Di Sebastiano Valà

 

Scrivere un libro è il sogno nel cassetto di molti, se non di tutti e, chissà, di vederlo pubblicato e venduto sugli scaffali di qualche famosa libreria. Si scrive per raccontare una storia, per condividere un’idea, per ricordare il passato o solamente per il gusto di farlo. Si impiegano tutte le risorse del pensiero disponibili, le conoscenze accumulate, le esperienze vissute mentre le dita battono sulla tastiera o, per i tradizionalisti, la mano scivola sul foglio impugnando la penna. Lo scafandro e la farfalla è un’eccezione originale nel vastissimo panorama di opere autobiografiche poiché è stato scritto con un occhio, nel vero senso letterale.

La vita di Jean-Dominique Bauby, padre di due bambini, giornalista e capo redattore di Elle, una rivista francese di moda e bellezza, scorre piacevolmente tra il lavoro, la famiglia e i viaggi fino al giorno in cui viene sconvolta tragicamente. L’8 dicembre 1995, a soli 43 anni, Bauby viene colpito da un ictus che lo getta in un coma profondo. Dopo 20 giorni di incoscienza e alcune settimane di lento risveglio in cui la sua mente esce pian piano dalla nebbia, si rende conto delle sue condizioni: a causa dell’incidente è completamente immobile, bloccato, non riesce a muovere nessuna parte del proprio corpo, a parte l’occhio sinistro. È colpito da quella che in medicina si chiama “locked-in syndrome”, vale a dire una sindrome in cui sono state danneggiate tutte le fibre nervose che dal cervello attraverso il midollo spinale controllano tutti i muscoli, tranne quelle che permettono il movimento dell’occhio sinistro e la chiusura della sua palpebra. Tutto il resto, come il pensiero, l’attenzione, la coscienza, le sensazioni corporee e altre facoltà mentali sono intatte. Bauby non è in grado di mangiare, parlare, muoversi e respirare senza l’ausilio delle macchine e delle altre persone ma è perfettamente lucido. Il suo corpo diventa una prigione, una gabbia, è rigido e pesante come lo scafandro di un palombaro. Tuttavia, all’interno vola la farfalla del suo spirito che esplora liberamente lo spazio interiore. L’occhio che si muove è l’unico contatto con la realtà esterna, l’ultimo sottile filo che lo lega al mondo e agli altri. Sbattere una volta le palpebre vuol dire sì, due volte significa no. Sempre con un battito di ciglia, Bauby ferma l’interlocutore su una lettera dell’alfabeto recitato a voce alta secondo l’ordine di frequenza della lingua francese e, lettera dopo lettera, forma parole, frasi e pagine del libro.

Per diversi mesi, ogni mattina pensa e fissa nella mente un capitolo che, in seguito all’arrivo di una redattrice del suo editore, detta lentamente attraverso il suo occhio. Quello che ne risulta è un racconto frammentario della sua nuova esistenza ricco di sfumature e nuovi punti di vista. Come egli stesso lo definisce, il “viaggio immobile” che intraprende nella camera 119 dell’ospedale marittimo di Berck è un percorso che si articola tra le giornate monotone in ospedale, la conoscenza del personale sanitario, i giorni passati con la propria famiglia. Lo stato d’animo cambia spesso saltando da attimi di speranza ad altri di rassegnazione, dal puro e divertente sarcasmo al triste disincanto.

In brevi e concisi capitoli, Bauby descrive la sua routine quotidiana: i momenti particolari della giornata come la fisioterapia, il bagno, l’orario di visite in cui vengono a trovarlo i suoi amici, ognuno con reazioni diverse e peculiari alla vista delle sue condizioni su cui si posa l’attenzione di Bauby; i pazienti che lui chiama “turisti”, cioè quelli che, presto o tardi, se ne andranno, i quali volgono lo sguardo altrove quando lui passa davanti in carrozzina, spinto dagli infermieri; l’incontro con il suo “angelo custode”, Sandrine l’ortofonista che ha instaurato il codice di comunicazione senza il quale sarebbe tagliato fuori dal mondo; le passeggiate estive lungo il litorale della cittadina.

In altri capitoli dà spazio alla dimensione onirica, descrivendo i sogni che lo rendono libero di muoversi negli ambienti che la sua mente crea. Durante il tempo in cui è solo, immobile sul letto, inevitabilmente Bauby si perde nel ricordo della vita precedente alla malattia come ad esempio alcuni attimi della sua infanzia e adolescenza, il pellegrinaggio a Lourdes insieme alla sua compagna, le giornate trascorse a Parigi fino ad arrivare ai momenti subito precedenti al coma.

Non mancano pagine ricche di commozione e di fortissimo coinvolgimento emotivo come quando sta giocando all’impiccato con uno dei due figli, e scrive “un’ondata di malinconia mi ha invaso. Théophile, mio figlio, è seduto là, il viso a cinquanta centimetri dal mio, e io, suo padre, non ho il semplice diritto di passargli la mano tra i folti capelli, di pizzicargli la peluria della nuca, di stringere fino a soffocare il suo corpo morbido e tiepido. Come dirlo? È mostruoso, ingiusto, disgustoso o orribile? Improvvisamente ne sono spossato. Le lacrime vengono a galla e dalla gola sfugge uno spasmo rauco che fa trasalire Théophile. Non aver paura ometto, ti voglio bene.”.

Lo stile è piano, prevalentemente paratattico, facile da seguire. L’autore è pragmatico e conciso, le descrizioni sono chiare e essenziali, il flusso dei suoi pensieri è organizzato, senza perdersi in vane divagazioni. Bauby offre al lettore un’esperienza unica che, attraverso l’uso attento e curato delle parole, viene coinvolto e finisce per immedesimarsi nella vita dell’autore, una sorta di sospensione dalla realtà dove mente e corpo sono divisi, in cui quest’ultimo è diventato una prigione inespugnabile. Soltanto il suo occhio è in grado di vedere attraverso l’oblò dello scafandro, riuscendo per qualche attimo a rompere la barriera e inviare al mondo esterno qualche estemporaneo messaggio carico di un bisogno estremo di comunicare. Nonostante tutto, libera da ogni costrizione, la farfalla del suo spirito vola libera nella sua mente.

Il libro viene pubblicato il 7 marzo 1997, ricevendo eccellenti critiche e vendendo 200.000 copie solo nella prima settimana. Dieci giorni dopo la sua uscita in Francia, Bauby muore per arresto cardiaco conseguente a una polmonite, all’età di quasi 45 anni.

Nel 2007 è stato realizzato il film omonimo, girato dal regista Julian Schnabel. La pellicola è stata premiata per la miglior regia al festival del cinema di Cannes.