Di Anna Vecchione e Richárd Janczer

O mio buon signore, perché sei così solo?
Per quale offesa sono stata io bandita come donna
in queste due settimane dal letto del mio Harry?
Dimmi, dolce signore, che cosa ti toglie
l’appetito, la gioia, e l’aureo sonno?
Perché chini i tuoi occhi a terra,
e così spesso trasalisci quando siedi solitario?
Perché hai perduto il fresco sangue delle guance
e hai dato i miei tesori e i miei diritti su te
alla cupa meditazione, alla maledetta malinconia?
Mentre dormivi sonni leggeri accanto a te ho vegliato,
e ti ho udito mormorare racconti di spietate guerre,
proferire ordini al tuo balzante destriero,
gridare «Coraggio! In campo!». E tu hai parlato
di sortite e di ritirate, di trincee, di tende,
di palizzate, bastioni, parapetti,
di artiglierie, di cannoni, di colubrine,
del riscatto dei prigionieri, e di soldati uccisi,
e di tutti gli aspetti di un aspro scontro.
Il tuo spirito in te è stato come in guerra
e tanto ti ha agitato nel sonno
che gocce di sudore ti hanno coperto la fronte,
come bolle su un rivo da poco sconvolto.
E sul tuo viso strane espressioni sono apparse,
di quelle che vediamo quando gli uomini
trattengono il fiato, chiamati all’azione
da un alto e improvviso comando. Oh che portenti sono questi?
Qualche grave affare il mio signore deve avere per mano
e io devo conoscerlo, o altrimenti egli non mi ama.

Enrico IV Parte I, atto II, scena 3, vv. 39-67.

Il PTSD, il disturbo da stress postraumatico, ha disseminato numerosi echi, più o meno espliciti lungo il corso della letteratura mondiale, possiamo infatti individuarne esempi sin dai primi testi scritti: è riscontrabile già nel mondo sumerico dell’Epopea di Gilgamesh (si pensi alle esperienze oniriche del guerriero Enkidu) ma anche nella Grecia di Erodoto (Storie, libro IV), che riporta il curioso caso del soldato Epizelo, rimasto cieco per tutta la vita, non per qualche ferita fisica subita durante la battaglia di Maratona ma dopo una spaventosa allucinazione. Le tracce del PTSD sono spesso associate a una letteratura di tipo bellica, in particolare nel mondo anglosassone dove è collegato al  “shell shock”, fenomeno quasi topico nella letteratura britannica dopo il primo conflitto mondiale. I riferimenti più celebri rimangono le poesie di Siegfried Sassoon e Wilfred Owen o il personaggio di Septimus Warren Smith nel romanzo Mrs Dalloway di Virginia Woolf. All’epoca di questi autori la psicologia era ancora ai primordi ma oggi la condanna ha finalmente un nome. La differenza rispetto a un secolo fa è palpabile prendendo in mano La macchia umana (2000) di Philip Roth. In uno dei punti più delicati dell’architettura di un romanzo, cioè a poche dalla conclusione, il veterano di guerra Les Farley, un personaggio marginale fino a quel momento, prende la parola:

Sono tornato dal Vietnam con troppa rabbia e troppo risentimento. Avevo dei DSPT. Avevo quelli che chiamano disturbi da stress post-traumatico. Così almeno mi hanno detto. Quando sono tornato, non volevo più saperne di nessuno. Sono tornato, e non riuscivo a interessarmi di nessuna delle cose che succedevano da queste parti, nella vita di tutti i giorni. Era come se fossi stato via per troppo tempo, una cosa assolutamente pazzesca. Mettersi un vestito pulito, e la gente che ti saluta, e la gente che ti sorride, e la gente che va a una festa, e la gente che guida la macchina… Non ero più capace d’interessarmi di niente. Non riuscivo a parlare con nessuno, non riuscivo a salutare. Per molto tempo mi sono chiuso in me stesso. Salivo sul pick-up, facevo un giro, andavo nel bosco, passeggiavo nel bosco: era una cosa stranissima. Mi ero chiuso fuori di me stesso.

[…] Non creda che si trattasse solo di me. Migliaia e migliaia di uomini stavano passando quello che passavo io. Migliaia e migliaia di uomini che, svegliandosi nel cuore della notte, credevano di essere tornati nel Vietnam. Migliaia e migliaia di uomini ai quali la gente telefona e che non rispondono alle telefonate. Migliaia e migliaia di uomini che fanno questi sogni davvero brutti.

(Einaudi, 2017, p. 387-8)

Nonostante il progresso degli studi medico-scientifici, gli esempi di PTSD nella narrativa rimangono spesso, per ragioni da indagare, relegati al campo bellico. Confidiamo non solo nella sua emancipazione, attraverso l’analisi in contesti più quotidiani, ma anche nel lavoro dei filologi per ritrovare le sue manifestazioni finora non riconosciute come tali. Per stimolare la riflessione su questo argomento che abbiamo chiesto un parere più scientifico a una studentessa magistrale di psicologia dell’ateneo patavino: Anna Vecchione.

Quand’è che il dolore diventa trauma? E quando il trauma passa dall’essere stravolgimento esistenziale a vero e proprio disturbo? La conoscenza può essere un’arma contro la confusione e la paura della sofferenza, in questo modo la Scienza si pone quasi a confine contenitivo capace di delineare il limite tra normalità e la malattia, permettendo di trovare un senso, se un senso si può trovare, quando tutto sembra cadere a pezzi.

Per quanto innocua, l’attribuzione di trauma a un evento perfettamente normale della vita quotidiana di un occidentale sano destabilizza il parametro di riferimento che possiamo avere rispetto agli eventi normativi. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) un evento si può definire traumatico alla compresenza di due fattori principali: un fatto mortale o percepito come tale o almeno gravi lesioni al soggetto e/o a persone molto vicine a lui, e la reazione traumatica di iperattivazione emotiva e fisiologica caratterizzata da una netta sensazione di impotenza (inserisci riferimento bibliografico in nota con la pagina e in bibliografia). Da un lato la Scienza ci permette quindi di evitare un’attribuzione grossolana e impropria del trauma a tutto ciò che può essere difficile nella vita, dall’altra rischia di banalizzare un concetto ricco di sfaccettature, a tratti inafferrabile, qual è il vissuto personale di un essere umano. È nella sensibilità umana che possiamo trovare lo sciogliersi di questa contraddizione, dove si possa al contempo relativizzare la sofferenza della vita quotidiana e non sminuire le situazioni di dolore patologico.

Il trauma non è quindi doversi alzare presto la mattina, ma non è nemmeno solo e soltanto un’idea di guerra distante che gli occidentali solitamente conoscono attraverso il telegiornale. Tra le principali categorie di eventi traumatici sono stati evidenziati gli incidenti d’auto, le malattie gravi, le violenze, gli abusi, i maltrattamenti, la guerra e gli attacchi terroristici.

Se le parole possono diventare strumento per gestire la paura dell’ignoto e della sofferenza, distinguiamo allora ciò che è la risposta da stress, l’esperienza traumatica e lo sviluppo di un vero e proprio trauma con disturbo da stress postraumatico.

Ogni persona vive all’interno della propria intera esistenza e nella semplice quotidianità delle esperienze più o meno stressanti, alle quali il corpo risponde per ristabilire una situazione di equilibrio emozionale, mettendo in atto strategie di coping e sfruttando risorse personali e sociali per fare fronte alla situazione. Queste possono andare dall’essere in ritardo per il lavoro, al litigio con una persona cara, alla preoccupazione per un esame da sostenere all’università. Un evento traumatico invece non solo attiva l’organismo come la situazione di stress, ma ne mette a rischio la sopravvivenza stimolando la messa in atto automatica di reazioni fisiologiche, comportamentali, emotive e sociali che non si estinguono una volta esauritosi il tempo necessario alla soluzione del problema. Se lo stato di emergenza generatosi si protrae troppo a lungo nel tempo può generarsi il trauma. Si può immaginare una sorta di continuum di fronte a un’esperienza traumatica tra lo stress immediato, che è risposta normale a un evento anormale, e lo stress traumatico, dove si cronicizza compromettendo il normale funzionamento del soggetto.

Joseph LeDoux (1996) ha ampiamente approfondito le mutazioni biologiche che avvengono in uno stato di emergenza. La capacità di reagire e sopravvivere è così radicata in noi da poter parlare di un sistema difensivo frutto di una programmazione genetica data dall’evoluzione biologica, che fornisce risposte standard al pericolo per massimizzare la possibilità di sopravvivenza. La cosa interessante è che questo sistema difensivo è automatico, non ha bisogno di consapevolezza per funzionare. A livello comportamentale viene scelta la miglior strategia possibile tra immobilità, lotta e fuga. Non c’è pensiero né considerazione morale o etica quando l’istinto di sopravvivenza è scatenato dalla paura, dato scientifico che viene spesso dimenticato nei dibattiti, privati o pubblici, riguardo all’introduzione del porto d’armi o nell’analisi di eventi di panico diffuso.

Il sistema psichico dell’emergenza si costituisce di due vie neurali principali. Inizialmente i dati sensoriali che segnalano il pericolo, il rischio per la vita, vengono elaborate dal talamo, struttura sottocorticale con il compito di smistare i dati sensoriali. A questo punto le informazioni possono seguire due percorsi. Possono venire inviate alla corteccia, frammentate a seconda del loro carattere visivo o uditivo, quindi confrontate con le informazioni immagazzinate nella memoria a lungo termine, viene quindi valutata la loro pericolosità. L’informazione viene così inviata all’amigdala che è specializzata nell’attivazione del sistema difensivo, con le sue caratteristiche comportamentali e neurofisiologiche. La corteccia ha quindi il compito di inibire l’attivazione inappropriata dell’organismo di fronte a stimoli non realmente pericolosi, inibendo l’attivazione dell’amigdala. Tuttavia, esiste un’altra possibilità di processamento delle informazioni sensoriali di pericolo, dove dal talamo passano direttamente all’amigdala, bypassando le decisioni e la pianificazione dell’azione messa in atto dalla corteccia frontale. Questa seconda via è più veloce e diretta, ma non entra nella dimensione consapevole del soggetto.

Abbiamo due sistemi di ricordo legati al trauma: il primo è proprio del lobo temporale e si caratterizza per accuratezza e precisione ed è esplicito e consapevole, permette il ragionamento e il pensiero pianificato, produce memoria delle emozioni con ricordi freddi senza coinvolgimento fisiologico. Il secondo è situato nell’amigdala e tratta ricordi grossolani, impliciti e inconsapevoli, attiva rapidamente l’organismo e mette in atto comportamenti rigidamente programmati, produce memoria emotiva, ricordi caldi che attivano il corpo.

L’impatto del trauma è associabile a un terremoto, dove ci si sente in balia di forze più grandi di noi, ingestibili, costringendoci a ripensare alla nostra stessa esistenza. Allo scatenarsi dei comportamenti automatici ed impliciti della via inferiore possiamo venire travolti dal crudo e amorale istinto di sopravvivenza, questa presa di coscienza può essere traumatizzante.

Si delineano quindi meccanismi complessi automatici o consapevoli nel comportamento umano di fronte a un pericolo reale o considerato tale, allo scopo di massimizzare la sopravvivenza. Tali meccanismi possono però incepparsi e trascinare il soggetto in una spirale dove è il suo stesso sistema protettivo a metterne in pericolo la salute. Nel disturbo da stress postraumatico, la via sottocorticale si attiva non più solo in presenza di uno stimolo pericoloso per la vita del soggetto, ma di fronte a elementi che vengono associati all’evento traumatico e che vengono così per associazione considerati pericolosi, anche se nel presente non comportano nessun pericolo. È per questo che nei film che trattano ad esempio dei veterani di guerra questi soggetti hanno reazioni spropositate di fronte alle pale di un ventilatore, che li riportano magari all’immagine di un elicottero presente nell’esperienza traumatica che hanno vissuto. Avviene un catalizzarsi dell’analisi degli stimoli in riferimento ai campanelli di allarme interiorizzati dall’evento traumatico.

A breve termine il trauma comporta una serie di comportamenti e sentimenti transitori che permettono l’uscita dallo stato di emergenza, le reazioni più frequenti sono i cosiddetti sintomi dissociativi dove le persone sembrano perdere il contatto con la realtà, sperimentando una sorta di anestesia emotiva come estrema difesa di una mente che non riesce a gestire tutto ciò che ha sperimentato nell’esperienza traumatica. Sintomo dell’avvenuto traumatismo è invece l’incoerenza cognitiva, dove, a causa dell’eccessiva pressione emotiva causata dall’iperattivazione del sistema della paura, i processi di elaborazione dell’informazione e dell’immagazzinamento nella memoria subiscono interruzioni, risulta quindi una narrazione dei fatti incoerente e frammentata. Tra i sintomi frequenti compaiono ricordi intrusivi involontari che si accompagnano a un’attivazione dell’organismo a opera dell’amigdala e a una forte sensazione di paura. Vi è un’iperattivazione costante dell’organismo, a immagine dell’attivazione avvenuta al momento del trauma nello stato di emergenza. Questo comporta insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, movimento costante. Nel cercare di gestire tali sintomi i soggetti mettono in atto comportamenti di evitamento di luoghi, persone, discorsi che ricordano l’evento traumatico, atteggiamento che comporta un isolamento dagli altri.

“Il fatto è che dalla notte del Vajont ero convinta di sognare. Che tutto quello che mi era accaduto e mi accadeva non fosse realtà ma sogno. Pensavo che il mattino dopo avrei raccontato tutto a mio papà e a mia mamma e insieme ci saremmo fatti quattro risate di quella situazione incredibile. […] Il sogno è finito … a sei anni dal Vajont, quando ho perso la bambina che aspettavo. Allora di colpo con la morte della mia bambina ho capito che quanto vivevo era la realtà, non un sogno. […] avevo solo due alternative: o ammazzarmi o cercare di accettare quanto mi era successo.” [Demichelis, O., Coletti, M. e Toffolo, G. Psicologia dell’emergenza: il caso Vajont]

Attraverso un faticoso e doloroso percorso di accettazione le persone possono uscire dal quadro sintomatico, normale appena dopo l’esperienza traumatizzante, ma patologico nel suo protrarsi.

Il disturbo da stress postraumatico non è legato al trauma in sé ma più precisamente allo stress postraumatico, il cui livello incontrollato causa i sintomi e il delinearsi della malattia. Tale situazione si struttura dal momento in cui pur avendo messo in atto le difese naturali della mente e dell’organismo, e le risorse esterne, il livello di stress postraumatico non cala. I sintomi sperimentati dopo un trauma sono universali ed è stato individuato un tempo considerato statisticamente normativo di un mese per la loro durata, passato il quale è stato dimostrato un loro declino drastico nella maggior parte delle persone, in una minoranza di esse invece si organizza un disturbo da stress postraumatico, anch’esso subisce una riduzione percentuale spontanea che però si associa ad altri problemi, psichiatrici e medici. I sintomi dell’avvenuto instaurarsi del disturbo da stress postraumatico riguardano intrusioni, evitamenti ed eccitabilità eccessiva, la caratteristica principale è l’incapacità da parte del soggetto di controllare le sue memorie che si ripresentano automaticamente, in modo così vivido da attivare emotivamente e fisiologicamente l’organismo. Si tratta della memoria emotiva in cui avviene l’attivazione dell’amigdala, dove i sintomi intrusivi si attivano ad effetto dell’associazione nelle memorie grossolane dell’amigdala. Il ricordo intrusivo ha come conseguenza un’acuta sofferenza per gli effetti dell’intrusione in sé ma anche per il perpetuarsi del sentimento di perdita di controllo e di impotenza. Le intrusioni sono traumatiche in sé e impediscono la guarigione perpetuando il trauma nell’esperienza attuale di impotenza e paura di fronte al nostro stesso funzionamento psicologico.

È attraverso la costruzione di una memoria frutto della rielaborazione e implicita accettazione dei fatti che permette di fare i conti con la frammentazione causata dall’evento traumatico, dove il trauma segna una cesura tra tutto ciò che era la propria esistenza prima e tutto ciò che è diventata dopo. Necessaria diventa la costruzione di una rete di significati e di connessioni tra il prima e il dopo, che dia senso alla narrazione nel suo complesso. Un modo diverso di vedere l’utilizzo della parola, che può esprimersi in modo poetico o meno, ma che può diventare possibilità di guarigione, di ricostruzione, infine di nuova vita.

Bibliografia:

CROCQ, Louis, “Il   trauma: storia   di   un   concetto   e   del   suo significato” in Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria, numero 9, 2012.
(http://www.psicologiperipopoli.it/files/Numero%209%20Cro.pdf)
DEMICHELIS, O., COLETTI, M. e TOFFOLO, G., Psicologia dell’emergenza: il caso Vajont, Cuneo, Edizione Artistica Piemontese, 2004.
LEDOUX, J., The Emotional Brain: The Mysterious Underpinnings of Emotional Life, New York, Touchstone, 1996; trad. it: Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Milano, Baldini & Castoldi, 1998.
ROTH, Philip, La macchia umana, Einaudi, 2017.
SHAKESPEARE, William, “Enrico IV Parte I” in I drammi storici I, Milano, Mondadori, 1979, pp. 351, 353.
VANNA, Axia, Emergenza e psicologia. Mente umana, pericolo e sopravvivenza, Bologna, Il Mulino, 2006.

Dipinto: “Self-portrait” (2012) di Gonzalo Borondo.