Di Debora Scionti

 

Samuel Beckett nato a Foxrock, Irlanda, nel 1906 è celebre per essere stato uno degli esponenti del teatro dell’assurdo.

Il teatro dell’assurdo è una corrente teatrale della prima metà degli anni cinquanta del novecento incentrata sull’alienazione e inquietudine dell’uomo e dove viene abbandonato qualsiasi senso logico sia ai fini della trama che nei dialoghi. Queste scelte permettono al lettore grandi spunti di interpretazione e all’autore la massima libertà di espressione. Servendosi di quest’ultima risorsa, Beckett nella sua bibliografia tratta temi complessi: in Finale di Partita, i personaggi del dramma si trovano in un’ambientazione desolata e post-apocalittica: il protagonista Hamm è impossibilitato a piegare gli arti inferiori e il suo galoppino Clov, al contrario, non può sedersi. Nonostante la loro condizione fisica sia abbastanza debilitante, entrambi i personaggi citati si comportano in modo inaspettato: in potenza, Finale di partita potrebbe essere un dramma sul decadimento fisico, invece lo scopo principale dei protagonisti non è concentrarsi sul loro stato, ma tormentarsi a vicenda. Un atteggiamento surreale, poco naturale: chi potrebbe comportarsi in questo modo, perdendo tempo ed energie a tormentare il prossimo, quando ha un corpo mutilato? Tutto nel teatro dell’assurdo è surreale, anche la logica e la ragione umane.

Beckett non è semplicemente un esponente dell’Assurdo, ma è un autore estremamente coerente con gli argomenti a cui è interessato e li ripropone in tutte le sue opere: il paesaggio deserto e ostile (la campagna desolata dove Vladimir ed Estragon attenderanno invano Godot e l’ambientazione precedentemente descritta in Finale di partita), i protagonisti immersi in un rapporto conflittuale con se stessi e gli altri (sia in Aspettando Godot che in Finale di partita i dialoghi aspri tra i protagonisti sono l’elemento cardine, molto più della loro condizione fisica e mentale) un profondo senso di solitudine e inquietudine esistenziale (è presente in tutte le sue opere, ma raggiunge il suo apice in Malone muore dove Malone, chiuso in una stanza fetida con una sola finestra, vede il suo corpo arrendersi alla senilità e ne scrive, ammettendo assieme al decadimento, anche alcuni particolari della sua vita).

Questi topoi in realtà sono angosce esistenziali insite nell’uomo e generano nei suoi personaggi delle reazioni: Clov e Hamm sfogano la loro rabbia e disperazione attaccandosi a vicenda, Malone trova la scrittura come via di fuga dal tedio, Vladimir ed Estragon sembrano non fare nulla, ma in realtà attendono: cos’è quindi, per Beckett, l’inazione, la paralisi totale? La troviamo nel sottovalutato e incompreso dramma teatrale Giorni Felici, pubblicato dall’autore agli albori degli anni sessanta.

Il tema centrale dell’opera è la condizione paralizzante di un essere umano intento a vivere una vita senza sconvolgimenti, novità e stimoli. Giorni Felici ha come punti focali due personaggi e lo scenario in cui si ritrovano: Winnie, bionda, pienotta e macabramente gioviale e lo strisciante marito dal cranio spaccato Willie. La consorte è bloccata da un ammasso di sabbia, è circondata da una serie di suoi beni materiali e tiene nascosta nella borsa una rivoltella. La donna è nella condizione di poter muovere solo la testa e non è descritto lo stato di salute del corpo, come non ci è dato sapere perché i due coniugi si trovino in questa situazione. La trama dell’opera è un gioco fra la paralisi dei personaggi e l’ambientazione: un pendio e un’invasiva luce naturale fanno da cornice alla condizione di questi uniti e solitari esseri umani. Un elemento interessante è il legame che intercorre fra corpo e psiche: il decadimento e la mutilazione dei loro corpi sono strettamente legati da una fragile condizione psichica: nonostante si ritrovi a vivere un’esperienza fuori dal normale, Winnie mostra un esasperato ottimismo e sembra accettare quello che le è accaduto. I momenti di disperazione vengono però immediatamente repressi: le giornate che scorrono tutte uguali, lei le descrive come “divine” e “felici”. Le conversazioni di coppia, che muovono tutto il dramma, sono forzate e noiose e non trasmettono al lettore/spettatore alcun tipo di informazione interessante.

Perché, se la trama è sterile, i personaggi sono paralizzati e si scambiano solo battute superficiali, Giorni Felici è così importante? Beckett è un attento osservatore dell’essere umano, delle sue paure e dei suoi castighi e, per l’autore, un enorme castigo è la sensazione di un vivere quotidiano che paralizza. La sabbia che ingloba la donna è simbolo della sua esistenza scarna, senza prospettive ed ella preferisce fingere di non vedere cosa le accade e credere che quella sabbia sia una benedizione. Una prova delle bugie che si racconta è la rivoltella nascosta per, parole sue, non spingere il marito a usarla per farsi del male, è in realtà la metafora di una sua possibile via di fuga, ma lei non ha il coraggio di ammettere che vorrebbe usarla contro di sé: farlo significherebbe riconoscere la sua sofferenza. Scegliere di togliersi la vita è comunque una presa di posizione e Winnie non vuole agire: si annulla scegliendo di restare paralizzata nella sua eterna routine.

 

Bibliografia

ESSLIN, M., The Theatre of the Absurd, Harmonsworth, Penguin, 1961.

BECKETT, S., Malone muore, trad. a cura di A. Tagliaferri, Torino, Einaudi, 2014.

BECKETT, S., Teatro, trad. a cura di P. Bertinetti, Torino, Einaudi, 2004.

KOTT, J., Shakespeare, our contemporary, New York, Norton, 1974.

Foto © Bruce Davidson/Magnum