Di Richárd Janczer

Illyés Gyula (1902-1983), poeta, drammaturgo, traduttore e saggista ungherese.

Nel 1921, a causa di attività politiche socialiste, è costretto alla fuga e ad abbandonare quindi gli studi universitari. Trascorre qualche anno in Francia, svolgendo diversi lavori manuali per mantenersi ma ha così modo di conoscere e di stringere legami di amicizia con i dadaisti e col nascente gruppo surrealista. Tornerà in Ungheria solo nel 1926, grazie alla concessione di un’amnistia.

Poco dopo il suo ritorno in patria, viene notato e supportato dai più importanti letterati del paese, tanto da diventare una delle figure centrali del panorama letterario già negli anni ‘30, attirando su di sé sia lodi (e premi) che critiche.

Nel 1939, sposa in seconde nozze Kozmutza Flóra, musa di József Attila, il più celebre poeta ungherese del Novecento.

È uno dei pochi intellettuali sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. In questi anni ha anche una breve carriera politica: già all’indomani della ritirata delle truppe tedesche è eletto membro del parlamento provvisorio e rimane uno dei dirigenti del Nemzeti Parasztpárt (Partito nazionale dei contadini) fino alla presa di potere di Rákosi, nel 1948. L’anno successivo si ritira dalla vita pubblica nazionale ma intraprende numerosi viaggi all’estero: nonostante sia vicino agli ideali socialisti, verrà sempre considerato alla stregua di un nemico da parte delle autorità filosovietiche. Non a caso, la sua poesia Egy mondat a zsarnokságról (Una parola sulla tirannia) diventa uno dei testi più letti durante la rivoluzione del 1956.

Hidak non è tra le poesie più note di Illyés ma è la testimonianza poetica di uno dei momenti più drammatici della storia ungherese. È la primavera del ’45: l’assedio di Budapest è appena terminato, dopo tre mesi di cannoneggiamenti i tedeschi si ritirano dalla città, non prima però di aver fatto saltare tutti i ponti, elementi architettonici di rara bellezza ma pericolose vie di comunicazione per un esercito in avanzata.

La polis ungara è ferita proprio nel suo cuore, il Danubio l’attraversa dividendola come un tempo e le suture che tenevano unite le due anime della città sono state spezzate dalla peggior specie di barbari che questa terra aveva mai visto. All’indomani della ritirata rimangono solo i piloni della struttura e le travi giacciono sul fondale ma gli edifici, per quanto dolorosa sia la vista, si possono ricostruire. Illyés sta descrivendo questo momento storico ma umanizza gli degli oggetti inanimati perché ha bisogno di raccontare una ferita più grande, il sacrificio di vite umane che è appena stato versato: le migliaia di caduti in Russia, i circa 400.000 ebrei ungheresi consegnati ai forni di Auschwitz e quelli giustiziati sommariamente sulle rive del Danubio, per non parlare delle perdite umane causate dall’assedio della città. L’Ungheria nel 1945 è una nazione che si ritrova ancora in ginocchio e i simboli di questa ferita grondante Illyés li ha proprio di fronte a sé.

Ponti

La più terribile visione
era questa: i ponti ammutoliti
con le vertebre spezzate
in mezzo alle due città,

così stesi, in fila,
alla maniera degli animali massacrati,
nella colpa e nel sudiciume
loro, così innocenti.

Sul gigantesco mattatoio
sorse un sole scarlatto:
lo sguardo ha colto questo: il loro sangue
la schiuma dipinta dal sole,

così giacevano, morti,
caduti, dopo
essere sobbalzati nell’agonia
in quell’infausta notte.

Ci sarà un’epoca, in cui si rialzeranno,
troveranno sostegno le schiene
e tu – allora questo sarà il tuo sogno –
aizzandoli farai loro un segno:

che gridino vendetta
e si ergano in piedi,
perché cos’è l’ordine, se sempre
loro sopportano, le vittime?

Ma loro stanno, stanno
(un loro arto non trema)
sopra la fuga del fiume
e la fuga del tempo!

Hidak

A legszomorúbb látvány
ez volt: a betörött
gerincű néma hídak
a két város között,

ahogy feküdtek, sorban,
mint leölt állatok
a bűnben és mocsokban
ők, az ártatlanok.

Óriás mészárszékre
kelt vörösen a nap:
a szem azt hitte: vérük
a nap-festette hab,

ahogy hevertek, holtan,
lehulltan, miután
kínjukban fölugortak
azon az éjszakán.

Lesz kor, hogy talpraállnak,
hátukat megvetik
s te – akkor ez lesz álmod –
uszítva intsz nekik:

üvöltsenek bosszúért
és ágaskodjanak,
mert mi a rend, ha mindig
ő tűr, az áldozat?

De ők csak állnak, állnak
(egy tagjuk nem remeg)
a futó folyam és a
futó idő felett!

Bibliografia:

ILLYÉS, Gyula, Illyés Gyula művei I, Budapest, Szépirodalmi könyvkiadó, 1982, pp. 262-263.