Di Richárd Janczer

 

La certezza che qualche scaffale in qualche esagono racchiudesse dei libri preziosi e che quei libri preziosi fossero inaccessibili, sembrò quasi intollerabile.

Jorge Luis Borges, “La biblioteca di Babele”, da Finzioni.

Volgiamo lo sguardo allo scaffale ricolmo di libri più vicino, non importa quale sia il luogo in cui ci troviamo, se sia una camera o un soggiorno, una libreria di una catena o una indipendente, una biblioteca universitaria o di qualche comune dimenticato da Apollo: ognuno di questi scaffali nasconde un segreto. Ogni copertina mostra un titolo, un autore, forse un curatore ma quegli scaffali sarebbero pressoché vuoti senza il lavoro silente di chi spesso in copertina non compare: i traduttori.

Dostoevskij, Hikmet, Szymborska, Cioran, Omero, Kafka, Kundera, Brecht, Ovidio, Yourcenar, Hesse, Baudelaire, Shakespeare, Cervantes, Pessoa, Fitzgerald, Borges Garcia Marquez, Mishima, Lao Tzu: non saremmo in grado di leggere nessuno di questi autori (basta sceglierne uno per nazione), entrati a far parte anche del canone locale, senza la mediazione di un traduttore.

Senza l’importazione di testi finora ignorati, il nostro canone, o meglio ogni canone, rimarrebbe incompleto e noi saremmo condannati a osannare non gli autori migliori ma solo quelli accessibili. La nostra biblioteca risulterebbe ancora più fragile e arbitraria se le sottoponessimo il seguente quesito kunderiano: se Kafka avesse scritto in ceco sarebbe forse oggi un punto inamovibile della letteratura?

Proviamo tuttavia a immaginare per un istante che abbia scritto i suoi libri in ceco. Oggi chi lo conoscerebbe? Prima di riuscire a imporre Kafka alla coscienza mondiale, Max Brod ha dovuto dispiegare per vent’anni sforzi giganteschi, e con il sostegno dei più grandi scrittori tedeschi! Se pure un editore di Praga fosse riuscito a pubblicare i libri di un ipotetico Kafka ceco, nessuno dei suoi compatrioti (cioè nessun ceco) avrebbe avuto l’autorità necessaria per far conoscere al mondo quei testi stravaganti scritti nella lingua di un paese lontano «of which we know little». No, credetemi, nessuno oggi conoscerebbe Kafka se fosse stato ceco, proprio nessuno.

(Il sipario, p. 46)

Quanti Kafka cechi ancora non conosciamo oggi? Quali grandi maestri ancora ignoti attendono di essere portati al nostro cospetto? Queste domande risultano ancora più amare se inserite nel mondo di oggi in cui il libro è diventato mero prodotto/merce, in cui l’editoria è una fetta di mercato e la qualità ha ceduto posto al fatturato, logiche che di certo non avvantaggiano nazioni o culture periferiche, talvolta chiamate per ignoranza e pregiudizio “minori” o “piccole”.

Lasciando da parte le questioni economico-politiche, da quando l’umanità adopera un linguaggio verbale vive, e sempre vivrà, dentro Babele: un problema già noto al tempo degli abili mitografi biblici e destinato a rimanere attuale anche nelle ere più avanzate dell’intelligenza artificiale.

Babele è il luogo che non solo simboleggia l’universale ma anche gli interstizi tra nazione e nazione, tra straniero e autoctono, tra uomo e uomo. I linguisti storici cercano, e sono consci del fatto che non raggiungeranno mai la radice, di risalire a un’unità primordiale alla base di tutte le lingue oggi o un tempo parlate, i traduttori cercano invece di ricomporre l’attuale umanità.

 

Cosa significa tradurre? Intervenire sulla ferita babelica e porvi una sutura.

Tradurre è ricucire la ferita tra uomo e uomo, perché l’incomunicabilità che intercorre tra loro è distanza esistenziale prima che storica, un solco che nell’epoca dei muri e dei presunti “scontri tra civiltà” può sembrare insanabile. Tradurre, dal latino traducĕre, è quindi portare l’uomo all’uomo, trapiantare un organo da un corpo a un altro, permettere una comunicazione che la storia ha sempre cercato di impedire e la letteratura, grazie a questo processo, è sempre stata un ottimo contrabbando di idee.

Il compito che ne deriva è sacro: il destino di un autore o di un’intera letteratura all’interno di un contesto culturale possono dipendere dalla qualità di questa mediazione. Senza traduzione ogni canone sarebbe parziale, mutilato senza neanche averne coscienza, sarebbe dunque una menzogna.

Abbiamo già perso patrimoni immensi, dato che molti manoscritti antichi non sono pervenuti fino a noi, non leggeremo mai nella versione integrale il Satyricon o molte delle liriche di Saffo. Rimaniamo però all’oscuro anche delle opere prodotte nel passato prossimo o ai giorni nostri, una traduzione può dunque essere l’unica occasione di conoscere un autore o un’intera cultura, può lanciare una moda ma se fallisce, per incompetenza del mediatore o per motivi mercantili, la ferita si allarga e un’intera generazione può rimanere orfana di quel patrimonio.

Immaginiamo la traduzione come un traghetto sopra un fiume torbido e le due rive come lingue che devono essere messe in comunicazione. Durante la traversata, il fiume, come il Lete, inghiotte enormi parti di significato che non giungeranno mai all’altra riva. Cosa giunge integro e quanto somigliano ancora questi moncherini al corpo originario?

Ogni parola è una trappola. Ogni lessema può avere molteplici significati, quale corrispondente sceglierle? Il corrispondente stesso avrà di certo una polisemia che la parola originaria non aveva. Le parole composte dovranno essere scomposte e nuovamente assemblate: la splendida magia che univa due significati indipendenti e autonomi sarà destinata a spezzarsi perché, anche conoscendo il significato delle singole entità, la magia che compongono assieme è intraducibile.

Si pensi per esempio a “nostalgia”, formata dalle parole greche νόστος (ritorno) e άλγος (dolore/sofferenza): il significato di “nostalgia” è un contenitore molto più ampio della sola locuzione “dolore del ritorno” e ha avuto una storia autonoma rispetto alle sue radici da quando Johannes Hofer, uno studente di medicina alsaziano, la coniò nel 1688[1]. Questo accade perché gli stessi segni grafici, o quasi coincidenti, possono avere un sapore diverso in un’altra lingua. Il traduttore deve tenere conto di tutti i rischi del testo che veicola, singolarmente o collettivamente, in tutti i suoi parametri (etimologia, contesto specifico, registro, utilizzo e varietà regionali ecc.).

L’ambiguità di un’omonimia quasi certamente non resterà tale, il suono di un’onomatopea sarà differente, i giochi di parole non saranno trasposti e un medesimo lessema potrà essere tradotto con due parole diverse a causa del contesto. Non esistono coincidenze pure tra due lingue ma solo approssimazioni tra il discorso del destinatario e quello del mittente, il messaggio non sarà mai autosufficiente.

Vi è un ulteriore problema: le lingue cambiano nel giro di una generazione e l’operazione di traduzione dovrà essere ripetuta; i ponti interlinguistici vanno curati di generazione in generazione.

 

Tradurre non è solo importare passivamente un’altra cultura ma rielaborare la propria confrontandola con un’altra. È un processo che evidenzia i limiti della propria lingua madre poiché ogni lingua esprime il significato con segni diversi e talvolta in modo più preciso ed esaustivo, a partire da ragioni storiche o sociologiche.

A livello individuale il traduttore sarà costretto a confrontarsi con le lacune del proprio lessico, sarà spinto a mettere in dubbio le proprie competenze e a rifondare il proprio linguaggio dalle fondamenta instabili sulle quali si illudeva di stare in equilibrio. È un’esperienza traumatica, porta allo scontro con i propri limiti ma soprattutto all’epifania che nessuna lingua da sola è sufficiente a rendere la complessità dell’esistenza.

Non c’è da stupirsi quindi se i migliori traduttori, fino al secolo scorso, fossero proprio degli autori: Pavese, Quasimodo, Ungaretti, Caproni, Fortini, Vittorini o Tabucchi sono solo alcuni esempi illustri. Tradurre rientrava nella loro ricerca di una lingua italiana migliore.

Oggigiorno però il mestiere del traduttore non rientra più nell’otium o non è più considerato un secondo mestiere, è sempre più raro che un grande autore e un grande traduttore convivano nella stessa persona. In un mondo sempre più specializzato anche la traduzione è diventata una disciplina a sé, con percorsi di formazione ad hoc, studi teorici e scuole di pensiero. Un abile traduttore è infatti come un chirurgo, ha bisogno di anni, forse una vita intera di praticantato per imparare a ridurre i rischi, a rendere più fluida l’operazione che esegue ma solo in questi anni il nome del traduttore sta cominciando a comparire sulle copertine e non più solo in qualche nota a margine.

La chirurgia di Babele però, per quanto si vada affinando, lascia alle sue spalle una cicatrice evidente, è un’operazione che in una certa percentuale resta sempre fallimentare, getta ponti ma non può mai colmare del tutto la voragine: Babele resterà sempre Babele, per quanti mediatori ci siano, per quanti esperanto s’inventino. Ogni traduzione è sì dono ma anche tradimento, menzogna, sconfitta. Riflettere su quanto della bellezza originaria si perda lungo la via o sulla mancata corrispondenza tra due o più segni non è decretare il fallimento di questo intervento ma accettare la sfida pur essendo consci del suo carattere titanico.

Resta ancora un quesito da risolvere: chi è l’autore di un testo tradotto? L’autore del testo originale? Non lo è più! Il traduttore? Nemmeno! Perché era stato costretto a seguire una strada già tracciata. Chi produce il testo tradotto è un autore che si mette nella pelle altrui, limitandosi, adottando uno stile che per quanto possa amare non sarà mai il suo, privandosi della propria identità e svolgendo nelle migliori condizioni possibili la funzione di specchio. È la creazione di questa terza penna, di questo autore fantasma che simboleggia il sacrificio che ogni traduzione comporta. Tradurre è tradire non solo un autore, nemmeno la fedeltà è in grado di preservare l’integrità di un testo, ma anche se stessi: il testo non apparterrà mai al traghettatore che non potrà mai migliorarlo o esprimere attraverso di esso la sua vera natura, dovrà restare fedele al proprio ruolo fino all’ultima sillaba.

E non è il solo sacrificio necessario. La traduzione nasce come un albero che si biforca e si ramifica in paradigmi, ossa più varianti coesistenti al momento della prima bozza. Quale variante scegliere? Se il testo originario è uno (non è il caso di interpellare la filologia), lo spettro delle traduzioni possibili contiene un numero n di variabili estremamente alto: ogni parola tradotta comporta la rinuncia ad altre soluzioni potenziali quali i sinonimi o le perifrasi. Al termine del lavoro, quali rami sono stati potati? A quali alternative si è rinunciato? È questo sacrificio che lacera ulteriormente la coscienza del traduttore: non solo ha tradito l’originale, ha assassinato ancora in fasce le altre varianti scartate.

 

Portare la fiamma prometeica di una cultura altra per ravvivare la propria rimane un fallimento necessario alla ricerca di un obiettivo impossibile e fugace. Perché allora tentare? L’anelito del traduttore nasce come atto di amore perché conoscere una lingua straniera è avere il privilegio di godere di una bellezza che i propri vicini ignorano. La chirurgia di Babele dissangua chi la serve ma Sisifo non si arrende, sutura la ferita che nuovamente si squarcerà, perché è conscio dell’importanza del suo tentativo.

Bisogna immaginare il traduttore felice.

 

 

Bibliografia:

BORGES, Jorge Luis, Finzioni, Milano, Adelphi, 2017, p. 72.

KUNDERA, Milan, Il sipario, Milano, Adelphi, 2005, p. 46.

Scultura: “Tindaro screpolato” di Igor Mitoraj.

[1] Nonostante esista in molte lingue, l’uso che se ne fa è differente: in italiano è quasi esclusivo mentre in altre lingue può essere relegato a sinonimo poco desiderabile o a termine accademico, preferendogli rispettivamente termini come Heimweh o saudade o añoranza.