di SILVIA DI GIROLAMO

Emmanuel Carrère nella prefazione del libro di Ferenc Karinthy scrive che “Epepe è palesemente destinato a diventare un libro di culto”, alla luce della rilettura del libro la frase di Carrère può suscitare pareri contrastanti. Questo può originare dal fatto che essendo un libro estremamente contemporaneo conserva l’illibatezza tipica di quei romanzi alle cui spalle non vige ancora un serioso apparato critico che ne contraddistingue correnti e influenze. In che modo può, allora, un novizio attirare così tanto l’attenzione di un pluripremiato regista e scrittore del calibro di Carrère? Perché spingersi oltre al punto di intravederne un destino così fortuito? Indubbiamente Epepe è un libro che si configura nel grande panorama della letteratura che fa dell’uomo e del suo rapporto con  con gli altri e con lo spazio che lo circonda il dramma di una sospensione perenne tra la dimensione interiore e la dimensione esteriore del proprio io, entrambe incapaci di scendere a compromessi quando una catena irrazionale e imprevedibile di eventi scatena il panico nella vita di un uomo tranquillo, abitudinario, discreto e introverso. In aggiunta allo stato di interdizione del soggetto, un’altra piaga che caratterizza le arie del testo è una sensazione di aleggiante panico che perseguita  protagonista e lettore, dovuta all’escamotage del narratore esterno di adottare una focalizzazione illimitata, presente e assente, incapace di intervenire eppure capace di far intuire ogni prossimo capitombolo e fallimento del personaggio. Un simile procedere racchiude in sé echi di una letteratura di cui il pubblico occidentale sente il riflesso nei romanzi di stampo kafkiano, tipici soprattutto de Il castello e Il processo.

 

Più da vicino, il romanzo tratta lo svolgersi della seguente vicenda: il signor Budai, diretto ad Helsinki per tenere una relazione ad un congresso di linguistica, “nella confusione dello scalo” sbaglia uscita, salendo “su un volo diretto altrove” senza che neanche il personale dell’aeroporto se ne accorga. Sprofondato in una quiete soporifera non appena partito, non sa neanche “verso dove e per quanto tempo abbia volato”, anche perché è senza orologio, vista l’intenzione di comprarsene uno sul posto. Si trova così in una città del tutto sconosciuta dove  si parla un idioma incomprensibile anche per un  etimologo esperto come lui che, “senza contare l’ungherese e il finlandese, […] aveva studiato il vogulo e l’ostiaco, poi conosceva il turco, qualcosa di arabo e di persiano, nonché il paleoslavo, il russo, il ceco, lo slovacco, il polacco, il serbocroato. Ma la parlata di quel luogo non ricordava nessuna di queste, e nemmeno il sanscrito, l’hindi, il greco antico o moderno; e non poteva essere una lingua germanica, perché Budai sapeva il tedesco, l’inglese e anche un po’ di olandese. Conosceva il latino, il francese, l’italiano e lo spagnolo, masticava il portoghese, il romeno, il ladino, e aveva nozioni di ebraico, armeno, cinese e giapponese”.

Dunque quella che doveva essere un’occasione culturale di confronto in terra conosciuta diventa la manifestazione concreta dell’inconscia paura umana di sentirsi estraneo fra i propri simili. Ogni tentativo di comunicare si traduce in una sempre più profonda comunicazione dell’incomunicabilità stessa, anzi di più: i suoi tentativi sempre più confusionari di venire a capo sul nome del luogo, sull’etnia delle persone, sulla tradizione culinaria o più semplicemente sull’architettura cittadina restano insoddisfatti, configurandosi nella più vasta rete di insuccessi forse relazionali, forse propriamente caratteriali, che come risultato lo portano a incappare nelle stesse delusioni, fonti sempre più nauseanti di frustrazione e alterazione del carattere: “[…] Dalla rabbia picchiò un pugno sul comodino con una tale violenza che la lastra di vetro andò in pezzi e si ferì la mano. Prese a sanguinare; si fasciò prima con il fazzoletto, poi con un asciugamano, ma anche questo si intrise subito di sangue. Odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e cambiare la sua natura, e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro.”.

 

Uno degli elementi principali che si pongono in contrasto con il protagonista ed accentuano lo stato di spaesamento nonché di delusione – del soggetto sono da ricercare nella fallita dialettica tra l’uno e il molteplice: tra la folla in continuo movimento, inarrestabile ed esponenziale, e quel singolo che fa fatica a tenersi a galla, a dare voce al proprio disagio nonostante sia fornito dei mezzi di studio necessari. Il mondo in cui Budai si trova catapultato è  in costante attività, una città che le cui coordinate spazio-temporali sono avvicinabili a quelle di un formicaio, dal cui minuscolo orlo che porta alla luce né l’autore né il lettore sono graziati. Il cielo è plumbeo, nebbioso, solo nel momento in cui il biancore cede il passo all’oscurità Budai trova un attimo di riposo, ma è un riposo tormentato dal pensiero incessante del domani, che racchiude al suo interno il pensiero del non farcela, delle costanti difficoltà, della solitudine immeritata come in un sinistro gioco di scatole cinesi. Allo stesso modo, incessante è il desiderio di comprensione che resta inappagato. Il tempo, come lo spazio che non è mai proporzionalmente sufficiente alla massa intricata di persone che lo attraversano, sono i criteri di organizzazione testuale più sottoposti a pressione da parte di Karinthy:  eccezion fatta per la stanza d’albergo, rifugio dal fuori e prigione del proprio pensiero. Lo stress a cui viene sottoposta la psiche dell’uomo è uno moltiplicata all’inverosimile da tanti piccoli dettagli che spazientiscono la lettura e affaticano la narrazione: per esempio si è costretti a file interminabili per fare qualsiasi cosa e, per non essere schiacciati, è necessario farsi largo a forza di calci, spintoni e gomitate. Sembra che non ci sia scampo all’inferno, nessun aiuto, nessuna compassione, quella fiumana di esseri umani di ogni razza e colore bada esclusivamente a sé stessa, comportandosi in modo uguale e ugualmente indifferente ai bisogni di uno; eppure Budai incontra Epepe, la bionda ascensorista del suo albergo, che si accorge di lui. Da uno sguardo a un sorriso, da una carezza a una chiacchierata sulla terrazza al diciottesimo piano, incomprensibile:

“Era elettrizzato: per quanto esile, era pur sempre un legame, un rapporto, il primo da quando era lì – se l’avesse mantenuto e coltivato, poteva diventare il filo d’Arianna di quel gigantesco e popoloso labirinto…Magari stava facendo una scoperta dalla portata universale,e un giorno, alla fine, avrebbe visto con altri occhi quella situazione. Magari era il primo a essere arrivato in quel luogo. O forse no, era tutta una sua illusione.”

 

Quando non è con lei, Budai cammina, ma senza sapere verso che direzione. Cammina, chiede informazioni, cambia strada, segue l’istinto, cerca di seguire le indicazioni, si perde: capita in un cimitero, osserva le scimmie allo zoo, attraversa un campo sterminato di detriti le cui scie portano ad un mattatoio e assiste allo spettacolo terrificante della macellazione a cui i suoi occhi oppongono  resistenza, spingendolo talmente lontano da raggiungere prima Epepe col pensiero e, in lontananza, una chiesa.

L’associazione tra pensieri di natura amorosa e scenari sanguinari, del sublime e dell’orrido, proseguono fino alla fine: in qualche modo, lo spaesamento produce la sospensione di ogni limite etico rintracciabile tra categoria e categoria, sentimento e istinto, piacere e repulsione, amore e violenza, tanto che Budai finirà per sfogare il suo desiderio represso e la sua nuova istintiva violenza su Epepe nella scena più intima che li riguarda, l’amplesso. Indice di un rapporto labile, effimero e destinato ad esaurirsi, ciò che la relazione con Epepe e un’imprevista febbre destabilizzante riaccendono in lui è la miccia della “caparbietà”, “quell’indefinibile accanirsi, quell’inspiegabile furia, quella resistenza che gli impediva di arrendersi, di uscire vinto da ogni lotta”.

 

“Si era inselvatichito, e ora anche la nostalgia di casa si era attenuata. Non teneva neppure il conto di quanto tempo era passato dal suo arrivo in città. A casa si ricordavano ancora di lui? Oppure lo avevano dato per disperso, cancellato, forse perfino rimosso? La casa, quella di un tempo, era diventata un ricordo sempre più vago e nebuloso; l’unica cosa invariata era l’imperativo di andarsene da lì. Dove e con quale mezzo non gli importava, l’essenziale era andare via, via, via.”

 

Non appena recupera le forze, come se tutte le disgrazie nel mezzo non bastassero, a un certo punto si scatena una sorta di delirio cittadino: Budai assiste a quella che a tutti gli effetti sembra una parata, uno spettacolo all’aperto, che solo dopo preannuncerà lo scoppio di una vera e propria guerra civile, interrompendo qualsiasi reale flusso temporale dell’azione. Esiste, alla fine, solo lo spazio delle cose e delle cose distrutte dalla guerra, da cui il lettore riemergerà a pezzi solo alla fine del libro, senza però che nulla si capisca di come abbiano fatto i corpi a sparire e le macerie a spazzarsi via e gli edifici ad essere messi in sicurezza come se nulla fosse successo; e che nulla si sappia della sorte di Budai, visto il finale aperto che si disperde infinitamente come il ricordo di Epepe.