Di Giulia Burattin

Attraverso la letteratura del XIX e del XX secolo

La parola “crisi” deriva dal latino crisis, in greco κρίσις, che deriva a sua volta dal verbo κρίνω, ovverosia “distinguere”.

E’ su questo concetto che vorrei concentrarmi: sull’esperienza di “rottura” che la crisi mette in gioco, una rottura che viene evidenziata e, appunto, si distingue, poiché scardina quelle certezze date per scontate che in una qualche maniera ci danno struttura. Parlando di crisi d’identità, essendo l’identità un concetto cangiante e fumoso, trovo sia ben centrato il mitico paradosso della nave di Teseo, una nave che si dice affrontò mille battaglie, ma che rimase sempre illesa, perché di volta in volta venivano tappate falle e sostituiti pezzi, benché la nave rimanesse l’originale.

Alla fine noi tutti siamo così: in costante evoluzione, e ad entrare in crisi o essere feriti basta poco. Tuttavia ritengo che, più che le ferite, siano proprio le suture, e la cura che adoperiamo nel farle guarire, che conferisce loro valore. Sono loro a ricordarci del dolore affrontato e di come siamo riusciti a risollevarci dal fango, forti di un amor proprio rinnovato; sono loro a regalarci i confini della nostra identità, a renderci ciò che siamo: diversi da prima, pur rimanendo sempre noi stessi.

In questo articolo prenderò spunto dalla vita di tre “grandi”, prendendo in considerazione tre modalità diverse di crisi di identità, e le possibili suture che vi si possono apporre.

 

La crisi d’identità individuale: Hermann Hesse e il Bildungsroman

Non una vita facile, quella di Hesse, che tentò perfino il suicidio a soli 15 anni (suicidio, tra l’altro, fallito solo a causa dell’inceppamento dell’arma), atto estremo per cui venne poi ricoverato in una casa di cura. Nel corso della sua vita, Hesse fu sempre alla ricerca spasmodica di una pace interiore che, purtroppo per lui, tarderà ad arrivare. In seguito, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, visse un improvviso e pericoloso abbassamento del tono dell’umore, ed ebbe un grave esaurimento nervoso: una crisi d’identità profonda ed estrema che lo portò a richiedere delle cure professionali.

Questo determinò la svolta. Grazie alle cure di Jung in persona, riuscì a trovare il modo per esorcizzare i suoi demoni, per suturare le sue ferite: il raccontarsi attraverso la letteratura.

Diede quindi alla luce due capolavori profondamente introspettivi, entrambi romanzi di formazione (“Bildungsroman”): “Demian”, nel 1919, e poi “Siddharta”, nel 1922.

In “Demian – Storia della giovinezza di Emil Sinclair”  Hesse riuscì a sviscerare gli opprimenti irrisolti del suo passato, in particolare della sua difficile infanzia, e riuscì a liberarsi di quell’Ombra (termine junghiano) e di quelle ferite che lo tormentavano ormai da troppo tempo.

Scrive Hesse nel “Demian”:  “Per gli uomini illuminati non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: di cercare se stessi, di consolidarsi in sé, di procedere a tentoni per la propria via dovunque essa conduca” (Romanzi, Mondadori, 2005, p. 418).

E poi, cos’è “Siddharta” se non un’entusiasta ricerca, fresca di una consapevolezza e di una maturità nuove, della propria identità e della propria spiritualità più intima?

Scrive Hesse in “Siddharta”: “La maggior parte degli uomini […] sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino” (op. cit., p. 720).

Hesse è il perfetto esempio della frattura dell’io che poi riesce a ricomporsi in un nuovo, solido mosaico, in questo caso mediante l’Arte, la scrittura.

 

La crisi dell’individuo con la società: Oscar Wilde e il “De Profundis” come esempio di identità egosintonica (o egodistonica?)

La Vita imita l’arte più di quanto l’Arte non imiti la Vita” fu l’epigramma stentoreo del dandy più famoso della storia della letteratura: Oscar Wilde, l’esteta per eccellenza. Influenzato dagli insegnamenti di Walter Pater, saggista, critico letterario e suo maestro nel corso dei suoi studi, Wilde sviluppa la sua personale concezione di vita: “La vita artistica è semplicemente lo sviluppo del nostro essere” (Wilde, Il critico come artistaL’anima dell’uomo sotto il socialismo, 1891, Feltrinelli), e poi “Sul portale del mondo moderno sarà scritto: sii te stesso” (ibidem). Il fine ultimo di ogni uomo dev’essere il compimento di se stesso, la realizzazione di ogni sua propensione, conscio del fatto che ogni esperienza che compie non è da biasimare, bensì da concepire come una pura espressione di sé.

Portavoce di questa dottrina, Oscar Wilde si concesse a ciò che lui definiva “individualismo: scevro di ogni morale o legge, visse pienamente secondo ciò che gli dettò l’animo. La coltivazione del sé vigeva sopra ogni cosa. Fu l’incontro con Bosie, e la storia d’amore che nacque dopo a far traballare le sue certezze. Per lui “amore” era sempre stato sinonimo di “sacrificio”, poiché darsi ad un Altro significava perder se stessi. Così fece. Si diede in sacrificio, e per questo finì in carcere secondo il Criminal Law Amendement Act (1885) e con l’accusa di “gross publicy indecency”.

Inizialmente Wilde indossò i panni dell’eroe ribelle e sovversivo, con il suo amore tanto anticonformista; in seguito si rese conto che la ripulsa che gli dedicava la società e la perdita del suo status da intellettuale acclamato lo ferivano più di quanto pensasse, e si accorse, in quell’angusta cella, che il suo io non gli era bastevole se non era circondato da una folla osannante.

Nel “De Profundis” (1897), lunga lettera scritta ad Alfred Douglas dal carcere, si rimproverò per aver intrecciato una relazione con un “fannullone” (così lo definisce, rammaricato) e, rivolgendosi direttamente a Douglas, per “la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi” (De Profundis, 1897, Feltrinelli). Wilde era a conoscenza delle malelingue e dei mormorii da salotto che lo etichettavano come un aberrante degenerato: “Nella più infima melma di Malebolge io siedo tra Gilles de Retz e il Marchese de Sade” (ibidem).

Iniziò a mettere in dubbio i suoi ideali, e, uscito di prigione, si ritrovò derelitto, misero, disprezzato, e, soprattutto, senza più la sua Arte: non riuscì più a scriver nulla di successo. La frattura con la società che tanto lo amava, ricambiata, sconquassò la sua identità, e Wilde finì con il tradire i suoi stessi ideali rimpiangendo gli errori del passato. Terminò i suoi tristi giorni solo, suturando il suo io in cocci adottando un pietoso conformismo di circostanza, nel quale tacque e represse per sempre, perfino nelle lettere più intime, la sua omosessualità, divenuta, ormai, egodistonica (contrapposta all’io), e null’altro che la malattia che l’aveva condannato a quella triste sorte.

 

La crisi tra due identità in conflitto: la tragica storia d’amore di Søren Kierkegaard e Regine Olsen

Di indole timida e melanconica, Kierkegaard, colui che molti incoronano come “il filosofo dell’angoscia”, ammise che la ferita che attanagliava il suo animo aveva conficcato in lui le sue radici fin dalla prima infanzia. Un’infanzia solitaria, introspettiva e caratterizzata dalla religione, dalla superstizione, dall’idea del peccato e dai sensi di colpa. Kierkegaard  più volte affermò di essere stato condannato sin dalla nascita da quella che lui definiva un’ “incrinatura originaria”.

In seguito, la svolta: incontrò, in un salottino colmo di intellettuali, Regine Olsen.

Nacque una storia d’amore senza paragoni, ma l’idillio, purtroppo, come per Wilde, durò poco.

Il fidanzamento era ormai avviato quando Kierkegaard iniziò a nutrire dei dubbi: iniziò a chiedersi come due identità, quella del filosofo e quella del marito, avrebbero potuto coesistere; si chiese poi se quella storia d’amore avrebbe nuociuto a ciò cui lui aveva consacrato la vita, ovvero gli studi filosofici e il magistero in teologia; infine la questione dell’individualità: come poteva lui, misantropo e solitario, conciliare la sua personalità con quella di un’altra persona, perfino dando vita ad un legame indissolubile di fronte a Dio? Lo stesso dilemma che afflisse Wilde, del resto.

Kierkegaard entrò in crisi. E decise di rompere il legame con la Olsen.

Lei in seguitò si risposò, mentre lui prestò fede alla sua decisione e si dedicò al lavoro, scrivendo opere su opere, moltissime delle quali contenevano riferimenti più o meno impliciti all’amata (si prenda per esempio “Aut-Aut”).

Lei andò avanti con la sua vita. A lui non rimase altro che la scarna imitazione di ciò che era stato quando l’amore lo aveva pervaso, quando la sua identità sfumava e sconfinava in quella della Olsen. Lui non aveva fatto altro che porre un taglio netto tra le due identità, decidendo di strapparsi all’amore e scegliendo il suo ruolo di filosofo. Suturò i confini doloranti della sua identità basandosi sulla filosofia, e abbandonando il ruolo d’amante. Visse conservando il dolore di quello strappo, le ferite cucite ma ancora dolenti, tuttavia rimase sempre convinto della sua decisione (κρίσις, crisi, d’altronde può significare anche decisione), e ne portò la dignità sino in tomba.

Dipinto: “Sentieri ondulati” di Jackson Pollock, Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Roma).