Di Sebastiano Valà

Nella vita di tutti i giorni, presi dalla frenesia della quotidianità, non di rado capita di cadere in piccole distrazioni, banali dimenticanze o errori involontari nei momenti in cui si è meno concentrati. Questi ordinari incidenti che sfuggono al normale controllo della coscienza sono chiari indizi del fatto che non tutti i processi che avvengono tra le pareti del cranio, anzi a dir la verità solo la minima parte, sono sotto la supervisione attenta della consapevolezza. Spesso tali processi prendono strade del tutto inaspettate e ingovernabili, che finiscono per travolgere l’integrità della persona.

Una preziosa testimonianza è quella di Frigyes Karinthy che racchiude nel libro Viaggio intorno al mio cranio un’esperienza vissuta sulla propria pelle che ha dell’incredibile. Egli è stato uno dei più famosi e apprezzati scrittori ungheresi del suo tempo. Infatti, oltre ad aver pubblicato diversi libri, ha scritto poesie e racconti e collaborato con vari giornali.

È un giorno di marzo del 1936 e Karinthy sta sorseggiando una tazza di tè in un caffè nel centro di Budapest. Mentre sta tentando di completare un cruciverba, la sua attenzione viene catturata da un fenomeno alquanto strano: “i treni partirono in quell’attimo. Precisamente alle sette e dieci.” Improvvisamente il fragore di un treno interrompe il suo flusso di pensieri. Meravigliato, sulle prime Karinthy non riesce a darsi una spiegazione convincente che potesse giustificare quel rumore, quello sferragliare lontano che piano piano si va facendo più forte fino a diventare assordante, per poi passargli accanto e proseguire, poiché la stazione è lontana e non ci sono linee ferroviarie nelle vicinanze. Solo dopo altri episodi egli si rende conto che non è che un’allucinazione uditiva. Ad essi ne seguono altri come capogiri improvvisi e vertigini. Seppur nei primi momenti titubante, egli si rivolge ad un medico specialista in otorinolaringoiatria, che nota un’infiammazione del condotto uditivo che può spiegare quegli strani rumori. Lo scrittore, rassicurato, finisce per sottovalutare la questione ma, purtroppo per lui, questo non è che l’inizio.

Ben presto Karinthy viene colpito da altri sintomi ben più gravi: alterazioni della visione, svenimenti, nausea, vomito fino ad arrivare a improvvise fitte dolorose alla base del cranio. In aggiunta a questi, si accorge di non essere più in grado di leggere le parole di un libro e un amico gli fa notare come la sua calligrafia sia decisamente cambiata. Superato il limite della sopportazione, Karinthy decide di farsi visitare nuovamente e inizia un’odissea interminabile tra esami del sangue, visite, esami radiologici, pareri medici discordanti e frustranti trasferimenti. Viene ricoverato in diverse strutture ospedaliere, tra cui anche a Vienna, per essere visitato dai migliori dottori che però esprimono giudizi divergenti sulla sua presunta malattia. Il percorso per arrivare alla diagnosi è lungo e tortuoso ma non manca il supporto della moglie e degli amici. Karinthy si diverte ad analizzare le emozioni e gli atteggiamenti che le persone hanno nei suoi confronti: le amichevoli e laboriose infermiere, i medici seriosi, alcuni freddi e distaccati mentre altri decisamente più empatici, i conoscenti che gli fanno visita, alcuni fastidiosamente troppo ottimisti, altri decisamente patetici.

Intanto la malattia si sviluppa e si evolve in tutta la sua ferocia mettendo  a dura prova la resistenza del magiaro. Un giorno, dopo innumerevoli accertamenti, arriva la sentenza dei medici:

“«Tutti i referti sono concordi. Tutto dimostra, compreso l’ultimo esame, che nella parte posteriore del cervelletto, in un punto circoscritto, si trova una massa tumorale quasi della grandezza di un uovo di gallina, in via di sviluppo. Dietro la massa, o al suo interno, si trova un cosiddetto angioma. Abbiamo steso una diagnosi esauriente che, se il paziente ritiene utile…» e in quel momento successe una cosa stupefacente. Credetti, pur con la mia debole vista, di essere l’unico ad  essersene accorto: Potzl [uno dei medici Ndr] stava stringendo le labbra. Non c’era dubbio, stava soffocando uno sbadiglio! Sì, sbadigliava durante la lettura della sua stessa diagnosi! Come lo sentii vicino, in quel momento! Come lo capii, d’un tratto, quanta compassione provai per lui, quanta lui per me! Sì, sì, mio caro, zelante compagno nella lotta contro il peccato e la stupidità. Ti ho colto sul fatto: hai sbadigliato. Non soffocarlo, non vergognartene! Oh, come mi è familiare quello sbadiglio! L’ho fatto anch’io, dopo lavori disumani, svolti senza sosta a scapito del sonno e proprio là, proprio allora, proprio al cospetto di colui per il quale ho studiato, lavorato, faticato, senza speranza di retribuzione, di gratitudine, di riconoscenza, con la prospettiva che si rivoltasse contro di me, mi sputasse addosso e mi aggredisse! Oh, quanto preferii quello sbadiglio, che accompagnava la mia condanna, alle lacrime di coccodrillo della compassione!” (pp 133-134).

La diagnosi è ineluttabile ma esiste ancora una speranza. I medici gli consigliano di andare in uno dei pochissimi centri specializzati in neurochirurgia dell’epoca ed essere operato, tentando il tutto per tutto. L’ospedale si trova a Stoccolma, e il neurochirurgo che lo opererebbe è il Dr. Olivecrona, allievo di Harvey Williams Cushing, padre della moderna neurochirurgia. È l’unica possibilità di sopravvivenza.

Ormai in pessime condizioni, Karinthy, insieme alla moglie, decide di partire. Il viaggio è estenuante poiché le sue condizioni di salute peggiorano ogni giorno, non riesce a stare in piedi ed è quasi completamente cieco.

A Stoccolma, durante il ricovero, viene sottoposto ad altri esami di accertamento e, finalmente dopo alcuni giorni, viene portato in sala operatoria.

L’intervento viene eseguito in anestesia locale poiché quella totale avrebbe comportato troppi rischi e, a parte il cuoio capelluto e il cranio, il cervello non ha terminazioni nervose dolorifiche. Nei rari momenti di lucidità egli descrive minuziosamente le sensazioni che lo investono, i rumori, le vibrazioni degli strumenti chirurgici che percepisce, rendendo il racconto crudo e terrificante ma allo stesso tempo incredibilmente reale e affascinante. In altre parti il racconto si fa onirico a causa delle allucinazioni di cui è vittima. L’ungherese inoltre descrive una visione: egli “vede” Olivecrona rimuovere il tumore, come se avesse la visuale dall’alto della sala operatoria, con lo sguardo rivolto in basso verso il proprio stesso corpo, percependo un chiaro senso di straniamento. Questa allucinazione è tipicamente chiamata “esperienza extracorporea”, si è osservato che è spesso associata a stati di pre-morte come ad esempio in casi di arresto cardiaco ed è stata collegata a un’improvvisa e abnorme attività elettrica dei lobi frontali o alla stimolazione dei lobi durante interventi al cervello.

In seguito a diversi giorni di convalescenza trascorsi in preda a febbre alta e allucinazioni, migliorano le sue condizioni di salute e pian piano recupera buona parte della vista, quindi uscito dall’ospedale può tornare alla sua vita.

Il racconto dell’operazione avvenuta mentre era sveglio è forse la prima testimonianza storica di questo genere. Un aspetto importante che emerge dal romanzo è il rapporto medico-paziente che sorprendentemente non è poi così cambiato da allora fino ai nostri giorni. La comunicazione parziale e difficoltosa delle informazioni, il distacco e la freddezza dei medici, la diagnosi spesso non chiara al paziente sono vari punti che si ritrovano facilmente nel testo; il paziente da protagonista diventa oggetto di studio, parte passiva che subisce gli esami, accusa i pareri degli specialisti e deve essere perennemente tranquillizzato.

Lo stile del romanzo è davvero scorrevole e facile da seguire. Karinthy è un ottimo narratore e racconta nel dettaglio le impressioni, i pensieri e i fatti di questa incredibile vicenda autobiografica balzando da descrizioni precise e attente dei personaggi a digressioni filosofiche sull’essenza dell’uomo. Egli dimostra in ogni pagina il suo talento letterario, offrendo un libro per certi versi inclassificabile, tra l’autobiografia, il flusso di coscienza e la commedia leggera. In alcuni tratti appare come un documento di osservazione medica, in altri invece si rivela una potente e unica opera letteraria.

La sottile ironia di Karinthy percorre l’intero romanzo. L’ungherese è un profondo osservatore della realtà e ciò gli permette di analizzare i vari aspetti dei personaggi con sarcasmo e intelligenza, svelando quasi con divertimento le contraddizioni interiori di cui spesso sono vittime incoscienti. Inoltre, davanti alle condizioni di salute che peggiorano progressivamente e, in seguito, alla diagnosi nefasta, l’ironia si rivela un preziosissimo supporto che lo aiuta nella lotta per la vita, capace di esorcizzare la paura della morte. Lo scrittore magiaro infatti, dimostrando una forte personalità, pare a tratti scherzare con la morte stessa, regalando pagine di profonda intimità e umanità, danzando con leggerezza sull’orlo del baratro. Egli trasforma un viaggio negli abissi della malattia in un’appassionante esplorazione della natura umana.

Apparentemente in piena salute, esattamente un anno dopo l’operazione, Frigyes Karinthy muore all’improvviso nell’agosto del 1938, forse per infarto, all’età di 51 anni.

La post-fazione è di Oliver Sacks, celebre neurologo e scrittore, che aiuta il lettore ad orientarsi nel racconto, analizzando e commentando al contempo il percorso clinico dello sfortunato scrittore.

Il finale del libro riserva un ulteriore gioiello: un brevissimo racconto dal titolo Catene scritto nel 1929  in cui Karinthy enuncia per la prima volta la teoria che in seguito diverrà famosa come “teoria dei sei gradi di separazione”. Tuttavia, quella del magiaro è solo una speculazione divertita, infatti bisognerà aspettare fino al 1967 quando lo psicologo Stanley Milgram, attraverso un esperimento sociale, conferma l’ipotesi secondo cui ogni persona del globo terrestre può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze e relazioni con non più di 5 intermediari.

 

Bibliografia:

KARINTHY, Frigyes, Viaggio intorno al mio cranio, BUR, 2010.