Di Silvia Di Girolamo

Lo scrittore e drammaturgo tedesco Bertolt Brecht (1898-1956) si trovava ricoverato nell’ospedale civile di Berlino al momento dell’ascesa al potere di Hitler, ospedale che lasciò frettolosamente assieme alla moglie e al figlio Stefan con l’intenzione di abbandonare la città di lì a poco sotto accusa di alto tradimento. Il giorno della dipartita fu in data 28 Febbraio 1933, dopo il rogo del Reichstag. La famiglia Brecht si mise in cerca di un riparo prima a Praga, successivamente a Vienna, Zurigo e Parigi, finché non riuscì a stabilirsi, grazie all’aiuto dell’amica Karin Michaellis, a Skovsbostrand nei pressi di Svendborg, in Danimarca, dove rimase per cinque anni. Nel maggio di quello stesso anno tutti i suoi libri e le sue pièce vennero messi al rogo. Nonostante la durezza dell’esilio, in quegli anni produsse le sue opere più note, spostandosi da Parigi a Londra e da Londra a New York per poter rappresentare le sue pièceseatrali; scrisse articoli sui giornali per dar voce agli emigrati e ai rifugiati di Praga, Parigi e Amsterdam e si accordò con l’editore Willy Munzberg per pubblicare una raccolta intitolata Canzoni, poesie e cori (Lieder, Gedichte, Chore) che fu pubblicata nel 1934. Nel 1935 partecipò, nella stessa Parigi, al Congresso internazionale degli scrittori antifascisti, dove lesse un testo provocatorio per la difesa della cultura contro il nazismo e lo sfruttamento, la disumanizzazione, la violenza su cui il movimento edificava le proprie basi nonché il motivo di tanta ribellione che gli costò la cittadinanza tedesca. Durante l’ultimo periodo del soggiorno sull’isola danese, il poeta scrisse uno dei componimenti più struggenti del Novecento, Primavera 1938, che struttura in forma discorsiva ed epigrammatica l’avvento della bufera che sconvolse il destino dell’Europa e il destino del mondo intero.

 

Primavera 1938

Oggi, mattina di Pasqua,
una improvvisa bufera di neve è passata sull’isola.

Tra le siepi già verdi c’era la neve. Mio figlio

mi portò verso un magro albicocco lungo il muro di casa,

via da una strofe, dove a dito indicavo chi erano

a prepararla, una guerra che,

il continente, quest’isola, il mio popolo, i miei e me stesso

poteva sterminare. Senza parole

abbiamo messo una tela di sacco

sull’albero che raggelava.

 

Frühling 1938

Heute, Ostersonntag frueh
Ging ploetzlicher Schneesturm ueber die Insel.
Zwischen den gruenenden Hecken lag Schnee. Mein [junger Sohn
Holte mich zu einem Aprikosenbäumchen an der [Hausmauer
Von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem [Finger deutete
Die einen Krieg vorbereiteten, der
Den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie [und mich
Vertilgen mag. Schweigend
Legten wir einen Sack
Ueber den frierenden Baum.

 

Quello che colpisce a primo impatto è la condizione meteorologica della strofa: il titolo e il primo verso orientano subito l’attenzione sulla stagione in cui il frammento si colloca, la primavera e, in modo specifico, il riferimento alla mattina di Pasqua, stravolta da un evento improvviso e funesto: la bufera di neve. La situazione, dunque, è quella di un evento naturale ostile che irrompe nella vita del poeta e di suo figlio e rischia di portare alla morte un albero di albicocche. La bufera è un elemento ad alto tasso di figuralità, utilizzato spessissimo dai poeti come allegoria della guerra: il concetto di figuralità presuppone la combustione tra due differenti campi semantici che altre discipline distinguerebbero, poiché logica e retorica non sono regimi sovrapponibili se non nel campo della letteratura, dove la stessa retorica fa sì che accada il miracolo. Avvalendosi di questa sovrapposizione fra campi fenomenologici di differente astrazione, ovvero facendo qui coincidere il campo naturale con quello storico, il poeta sintetizza con efficacia il sopraggiungere della tragicità della guerra: come la bufera in piena primavera rischia di distruggere e congelare i nuovi germogli e alberi in fiore, così la guerra rischia di uccidere migliaia di innocenti e cancellarne ogni traccia. Sia il figurato che il figurante hanno in sé le qualità adatte a minacciare la vita degli inermi, come quella dell’albicocco che sta vivendo, ma rischia di morire assiderato e annichilito da una forza intrusiva. Il poeta esule, ad ogni modo, si ritrae nell’atto di scrivere versi di denuncia, pronto a “indicare a dito” i responsabili dell’imminente massacro, quando la sua mano viene fermata dal figlio che lo guida in direzione della fragile esistenza piegata al gelo, con l’invito a proteggerla coprendola con un sacco di tela. Vale la pena soffermarsi su quest’immagine, la cui collocazione al centro della strofa non è casuale: Brecht introduce qui il tema dello scontro intergenerazionale. Il figlio allontana il padre dal suo mestiere di poeta, tramutando la sua singola concitazione nell’atto della scrittura privata all’atto pratico di difesa del vegetale, che è difesa di ciò che è all’esterno della zona sicura, è estensione alla collettività. La denuncia dei responsabili di uno sterminio prossimo, in termini di atto disumanizzante, è lasciata in sospeso in virtù di un concreto atto di protezione, gesto fortemente umanizzante. La figura innocente del figlio indica la via dell’azione, dell’urgenza di una presa di posizione: Brecht è consapevole dei limiti della scrittura letteraria e della necessità del movimento davanti all’incombere della tragedia bellica. Sebbene la poesia sia databile storicamente, Primavera 1938 racchiude un sordo boato d’orrore i cui effetti raggiungono e intimidiscono le nuove generazioni, angosciate dagli eventi del passato e dalla loro possibile riproducibilità a più livelli nel presente; ma soprattutto ciò su cui la poesia invita a riflettere è il rapporto che si instaura tra coscienza individuale e coscienza collettiva, tra pensiero e iniziativa, tra parole e silenzio. Il senso, insegna Brecht, è riuscire a sopravvivere nella storia quanto nella poesia.

Senza parole/ abbiamo messo una tela di sacco/ sull’albero che raggelava.

 


Bibliografia:

BRECHT, Bertold, Poesie e canzoni, a c. di F. Fortini e R. Leiser, Torino, Einaudi, p.138.