di Carmen De Nisi

«[…] l’origine di questo racconto risiede nella necessità di capire alcuni fatti e alcune dinamiche che hanno dato forma al mosaico che mi costituisce, all’amalgama complesso di immagini, di ricordi e di emozioni che respira con me, ricorda con me, interagisce con gli altri e si rifugia nella penna come qualcun altro si rifugia nell’alcol o nel gioco.»[1]

Sulla prima pagina della mia copia de Il corpo in cui sono nata, pubblicato in Italia da Einaudi nella collana I coralli, c’è la dedica dell’autrice Guadalupe Nettel, datata 6 Marzo 2014, poi il mio nome seguito dalla frase esperando leer el relato de su vida[2]. La dedica è frutto della risposta a una domanda che le posi alla fine dell’incontro per la presentazione del libro: dove si trova il coraggio di scrivere di sé stessi con una tale autenticità?

«Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell’occhio destro. Sarebbe stato del tutto irrilevante se la macchia in questione non si fosse trovata nel bel mezzo dell’iride, proprio sopra la pupilla che permette alla luce di penetrare in fondo al cervello.»

Ciò di cui parla Guadalupe Nettel nella sua autobiografia, è il suo corpo marchiato fin dalla nascita e di come non abbia mai tentato di resistergli ma piuttosto di sopravvivergli, accettando e superando la malattia che fin da bambina la divideva dal mondo degli altri. L’autrice non solo sopravvive al corpo ma rimane sottomessa, non oppone alcuna resistenza, anzi ne asseconda ogni fase, facendo di questa convivenza uno strumento fondamentale per la costruzione della propria identità. È nel corpo che Guadalupe Nettel riconosce la forza dirompente del racconto.

Nel suo romanzo la protagonista-autrice racconta i momenti salienti della propria vita, dall’infanzia all’età adulta, aggiungendo un elemento nuovo rispetto alla consueta struttura dei romanzi autobiografici: la narrazione non si presenta come mero racconto di sé ma come un lungo dialogo aperto con una psicoanalista, la dottoressa Sazlavski.

«Me lo spieghi lei. Per quale stupida ragione non feci la scenata che la situazione avrebbe giustificato? Perché non dissi loro quello che provavo davvero? E, soprattutto, perché non li minacciai di suicidarmi o di smettere di mangiare se si fossero separati?»

È a lei che la protagonista racconta della separazione dei genitori, dell’allontanamento prima dal padre e poi dalla madre, del periodo buio trascorso con la nonna, del ricongiungimento con la madre in Francia, del ritorno in Messico e, infine, del tentativo di recupero della vista attraverso un’operazione. Fanno da sfondo le vicende storiche degli anni Settanta e Ottanta, caratterizzate dal diffondersi di idee progressiste, soprattutto nell’ambito dell’educazione sessuale femminile.

Guadalupe Nettel utilizza uno stile semplice in grado di arrivare con rapidità al lettore. Grazie a un lessico colloquiale e alla rinuncia a uno stile ricercato, la funzione del dialogo aperto con la dottoressa risulta convincente, così come il patto con il lettore il quale, attraverso le domande che la protagonista-autrice pone alla sua analista, si sente coinvolto in maniera diretta.

Se la protagonista non oppone alcuna resistenza al giogo del corpo, i suoi genitori, invece, sono costantemente impegnati nel correggere i difetti che lo affliggono. Non è solo la macchia sulla pupilla a preoccuparli, ma anche la postura curva e ripiegata su se stessa.

 

«Sembrava che i miei genitori considerassero l’infanzia come una tappa preparatoria durante la quale si devono correggere tutti i difetti di fabbrica con cui si è venuti al mondo, e prendevano quest’impresa molto sul serio. »

 

Per i genitori è necessario modificare le imperfezioni affinché non lascino trasparire agli altri l’immagine di una figlia inferma e debole[3]. Sarà proprio questa lotta dei genitori contro il suo corpo, ritenuto fragile, a far sì che l’autrice prenda coscienza della propria diversità, senza più riuscire, neanche da adulta e, neanche dopo aver superato, parzialmente, le proprie debolezze, a percepire se stessa come un essere emarginato. Il “corpo bambino” si sottomette al volere dei genitori prima e a quello ancora più forte della nonna poi. La protagonista troverà sollievo solo nello sport, il calcio, ma si scontrerà a quel punto con qualcosa di sconosciuto che è l’identità di genere. Sarà il cambiamento naturale, i seni che si gonfiano e che diventano sensibili, a rappresentare un limite per la protagonista, la quale non smetterà comunque di opporsi all’autorità rappresentata dalla nonna, dai genitori e dalla società in generale, continuando a costruire la propria identità, pur mantenendo memoria del “corpo bambino” fragile e sottomesso al volere degli altri.

Con il suo libro Guadalupe Nettel è riuscita a integrare la percezione del corpo alla conoscenza di se stessa. Il suo è un processo coinvolgente che spinge chiunque si avvicini alla lettura di questo romanzo a una riflessione profonda dalla quale si esce più consapevoli. Vi invito a leggere Il corpo in cui sono nata e a svelare qualcosa di voi stessi che ancora non avete scoperto.

 

Bibliografia

NETTEL Guadalupe, Il corpo in cui sono nata, Einaudi, 2014.

CÁNDIDA, Elizabeth, VIVERO, Marín, Cuerpo Enfermo y cuerpo niña: una doble marca para la construcción de género, in “Artifara: revista de lenguas y literatura ibéricas y latinoamericanas, num. 13, 2013”.

SÁNCHEZ CERVANTES, Guillermo, Mirar desde el cuerpo. Un perfil de Guadalupe Nettel, in Gatopardo, disponibile in https://gatopardo.com/revista/guadalupe-nettel/.

[1] Tutte le citazioni, salvo dove diversamente indicato, sono tratte da Nettel Guadalupe, Il corpo in cui sono nata, Einaudi, 2014.

[2] Aspettando di leggere il racconto della sua vita.

[3] Cándida Elizabeth, Vivero Marín, Cuerpo Enfermo y cuerpo niña: una doble marca para la construcción de género, p. 10.

Foto di Gastón García Marinozzi