Non sono certa dei motivi che portino una persona a scrivere, ma, quando per un motivo o per un altro si perde l’unica copia di un brano scritto, l’unica copia di un guizzo d’arte spontaneo, ecco, io penso sia come perdere un figlio.

Ho vissuto vari tipi di lutto nella mia vita, compreso quello del figlio che perde il genitore, ma la disintegrazione di un’opera d’arte, la sparizione di un brano che rimarrà per tutto il resto della vita rinchiuso alla cieca nei meandri tortuosi del cervello, ecco, quello credo sia uno dei lutti più terribili.

Perdere un figlio deve provocare una sensazione simile, moltiplicata però un milione di volte: la sensazione di aver dato vita a una creatura bellissima, significativa, pulsante di vita e di calore, che per un errore, per colpa del destino, sparisce. Quanto dolore, quanta insopportabile e inenarrabile tristezza.

Come fa un genitore a sopravvivere alla morte di un figlio? Me lo sono chiesta tante volte. Io sono sopravvissuta alla morte di un padre, un’esperienza terribile, ma il mio cuore si è lacerato in una maniera più sottile e insidiosa solamente quando ho perso, per errore o distrazione, ciò che avevo appena scritto. Documenti al computer, fogli di carta, annotazioni: tutto perduto nel giro di un secondo, per colpa di uno schermo fattosi improvvisamente nero o di carta strappata o perduta. Doloroso quasi come se mi venisse amputato un arto.

Come si fa a sopravvivere all’amputazione di un arto? Facile, si finge che non sia mai esistito. Ma se si produce arte, un’opera di sentimento, come si può fingere che non sia mai esistita? Come si può fingere che un figlio non sia mai esistito, o addirittura pensare di rimpiazzarlo o rigenerarlo?

Perdere un genitore è come perdere un arto, quello sì. O almeno, se vi sono le condizioni adatte. Ma perdere un’opera di alto valore estetico e morale, perdere il risultato di un gesto artistico che veniva dal cuore, quello è molto peggio, perché rinchiude in sé una finitezza, un’irrecuperabilità del momento che è la condizione peggiore della vita dell’uomo.

E il figlio, i figli, LA opera d’arte superiore, il generare per antonomasia, come si può sopravvivere a una perdita simile? Alla perdita del capolavoro michelangiolesco, della Cappella Sistina delle madri, del David dei padri, della Gioconda dei genitori.

Ora capisco dal più profondo spazio del mio cuore perché la violenza verso le opere d’arte sia vista come una delle espressioni più atroci della bestialità umana: in nome di quale dio, in nome di quale causa è possibile giustificare l’efferatezza di un delitto quale la distruzione di un’opera d’arte, sgorgata come acqua di fonte dal genio artistico di un’altra persona? Mi soggiunge il pensiero di Palmira, città siriana ricchissima di reperti archeologici e grandiose opere architettoniche, distrutta barbaramente dai guerriglieri dello Stato islamico. Come si possa permettere un’altra persona di osare una tale arroganza nei confronti di altri rimane per me un mistero che preferirei non avere la necessità di sondare.

E come si permette un governo o un’autorità di censurare l’opera artistica di un altro essere umano? Che diritto può essere arrogato da un’istituzione per giustificare la cancellazione, la distruzione, il rogo, il mettere a tacere una voce artistica che dà sfogo ai suoi più intimi pensieri e alle sue più segrete pulsioni? Penso al Bücheverbrennung nazista, il rogo dei libri, e non può che dolermi il petto nel figurarmi tutta quella conoscenza sprecata, tutte quelle pagine bruciate, arrostite sulla brace del potere insensibile. E il cuore mio salta un battito al pensiero che uno o più artisti possano aver assistito a quello che, di fatto, è paragonabile al rogo di un figlio, alla carneficina di uno stuolo di infanti fatti di carta e inchiostro, di parole e disegni.

Perdere la propria creatura di carta è come perdere un figlio, un figlio che dà soddisfazione e procura felicità nonostante il mutismo e l’impossibilità di una reazione di scambio reciproco, considerando che l’arte è monodirezionale; l’artista genera, punto. Ma quanto dev’essere lancinante il dolore di un genitore che perde un figlio, l’unica opera d’arte vivente che può ricambiare l’affetto del generatore verso la cosa generata?

Nel telefilm coreano Black, nella puntata 1×07, un padre che ha perso un figlio a causa di un incidente parla con l’incarnazione terrena del Tristo Mietitore, pronunciando le seguenti frasi: “Quelli a cui la morte ha tolto lo sposo si chiamano vedovi; i bambini che hanno perso i genitori si chiamano orfani; ma…Lei lo sa il nome di quelli che perdono i figli? Non c’è una parola. È così crudele che non c’è una parola per questo.”.

Persino il vocabolario delle lingue esistenti si rifiuta di trovare una definizione per un dolore simile.

 

BIBLIOGRAFIA – SITOGRAFIA

Dondi Mirco, Nazismo, il gigantesco rogo di libri del maggio 1933, “Il Fatto Quotidiano” online, 9 maggio 2013, https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/09/nazismo-gigantesco-rogo-di-libri-del-maggio-1933/588174/, consultato il 06 aprile 2019

Maclean Ruth, Desecrated but still majestic: inside Palmyra after second Isis occupation, “The Guardian” on-line, 9 marzo 2017, https://www.theguardian.com/world/2017/mar/09/inside-palmyra-syria-after-second-isis-islamic-state-occupation, consultato il 06 aprile 2019

https://www.netflix.com/title/80214013

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