Di Alessandro Bognoli

 

Gregor girò gli occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo – si udivano le gocce di pioggia battere sulla lamiera del davanzale – si sentì invadere dalla malinconia. «E se cercassi di dimenticare queste stravaganze facendo un’altra dormitina?» pensò, ma non poté mandare ad effetto il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro, e nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione. Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere quelle gambette divincolantisi, e a un certo punto smise perché un dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.

«Buon Dio,» pensò, «che mestiere faticoso ho scelto! Dover prendere il treno tutti i santi giorni… Ho molte più preoccupazioni che se lavorassi in proprio a casa, e per di più ho da sobbarcarmi a questa tortura dei viaggi, all’affanno delle coincidenze, a pasti irregolari e cattivi, a contatti umani sempre diversi, mai stabili, mai cordiali. All’inferno tutto quanto!» Sentì un lieve pizzicorino sul ventre; lentamente, appoggiandosi sul dorso, si spinse più in su verso il capezzale, per poter sollevare meglio la testa, e scoprì il punto dove prudeva: era coperto di tanti puntolini bianchi, di cui non riusciva a capire la natura; con una delle gambe provò a toccarlo, ma la ritirò subito, perché brividi di freddo lo percorsero tutto.

 

Da “La metamorfosi”, Franz Kafka.

 

Mi scuserà il lettore per la lunghezza dell’estratto, ma il passaggio era impellente. In un non-ben-definito 1915, ci ritroviamo proiettati a casa nostra, nel nostro letto ­– perché sì, la nostra casa e il nostro letto esistevano in quella data, dovremmo ricordarcelo – mentre ci svegliamo sotto forma di insetti. Dopo svariati inutili tentativi di stiracchiarci le braccia e stropicciarci gli occhi, intervallando sonori sbadigli per la pessima nottata, ci rendiamo conto (o, meglio, giungiamo lentamente e torpidamente alla realizzazione) che non riusciamo ad alzarci dal lato che vorremmo. «Buon Dio,» ci viene da pensare. Esattamente come accade al buon Gregor. E questa improvvisa folgorazione, questa necessaria epifania giunge a mezzo di un dolore leggero, di un pizzicorino sul ventre, che presenta tanti puntolini bianchi di cui non riusciamo a comprendere la natura.

È curioso notare quanto poco spesso badiamo alle ferite. Anche in questo estratto, proprio pochi secondi fa, mentre lo leggevamo assieme in una giornata come un’altra seduti all’ombra di un albero nel parco, l’attenzione si spostava di continuo, da noi alla finestra, dal fianco destro ai pasti irregolari e cattivi, dai nostri impacciati tentativi di divincolarci dal letto alle lamentele perché non si può prendere il treno tutti i santi giorni. Sì, va anche detto che i bambini che schiamazzano e si rincorrono sull’erba non sono il migliore degli aiuti quando ci si vuole concentrare, eppure, in questa nostra vita passata, mentre eravamo silenziosamente supini nella nostra camera da letto, mentre non c’era nessuna piccola creatura demoniaca a scorrazzarci davanti, la nostra bussola non era meno scarica. Siamo, ed eravamo, persi.

Va anche detto che non siamo in fondo così inutili. Che, nei secoli, il nostro senso di osservazione è andato progredendo. Che abbiamo un’idea precisa di cosa sia il dolore e cosa no. E, proprio per questo, ci è naturale essere empatici, soprattutto con gli altri, soprattutto nei drammi palesi. Di fianco a noi, il nostro amico Isaac ci fa segno che una mela sta cadendo dall’albero, e noi ci precipitiamo per afferrarla. In questo goffo e innaturale movimento – “L’esercizio fisico è importante,” diceva sempre nostra madre (ah, se l’avessimo ascoltata!) – due epifanie sopraggiungono: per prima cosa, ci chiediamo come abbiamo fatto a non notare, in quella mezz’oretta di lettura all’ombra, che sopra di noi pendeva una caterva di mele; in secondo luogo, raccogliendo la mela, notiamo che un insetto ne è rimasto ferito. E, superato il disgusto iniziale per quell’ammasso marrone che agita le antenne, non possiamo non dispiacerci per lui.

 

[…] Una cosa leggermente lanciata gli cadde vicino e ruzzolò via: era una mela. Subito ne arrivò una seconda; Gregor, atterrito, si fermò: non gli serviva a nulla correre, il babbo aveva deciso di bombardarlo. Si era riempito le tasche di mele, prendendole dalla coppa che stava sulla credenza, e gliele scagliava ad una ad una, senza mirare preciso, almeno per ora. Le mele, piccole e rosse, rotolavano sul pavimento, come cariche d’elettricità, cozzando tra loro. Una, gettata con poca forza, gli sfiorò la schiena senza fargli male; ma un’altra, seguendola immediatamente, gli si conficcò nel dorso.

 

Quello che ci chiediamo, a questo punto, è il seguente: per quale ragione “La metamorfosi” di Kafka sopravvive ancora nell’immaginario collettivo per i suoi episodi di violenza padre-figlio? Perché l’unica ferita di cui ci siamo veramente accorti, nella lettura, è quella del lancio della mela? (O, se vogliamo, anche quella del primo dissanguamento, sempre a mano del padre, mentre Gregor viene fatto passare a forza per la porta socchiusa?) Cos’è successo alla nostra attenzione, proprio in quelle prime pagine, durante quel risveglio da sogni inquieti, che ricordiamo tutti proprio per quello che non è, ovvero una metamorfosi? Cosa ne è stato del nostro senso del dolore?

 

Anche la ferita, del resto, doveva essersi completamente cicatrizzata, giacché non risentiva più alcun impedimento; si meravigliò al constatarlo, e gli venne in mente che oltre un mese prima s’era fatto un taglietto al dito che gli doleva ancora abbastanza fino a due giorni fa. «Che sia diventato meno sensibile?» pensò.

 

In questo momento siamo distesi come Gregor, sull’erba, con le braccia incrociate sotto il capo. Guardando lo scorrere delle nuvole, che riempie di rossore i nostri occhi, ci poniamo lo stesso quesito. «Che sia diventato meno sensibile?». Lentamente, realizziamo che qualcosa potrebbe malfunzionare in noi, che un pizzicorino inizia a farsi strada. Istintivamente, ci tastiamo il fianco con la mano, proprio dove lo sentivamo prudere e concentriamo l’attenzione su quel punto, mentre da lontano sopraggiungono i rumori dei cannoni (vecchi incubi?, pensiamo).

Ci alziamo di scatto, col terrore nel volto. Attorno a noi, uno sciame di persone sta scappando. È il 1915, e nessun bambino gioca: gli schiamazzi che sentivamo erano grida. Mentre ce ne stavamo distesi nel letto a guardare il soffitto, un intero malore avanzava: un’atavica ferita erodeva il nostro petto. Ma adesso siamo qui  e la percepiamo, la sentiamo, la osserviamo con nuova attenzione. Dal melo, per le scosse, altri frutti cadono: alcuni di questi ci vanno a colpire. Ma ci hanno veramente colpito?, ci chiediamo. Il nostro corpo non nota differenza.

Ci gettiamo a terra, in stato confuso. Con le mani tra i capelli, proviamo a gridare, senza riuscirci. È ancora mattina: lo capiamo dai bagliori del sole. Ci sembra quasi di non aver mai assistito ad una giornata così bella. Notiamo che la folla si è diradata e che siamo i soli in ginocchio nel parco. Le bombe sembrano cessate, come la guerra. Siamo ancora nel 1915?

Una crisalide, innanzi a noi, fa del proprio taglio nuova vita. Una farfalla aleggia nel cielo, puntando a una casa. Dalla finestra dello stesso edificio, la domestica getta un insetto.

 

 

 

Bibliografia:

KAFKA, Franz, La metamorfosi (Edizione bilingue: italiano – tedesco), Paperless, 2016.

Dipinto: “Autunno a Murnau” di Vasilij Kandinskij, 1908.