Di Alessandro Giumara Zaffini

 

Ci sono casi in cui dividere la biografia dell’artista dalla sua opera è impossibile. Per quanto riguarda la nostra musica indipendente (o alternativa, come si diceva una volta) l’esempio lampante è forse quello di Giovanni Lindo Ferretti, il cui percorso esistenziale, politico e religioso scandisce la carriera in maniera così indissolubile da potersi leggere nella successione dei nomi delle band in cui ha militato: CCCP, CSI (Consorzio Suonatori Indipendenti) e PGR (Per Grazia Ricevuta).

Non si tratta di un caso isolato.

Vale la pena di citare Stefano Edda Rampoldi, un personaggio morto di molte morti e ripresentatosi sotto diverse sembianze. Sono almeno tre le sue reincarnazioni: cantante dei Ritmo Tribale negli anni novanta, sopravvissuto del grunge e dell’eroina sul finire degli anni zero e bizzarro cantautore indie-pop da qualche tempo ad oggi. Tutta la sua produzione solista perderebbe significato se ignorassimo il percorso dell’uomo: la dipendenza, la disintossicazione, il lavoro di muratore, il rapporto non facile con la sessualità e con la famiglia (Edda, prima di essere il suo nome d’arte, pare fosse il nome della madre), la fede, il ritorno in scena, la difficoltà di vivere della propria arte. Perderebbe significato in particolare Semper biot (letteralmente sempre nudo in milanese), album del 2009 che lo vede tornare dopo un decennio di silenzio.

Non penso che qualcuno ascoltando questo disco per la prima volta possa restare impassibile. Pur riconoscendo la forma della ballata acustica in ognuna delle 12 tracce del disco, qualcosa ci spiazza sempre; la voce di Edda, prima di tutto, la sua pronuncia strascicata, le parole deformate, le grida, i sussurri che accompagnano il significato sconnesso di ciò che ascoltiamo: proclami di disperata devozione, preghiere rivolte a qualche donna desiderata, a Krishna o al pantheon cattolico, accanto a volgarità e allusioni sessuali esplicite, constatazioni di impotenza e frustrata autocommiserazione. Edda ha un nome di donna, spesso sembra letteralmente cantare come una donna e parla di sé al femminile, ma non è il tipo da comporre canzoni che rivendichino libertà dagli stereotipi di genere: abbiamo piuttosto lo spaccato di una eterosessualità evirata, divisa tra il culto di un femminile che sente mostruosamente lontano in qualche recesso della propria anima (l’anima, sì, è donna) e l’ossessione sempre a portata di mano del non nato, la sua effettiva impotenza, il non essere un uomo completo, la colpevolezza dei fallimenti, la vita che è sfuggita da tempo a qualsiasi controllo. Eppure una lettura di questo tipo non esaurisce l’incanto di ciò che ascoltiamo. La carica delle pulsioni portate all’esasperazione ci fa schizzare verso il cielo, il teatrino che vede avvicendarsi un Eros passivo-aggressivo e l’invocazione paranoica di un Thanatos si sublima nella celebrazione di Nulla e Assoluto e per un attimo, dietro allo squallore continuamente riproposto del bisogno, si intravede l’affresco della trascendenza. Così un ritornello apparentemente insulso come “Tu dove sei? /Mi sono perso mentre andavo all’Ikea” diventa un atto d’accusa nei confronti di un Padre celeste che trascura il destino di suo figlio. C’è poi un altro modo di intendere il sacro, più immanente ed intimo, e accosta chi canta al paria, colui che si copre di merda, inutile e non voluto, che tuttavia odora di santo. Dolcezza, fatale splendore di questo soffrire: Edda paga per i suoi sbagli (primo fra tutti essere nato) ma riceverà molto più di chiunque altro, ne è convinto nella sublime Organza.

Va detto anche qualcosa sul tono della scrittura di questo album, che tratta temi scottanti con una leggerezza sconcertante, quasi lo strano misto di neologismi italiani, dialetto milanese, mantra e formule latine da cui veniamo travolti faccia parte del vaneggiare di un demente che la compassione ci costringe ad ascoltare. Edda può parlare di tutto in questo modo: pedofilia, dipendenza da droghe, suicidio, prostituzione, pornografia… scenari e situazioni baluginano alla mente dell’ascoltatore per poi riaffondare nel magma nonsense tipico della sua scrittura.

La musica non è da meno: nonostante la maggior parte degli strumenti si limiti ad accompagnare lo “zappare” della chitarra acustica, l’intenzione impressiva e talvolta disturbante dell’arrangiamento è più che esplicita. Abbiamo molte concessioni al vuoto, accenni di mandolino e altri cordofoni dal suono esotico, tappeti sonori, organi e sintetizzatori, percussioni appena presenti, accanto all’incursione di violente saturazioni, voci fuori campo, campioni di strumenti inusuali che sporcano il tutto uniformando la sonorità dell’album al fango in cui le parole trovano dimora.

Semper biot, a dieci anni dalla sua uscita, è ancora capace di incatenarci in un ambiente al contempo claustrofobico e rassicurante, uno scenario domestico che assiste a tutta la brutale inutilità della nostra vita e che non abbiamo cuore di lasciare, un posto dove digeriamo in solitudine le nostre dipendenze, le nostre rabbie, le nostre cadute e forse maturiamo la visione di una via d’uscita.

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