Di Richárd Janczer

 

Pilinszky János (1921 – 1981) è stato forse il più importante poeta del secondo Novecento ungherese.

L’evento che ha maggiormente segnato la sua esistenza è avvenuto durante la seconda guerra mondiale: nel novembre del ’44 viene chiamato alle armi e costretto a seguire la ritirata della Wehrmacht fino al villaggio di Harbach. È in questo periodo che conoscerà la realtà di diversi lager, esperienza che segnerà profondamente la sua poesia, tanto da diventarne uno dei più celebri elementi topici.

La fine del conflitto non porterà però serenità nella sua vita, in Ungheria infatti viene instaurato un ferreo regime socialista. Il poeta, come molti altri colleghi, pagherà con la censura e l’indifferenza la “colpa” di essere stato di fede cattolica nell’unico periodo della storia ungherese in cui esserlo era osteggiato. La sua poesia non trova posto tra i rigidi dettami del realismo socialista, possiamo infatti riconoscere al suo interno alcuni temi cari all’esistenzialismo filtrati attraverso una lettura religiosa, seppur personale. Pilinszky affronta spesso nei suoi versi la solitudine dell’uomo in assenza di Dio, l’incapacità dell’uomo di emanciparsi dal dolore e la condizione degli ultimi (fu per tutta la vita un fervente lettore di Dostoevskij).

Abbandona la poesia nel 1976. I motivi di una così grave decisione sono ancora oggetto d’indagine, elementi importanti per dare risposta a questo mistero potrebbero essere il suicidio della sorella, avvenuto l’anno precedente, o la fine della relazione con una storica delle religioni, la tedesca Jutta Scherrer. Al momento della rinuncia però, Pilinszky è ormai un poeta affermato e il suo posto nel canone letterario saldamente riconosciuto; l’attrito ideologico con i vari regimi socialisti non gli ha infatti impedito di imporsi gradualmente nella scena letteraria, tanto che nel 1980 riceverà il premio Kossuth, il più prestigioso premio culturale ungherese.

Muore l’anno successivo d’infarto.

 

Pesci nella rete

Ci dibattiamo nella rete stellare

pesci spiaggiati,

boccheggiamo nel nulla,

le nostre bocche mordono spazio secco.

Chiama invano, con un sussurro,

l’elemento smarrito,

tra pietre affilate e sassi

è necessario soffocando

vivere-morire l’uno contro l’altro!

Il cuore rabbrividisce.

Il nostro dibatterci ferisce, soffoca

i nostri fratelli.

Alla parola urlata che copre la parola altrui

nemmeno l’eco risponde;

non abbiamo motivo di ammazzarci e lottare

eppure è necessario.

Ci castighiamo, ma il nostro castigarci

non è castigo,

non può redimerci dai nostri inferni

alcuna sofferenza.

Ci dibattiamo in una rete immensa

e a mezzanotte, forse,

saremo vivanda sull’enorme

tavola imbandita di un pescatore.

 

Halak a hálóban

Csillaghálóban hányódunk

partravont halak,

szánk a semmiségbe tátog,

száraz űrt harap.

Suttogón hiába hív az

elveszett elem,

szúró kövek, kavicsok közt

fuldokolva kell

egymás ellen élnünk-halnunk!

Szívünk megremeg.

Vergődésünk testvérünket

sebzi, fojtja meg.

Egymást túlkiáltó szónkra

visszhang sem felel;

öldökölnünk és csatáznunk

nincs miért, de kell.

Bűnhődünk, de bűnhődésünk

mégse büntetés,

nem válthat ki poklainkból

semmi szenvedés.

Roppant hálóban hányódunk

s éjfélkor talán

étek leszünk egy hatalmas

halász asztalán.[1]

 

 

Cerimonia del fondale

Nel caldo sanguinoso dei porcili

chi osa leggere?

E chi osa,

al calar del sole tra campi di schegge,

nel flusso del cielo e

al tempo del riflusso della terra,

incamminarsi verso una qualunque meta?

Chi osa

con gli occhi chiusi arenarsi

in quel fondale,

lì, dove

capita sempre un ultimo cenno,

tetto di una casa,

volto meraviglioso, o almeno

il gesto di una mano, un cenno del capo,

il muoversi di una mano?

Chi sa

a cuore sereno adagiarsi

nel sogno, il quale travolge le amarezze

dell’infanzia e solleva

il mare come una manciata d’acqua al viso?

 

A mélypont ünnepélye

Az ólak véres melegében

ki mer olvasni?

És ki mer

a lemenő nap szálkamezejében,

az ég dagálya és

a föld apálya idején

útrakelni, akárhová?

Ki mer

csukott szemmel megállani

ama mélyponton,

ott, ahol

mindíg akad egy utolsó legyintés,

háztető,

gyönyörü arc, vagy akár

egyetlen kéz, fejbólintás, kézmozdulat?

Ki tud

nyugodt szívvel belesimúlni

az álomba, mely túlcsap a gyerekkor

keservein s a tengert

marék vízként arcához emeli?[2]

1972

 

Bibliografia:

PILINSZKY, János, Összes versei, Osiris kiadó, 2003.

[1] p. 11.

[2] p. 98.

 

Nell’immagine in evidenza è ritratto uno dei celebri murales poetici della città olandese di Leiden, abbellita da poesie straniere lasciate volutamente nella loro lingua originale.