Di Francesco Destro

Mi specchio, dunque lui è. La famosa massima “cogito ergo sum” vacilla di fronte all’oggetto magico di una superficie riflettente, al punto da consegnarci all’incertezza del percepirci, in parte o totalmente, altrove. Seppur in questo rapporto ciò non sia una conditio sine qua non, il nostro io può scoprirsi doppio, come qualcosa o qualcuno che vive e agisce indipendentemente da esso, al di là del suo consenso o della percezione più nitida.

Cosa vediamo e cosa non vediamo? Quali sono le nostre esatte percezioni? Cosa possiamo ricavarne o dedurre da questa speculazione, da questo riconoscere, da questo intravvedere? Uso il termine speculazione non a caso, poiché la parola specchio condivide la radice, dal latino “speculum”, rapporto che potrebbe dare spazio a un gioco di parole tra riflesso e riflessione, restando comunque nell’ambito del relazionare un corpo a un’altro.

Andando oltre il tema del doppio è da ricordare che lo specchio, uno dei topos della letteratura e della cinematografia, sarebbe doveroso presentarlo nelle sue plurime sfumature concettuali: specchio come simbolo (e condanna) di vanità, come rimando alla divinazione o accesso a una realtà alternativa, ma anche come elemento positivo legato alla Verità e alla Prudenza. Restando tuttavia sul rapporto tra noi e l’oggetto, tra noi e ciò che è raffigurato nell’oggetto, quanto può tuttavia restituire del reale e del vero?

Per Sylvia Plath, ad esempio, l’oggetto-specchio è capace di restituire oggettivamente e con precisione il senso delle cose o di un determinato istante in cui parla dello specchio come di un qualcosa di veritiero e senza preconcetti (Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti./ Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco/ tale e quale senza ombre di amore o disgusto./ Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –/ quadrangolare occhio di un piccolo iddio. Questi i versi iniziali della sua poesia intitolata “Specchio”[1]). Non la pensa così invece Jorge Luis Borges, che vede nello specchio, “l’impossibile spazio dei riflessi”, un oggetto deformante ma per colpa dell’uomo, che non ha modo di cogliere l’immagine se non in maniera distorta o frammentaria, ambigua e instabile.

Negli articoli che seguiranno vi sarà quindi un parziale approfondimento di alcune accezioni legate a questo oggetto e “pretesto”, con considerazioni su opere e personaggi le cui vicende sono imperniate sul suo utilizzo.

Affascinante, collegandolo ancora una volta alla poesia, o meglio, alla Genesi della poesia, è l’uso che ne fa Jean Coucteau, poeta, pittore e regista francese. “Les miroirs sont les portes à travers lesquelles la Morte va et vient” : gli specchi sono le porte attraverso le quali la Morte va e viene (Orphée, 1950, film). Qui, lo specchio si lega in maniera indissolubile al tema orfico e alla discesa del poeta nelle profondità del proprio essere, dal quale deve risalire riportando consapevolmente alla superficie elementi appartenenti alla sfera dell’inconscio. L’immagine restituisce e dona quindi non solo frammenti o identità difformi o deformi, ma anche intere realtà. Lo specchio, intermediario letterario, qui è nuovamente portale, accesso a una dimensione (passaggio reso ne Le sang d’un poète, primo film della trilogia orfica, con l’immersione dell’attore in vasche di mercurio). E la letteratura è sempre rimasta affascinata dai riti di passaggio, dal carattere iniziatico di un’Eco di riflessi.

Pensando a questo e al rapporto fra specchio, ricerca e poesia, si potrebbe dunque in conclusione porre questo quesito: quanto è lecito chiedersi se vale per lo specchio ciò che Epicuro dice della poesia, ovvero che in quanto fonte d’inganni non permette la comprensione razionale dell’universo?

 

[1] Da Attraversando l’acqua, in “I capolavori di Sylvia Plath”, Mondadori, 2004.