Di Micol Zanaga

 

Karin Maria Boye è una poetessa innovativa e densa di significati, che l’hanno resa una delle figure centrali del Novecento europeo. Nata a Göteborg nel 1900 da madre svedese e padre tedesco, traduce varie opere dal tedesco e produce, giovanissima, la sua prima raccolta di poesie, Moln (1922). Come la madre, è impegnata politicamente e, dopo la Prima Guerra Mondiale, aderisce al movimento d’ispirazione socialista e pacifista, Clarté. Con i suoi viaggi in Russia, Germania e Grecia, è testimone delle inquietudini del suo tempo, quelle che poi la ispireranno a scrivere il romanzo distopico Kallocaina, che raffigura una realtà che ella vede materializzarsi con l’avvento dei regimi totalitari e la perdita della libertà individuale.

Durante la sua giovinezza Karin Boye scopre la propria bisessualità e, da quel momento, la definizione di essa diviene un motivo focale nella sua poetica, seppur non esplicito. In tutta la sua opera si rintraccia la ferrea necessità di coerenza e verità unita ad un bruciante desiderio di abbandono agli istinti naturali.

Muore suicida per un’overdose di sonniferi il 23 aprile del 1941, il giorno in cui le truppe tedesche invadono la Grecia, terra profondamente amata dalla poetessa.

La poesia Ja visst gör det ont, dedicata all’amica e scrittrice Elin Wägner, esprime, attraverso una serie di metafore legate al mondo naturale, un malessere intrinseco e totalizzante. L’insicurezza di chi è ignaro di ciò che lo attende provoca dolore, la novità implica dispendio di energie, oltre che gioia, perché racchiude investimento emotivo. Eppure, dopo l’incertezza e la paura, arriva il giubilo. E quest’incertezza del futuro, descritta con tanta intensità dalla poetessa, rispecchia la collisione tra il desiderio di ciò che conosce e ciò che non conosce.

D’altra pare, Ingenstans rivela la condizione di chi è condannato dalla Natura o dal Cielo e non è in grado di guarire dalla propria malattia. Il linguaggio allusivo implica un’apertura di significato e di lettura. Boye palesa, infatti, la propria scissione, esternando il dissidio interiore scaturito dalla scoperta della propria bisessualità, oltre alla difficoltà nell’accettare quella che per la società dell’epoca altro non è che una patologia.

 

Certo che fa male

Certo che fa male quando i boccioli si spezzano.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra ardente nostalgia dovrebbe

rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?

Dopotutto involucro fu il bocciolo per tutto l’inverno.

Cosa c’è di nuovo, che consuma e che usura?

Certo che fa male quando i boccioli si spezzano,

male per ciò che cresce

                                 e ciò che si serra.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.

Tremanti di inquietudine, pesanti, stanno appese,

si aggrappano al ramoscello, si gonfiano, scivolano –

il peso le trascina verso il basso, nonostante si oppongano.

Difficile essere incerto, spaurito e diviso,

difficile sentire la profondità che attrae e chiama,

eppure rimanere fermi e semplicemente tremare –

difficile voler restare

                             e voler cadere.

Allora, quando tutto va peggio e niente aiuta,

i boccioli degli alberi si spezzano come in giubilo,

allora, quando più nessuna paura trattiene,

le gocce, in uno scintillio, precipitano dai ramoscelli,

dimenticano di aver avuto paura del nuovo,

dimenticano di essersi preoccupati per il viaggio –

avvertono in un attimo la più grande sicurezza,

riposano nella fiducia

                             che crea il mondo.

 

 

Ja visst gör det ont

Ja visst gör det ont när knoppar brister.

Varför skulle annars våren tveka?

Varför skulle all vår heta längtan

bindas i det frusna bitterbleka?

Höljet var ju knoppen hela vintern.

Vad är det för nytt, som tär och spränger?

Ja visst gör det ont när knoppar brister,

ont för det som växer

                             och det som stänger.

Ja nog är det svårt när droppar faller.

Skälvande av ängslan tungt de hänger,

klamrar sig vid kvisten, sväller, glider  –

tyngden drar dem neråt, hur de klänger.

Svårt att vara oviss, rädd och delad,

svårt att känna djupet dra och kalla,

ändå sitta kvar och bara darra  –

svårt att vilja stanna

                             och vilja falla.

Då, när det är värst och inget hjälper,

Brister som i jubel trädets knoppar.

Då, när ingen rädsla längre håller,

faller i ett glitter kvistens droppar

glömmer att de skrämdes av det nya

glömmer att de ängslades för färden  –

känner en sekund sin största trygghet,

vilar i den tillit

                             som skapar världen.

(da För trädets skull, 1935)

 

 

In nessun luogo

Sono malata di veleno. Sono malata di una sete,

per cui la natura non ha creato alcuna bevanda.

Da ogni terra scaturiscono ruscelli e sorgenti.

Mi inginocchio e bevo dalle vene della terra

il suo sacramento.

E i cieli straripano di fiumi sacri.

Mi allungo e sento le labbra bagnate

di bianche estasi.

Ma in nessun luogo, in nessun luogo…

Sono malata di veleno. Sono malata di una sete,

per cui la natura non ha creato alcuna bevanda.

 

Ingenstans

Jag är sjuk av gift. Jag är sjuk av en törst,

till vilken naturen icke skapade någon dryck.

Ur alla marker springer bäckar och källor.

Jag böjer mig ner och dricker ur jordens ådror

dess sakrament.

Och rymderna svämmar över av heliga floder.

Jag sträcker mig upp och känner läpparna våta

av vita exstaser.

Men ingenstans, ingenstans…

Jag är sjuk av gift. Jag är sjuk av en törst,

till vilken naturen icke skapade någon dryck.

(da För trädets skull, 1935)

 

 

Bibliografia:

BOYE, K., För trädets skull, Stockholm, Albert Bonniers Förlag, 1935.

FORSAS-SCOTT, H., Swedish Women’s Writing, 1850-1995, Bloomsbury Publishing PLC, 1997.

Fonte dell’immagine: http://www.goteborgkonst.se/?konstverk=karin-boye