Di Martina Cimino

Abbiate paura delle mie lettere, e cioè bruciatele o custoditele con cura… Io sono più passionale di Voi nella mia vita epistolare: persona di sentimenti, nell’assenza mi trasformo in creatura di passioni, giacché la mia anima è passionale, e l’Assenza è il paese dell’Anima.

(Ad Aleksandr Bachrach, 5 settembre 1923.)

Così scriveva Marina Cvetaeva in una delle tante lettere che scandirono la sua vita.

Di essa è possibile parlare in due modi: la vita quotidiana (byt), terrena e concreta, e l’Esistenza (bytie), quella del sogno e della lettera. La sua avventura terrestre può attrarre e stordire per la violenza drammatica da cui è caratterizzata, soprattutto a causa del contesto in cui la poetessa si trova a vivere, la Russia del ‘900. Tuttavia, ad essere davvero importante per poter avvicinare la Cvetaeva è il guardare all’Esistenza, per suo statuto inenarrabile. Essa non consiste nello iato tra sogno e realtà o in una fuga in mondi fantastici, ma nell’unica affermazione di libertà possibile: l’esecuzione della propriavita.
Eseguire la vita era per lei come un compito, affidatole da un severissimo maestro di cui non riconosceva l’autorità ma a cui, al contempo non poteva ribellarsi.  E allo stesso modo eseguiva la propria arte:

qualcosa, qualcuno si insedia in te, la tua mano è solo strumento – non di te, di un altro… Io sono sempre stata scelta dalle mie opere per la mia forza, e spesso le ho scritte quasi contro voglia. E arrendendomi – a volte ciecamente, a volte ad occhi aperti, – ubbidivo, cercavo faticosamente con l’udito il compito sonoro già assegnatomi.”.

Il bytie di Marina Cvetaeva è dunque condizione attiva dell’essere, il regno delle intenzioni, dei desideri: libertà stessa e sua unica vita. Per raggiungere questa dimensione la poetessa si affida a due strumenti, il sogno, “la mia vera vita, senza eventi casuali, tutta fatale, dove tutto si avvera” e il suo corrispettivo diurno, la lettera, “… una forma del rapporto ultraterreno”.

La poetessa intraprende la corrispondenza con Boris Pasternak durante il suo soggiorno a Praga, iniziato nel 1922, quando decide di seguire il marito, Sergej Efron, in esilio. Il tutto ha inizio grazie a una lettera del poeta per complimentarsi con lei dell’ottima raccolta “Versts”. A questo scambio epistolare va ricollegato però anche il nome di Rainer Maria Rilke, che si aggiunge ad esso soltanto nel 1926, quando inviò a Pasternak i suoi Sonetti a Orfeo e le sue Elegie duinesi. Fu però uno scambio breve e che impedì l’incontro, poiché il poeta austriaco morì nel 1929. Nonostante la brevità della corrispondenza, tra lei e i due poeti si creò un legame viscerale.

“«Possedere», «toccare» – tutto questo non va bene, e negli attimi di lucidità provoca ironia. […]

E Voi anche usate questa parola che io odio (oh, non sono una suffragetta!): «Possedendo le Vostre lettere» (e un’altra frase: «voglio non solo sentire con l’anima, ma tastare…») – sapete come vanno scritte queste cose? «Adesso, tenendo in mano le Vostre lettere, cioè l’anima»… e (la seconda): «Voglio non solo sentirvi, ma abbracciarvi». […] La scelta delle parole è prima di tutto selezione e decantazione dei sentimenti: non tutti i sentimenti vanno bene. Il lavoro sulla parola è lavoro su se stessi. Ecco, è questo che voglio da Voi.”

 Le figure di questo mondo altro sono due: la Madre, balia, e l’Eroe.  Figure che hanno configurato ogni suo rapporto amoroso, in quanto soltanto nella luce violenta dell’infatuazione ella riusciva a incontrare le persone. Luce che però conduce la poetessa a consacrare coloro che ama, sottoponendoli alle acque dell’oblio di sé e alle fiamme dell’autocoscienza più critica, per poter nel frattempo lenirne le ferite. Ogni destinatario della sua passione viene così trasformato in eroe onnipotente e fragile, bisognoso di cure materne, e pronto ad affrontare un percorso ascendente di metamorfosi. Percorso che si compie univocamente nella corrispondenza intrapresa tra la Madre e l’Eroe.

Madre dei suoi corrispondenti, Marina Cvetaeva non si prodiga di incontrarli dal vivo e conoscerli nella loro carnalità, semplicemente li evoca: nelle giornate, nei luoghi, nelle lettere, e nei sogni, arrivando a scorgerne così le bassezze più orribili e le virtù più alte. E’ questo gesto di evocazione a far scaturire in lei l’amore, un sentimento puro e ideale, dalle sembianze esoteriche e primordiali: una formula, che soltanto ripetuta può approdare all’altro. E infatti nelle sue lettere il nome del destinatario è ripetuto più volte, con esortazione e disperazione, la condizione in cui ella vive costantemente, in cui desidera vivere.

“[…] Ci si confessa a Dio, non al sacerdote. Mi confesso (non mi pento: incenso) non a Voi, ma allo Spirito che è in Voi. E’ più grande di Voi – e non ha ancora, mai, sentito cose del genere! Voi siete così nobile che non provate gelosia.

L’ultimo mese di questo autunno l’ho trascorso ininterrottamente con Voi, senza lasciarvi per un attimo, non con il libro. Per un certo periodo sono andata spesso a Praga, ed ecco come aspettavo il treno nella nostra minuscola e umida stazione. Arrivavo presto, andavo su e giù per il marciapiede buio – lontano! E c’era un luogo – il palo di un lampione – senza luce: è qui che vi chiamavo, vi evocavo: «Pasternak!». E lunghe, nomadi conversazioni fianco a fianco. Ci sono due luoghi dove vorrei andare con Voi: a Weimar da Goethe, e sul Caucaso (l’unico luogo in Russia dove riesco a immaginare Goethe!).

Non dico che mi siete indispensabile: nella mia vita Voi siete inaggirabile: verso qualunque luogo io pensi, quel lampione sorge da solo.

Sottrarrò all’incantesimo il lampione.

Allora, quest’autunno non mi turbava affatto che tutto questo avvenisse a Vostra insaputa e senza il Vostro permesso. Non per mia volontà vi evocavo: se si può «volere» si può (e si deve!) smettere di volere, la «voglia» è una sciocchezza. Era qualcosa in me a volerlo. E del resto la Vostra anima è facile da evocare: non è mai incasa.
«Alla stazione» e «da Pasternak» erano la stessa cosa. Andavo da Voi, non alla stazione. E, comprendetemi: mai fuori dalla versta asfaltata. Lasciando la stazione, o meglio: salendo sul treno, io, semplicemente, mi congedavo da Voi: a mente fredda e lucida. Non vi prendevo con me nella vita. Non sono mai andata apposta alla stazione. Quando sono finiti i miei (indispensabili) viaggi a Praga, siete finito anche Voi.

Lo racconto perché è passato.

E sempre, sempre, sempre, Pasternak, in tutte le stazioni della mia vita, accanto a tutti i lampioni dei destini, lungo tutti gli asfalti, sotto tutti gli «sghembi acquazzoni» – sarà sempre la stessa cosa: il mio appello, il Vostro arrivo. […]

 

(A Boris Leonidovič Pasternak.

Mokropsy, 10 nuovo febbraio 1923)

L’evocare risulta dunque essere un atto di fede, una preghiera che la Cvetaeva innalza verso uno Spirito, oltre la realtà della carne e la realtà stessa della vita, perché attraverso essa pure un luogo sterile può diventare simbolo e conseguentemente “alleanza”.

“Quando racconto qualcosa a qualcuno e l’altro non capisce, il mio primo pensiero (ustione) è: Pasternak! E dopo l’ustione – fiducia. Andavo da Voi come a casa, andavo come sul rogo – senza bisogno di verifiche. […]”

A bruciare, in questo caso, è lei sola. Una donna che nelle lettere testimonia il suo più acuto bisogno: un interlocutore, “un tino senza fondo che non trattiene nulla” attraverso il quale “passare, come attraverso Dio: straripando!”.

 

Bibliografia

Marina Cvetaeva, Il paese dell’anima, Milano: Biblioteca Adelphi, 5° edizione, 1998.

Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo, Milano: Biblioteca Adelphi, 4° edizione, 1984.

Dipinto: “Donna che legge una lettera davanti alla finestra” di Jan Vermeer.