine, i due interlocutori realizzano che il vero nemico non era quello in avvicinamento ma quello che ha finito per divorare se stesso nell’attesa. Sventurato lo stato che ha bisogno di nemici (reinterpretando liberamente la massima di Brecht inserita in Vita di Galileo)!

 

La sospensione è stata comoda anche se vissuta nella paura perché l’attesa inerte è sempre più comoda di una vita activa. La paura di un nemico mai arrivato –o addirittura immaginario- ha portato alla follia sia l’apparato statale che il popolo stesso.

Non rimane dunque che l’amarezza della verità, la coscienza della propria debolezza, della propria accidia in balia di qualsiasi forza del destino, di un fato tanto beffardo da umiliare per la paura lo schiavo piuttosto che fargli subire la tragedia, rendendolo “punitore di se stesso” prima che vittima della brutalità altrui. Nella versione di Montale, che commette il crimine di tradurre questa poesia a partire da una traduzione inglese, l’epilogo risulta ancora più disincantato: «E ora che faremo senza Barbari? / (Era una soluzione come un’altra, /dopo tutto…)».

 

L’attesa dei barbari come soluzione. Questo è possibile solo per chi non sa convivere con se stesso, per chi non sa abitare un luogo senza vedere ombre di minaccia tra i pini della foresta, ma quando sarà sfrattato dalle sue stesse illusioni e scoprirà che esse non erano che proiezioni della sua fragilità mentale, si sentirà smarrito d’innanzi alla propria immagine allo specchio, sarà la prima volta che si confronta con chi è veramente.

E questi barbari chi erano? Gli astanti o coloro che non sono mai arrivati? Coloro che vivono al di là dei confini della nostra cosiddetta civiltà o chi fonda la propria identità, la propria intera società sulla “costruzione di un nemico” (Umberto Eco) che non assume mai una forma reale, a causa della sua stessa ontologia metafisica? Il mostro generato dal sonno della ragione finisce per evidenziare l’immonda dinamica che quei mostri partorisce.

Aspettando i barbari rimane dunque un monito non solo per ogni dialettica dello straniero ma anche per le culture di ogni epoca incapaci di rapportarsi all’altro da sé in un modo che non sia lo “scontro tra civiltà”. L’uomo di oggi come dovrebbe leggere questa poesia?

Inteligenti pauca.

 

Bibliografia:

KAVAFIS, Costantino, Poesie, Oscar Mondadori, Milano, 2008. A cura di Filippo Maria Pontani.

MONTALE, Eugenio, Tutte le poesie, Mondadori (I Meridiani), Milano, 2005, pp. 773-774.

SIMIĆ, Charles, Some Sort of a Solution: Charles Simic reviews ‘The Collected Poems’ by C.P. Cavafy, translated by Evangelos Sachperoglou and ‘The Canon’ by C.P. Cavafy, translated by Stratis Haviaras, in London Review of Books, vol. 30, nº 6, 20 marzo 2008, pp. 32-34.

 

[1] Come suggerito da T. Malanos. Riportato da F. M. Pontani nelle “Note al testo” (Poesie, p. 229).