Di Elena Vania

Aprile, Padova, libreria Zabarella. Giulia[1], rigorosamente vestita di nero, così giovane eppure così sicura di sé. Dal primo istante di questo incontro emerge la sua solida base culturale: c’è forma in lei come nella sua poesia e meno male visto che la forma è la cifra, il portato specifico del poetico.

La sua raccolta, Coppie minime, è già alla terza ristampa. Si tratta di un’opera strutturata  matematicamente, metalinguistica e ricca di richiami, riflessi, doppi come se ogni tanto uno specchio ci si infilasse dentro. L’architettura è frutto di lunghi ripensamenti: se i testi sono stati scritti in un tempo relativamente breve, non vale lo stesso per la loro disposizione. L’autrice ha impiegato quattro anni a disporli nell’ordine in cui li leggiamo, motivo per cui i componimenti se estrapolati e decontestualizzati dai restanti non permettono al lettore di essere compresi.

Struttura e tematiche della raccolta

   La raccolta segue un movimento interno e si divide in quattro sezioni:

  1. Deserto per modo di dire: formata da 10 sonetti, in ognuno dei quali compare la parola «deserto». È la parte più difficile e i testi presentano spesso un linguaggio complesso: neologismi[2], nomi, richiami[3]. Questa sezione vuole fungere da fondamenta per l’edificio verbale. È come trovarsi, parole dell’autrice, nell’inferno dantesco. La sezione si apre, creando il vuoto, con una lista di nomi di deserti: senza la mancanza il libro, la poesia neppure ci sarebbero. Il «tu» compare come «TE» (ripetuto tre volte) nel secondo sonetto, all’interno dello schema rimico dantesco della rima incatenata. L’autrice chiede al libro di trattenere qualcosa del «tu», che è il dato perso, e che se fosse ancora presente non permetterebbe l’esistenza del libro[4]. In chiusura il penultimo sonetto ripete nel nome di una dinastia il «te», «etei etei etei» (per tre volte come nel secondo testo).  L’ultima poesia introduce l’espediente usato nella seconda sezione e che permette di trasformare il lutto in operazione linguistica: l’uomo vive di linguaggio[5].
  2. Coppie minime: composta da 77 poesie, è la parte più estesa della raccolta e funge da corpo dell’edificio. Sono testi, per lo più terzine, distici e quartine, caratterizzati dalla brevitas. Caratteristiche ricorrenti sono: slittamenti di suono e significato, giochi linguistici. Per esempio la poesia a pagina 31, oltre a contenere una coppia minima, si può smontare: «io rime, tu rimedi» diventa «io rime, tu di rime» e «io verso quello che rimane» in «io verso quello che ne rima»; oppure «Todi» di pagina 36 diventa il «Do It» della pagina seguente e «I.D.» a pagina 74. Il primo testo è legato all’ultimo: «avresti potuto essere felice?/ Te lo domani spesso, mentre mandi/ i capi bianchi nella lavatrice», «ma tanto la felicità non dura- / magra consolazione, che riponi/ nel frigo fra la frutta e la verdura».
  3. Voci correlate: comprende un solo testo, un poemetto. Finalmente compare il «tu»: è Marta, che compare come Laura petrarchesca: «Erano i capei d’oro a Marta sparsi». É il «tu» che manca al quale il lettore si aspetta sia stata scritta la raccolta. Ma c’è un problema: Marta inizia a dare consigli su come scrivere, «fare questo» è scrivere il libro, quindi Marta sembra anche esterna all’edificio verbale che crea. Dunque il «tu» è causa o conseguenza? É creatore o destinatario della creazione? Sono due posizioni in competizione. Anche qui compaiono neologismi «strasedeva», «notte notte» è ripresa da «sera sera» di Zanzotto. Sono nominati anche: Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Montale, Dante, Samonà, Amelia Rosselli, Maria Luisa Spaziani, Sylvia Plath, Trump che diventa «Tra un po’», e la chiusa è ancora su Petrarca, ma con variazione.
  4. Ma se la rivedessi, che direi?: formata da 7 testi. Il libro si slancia e giunge al finale dove viene proposta la soluzione. Il primo testo inizia con un categorico: «Marta non m’ama ed io non l’amo», ripreso nel finale, e con una rima significativa «vita-finita». Inoltre l’ultima parola dell’ultimo verso di ogni strofa è ripresa nel primo della successiva. Come nella sezione precedente vengono citati nomi importanti: Sbarbaro, la scuola siciliana, Dante, Gozzano. Infine l’ultimo testo al quale si dedicherà in seguito un’ attenzione particolare.

 

    I testi sono 95, a coppie di due, e si rimandano tra loro a distanza. Ma il conto sembra non tornare: il numero totale dovrebbe essere pari. Infatti un componimento rimane per così dire irrelato, privo del suo doppio, perciò i testi risultano così disposti: 47 + 1 + 47. Si tratta della poesia centrale del libro: «Vado verso», che funge da boa: il libro giunge fin qui e torna indietro. D’altra parte la stessa cosa avviene nel significato del testo: il «cinquantuno delle venti e trenta» è l’autobus con il quale la Martini torna a casa.

Anche le sezioni si rispecchiano una nell’altra: la prima rimanda alla terza, la seconda alla quarta. L’unico testo di «Voci correlate» fa riferimento alla sezione «Deserto per modo di dire» (10 testi), «Coppie minime» (77) a «Ma se la rivedessi, che direi?» (7). Come in un’equazione si ha 10: 1 = 77: 7. Dunque la coppia minima qui è lo zero.

È il momento di introdurre il concetto di coppia minima e il significato che assume per la raccolta. Il concetto di coppia minima è proprio di una disciplina ben specifica, la linguistica, e con quest’espressione, o coppia unidivergente, s’intende una coppia di parole che si differenziano soltanto per un fonema. Proprio la differenza di quel suono, che ha valore distintivo, tiene separati significanti diversi a cui sono associati significati differenti. Il suono si sdoppia, trascina il significato in direzioni diverse e l’autrice gioca spessissimo in quella zona grigia che si crea tra la distanza di significato e la vicinanza grafica e sonora delle parole, anche con l’ausilio della rima, creando così un gap di significati possibili, che talvolta genera un cortocircuito tra ciò che viene esplicitamente detto e ciò a cui si allude soltanto. All’interno di questo espediente alcuni versi possono essere smontati e rimontati; in genere sono luoghi testuali a elevata concentrazione fonica. Francesco Vasarri, nella prefazione, paragona tale divertissment al rapporto amoroso, che è tematica di questi testi: le persone si scelgono, si illudono, si lasciano e vi è sempre uno scarto tra l’io e il tu.

Dunque è un lavoro impegnativo quello che sta alla base di questa raccolta, sia dal punto di vista linguistico sia metalinguistico, come accennato all’inizio. Metalinguistico perché tutto il libro è centrato sul problema del dire e lo si comprende, ancor prima di leggere i testi, scorrendo i titoli delle sezioni («Deserto per modo di dire», «Ma se la rivedessi, che direi?»). Sono tutti richiami alla dicibilità stessa di ciò che si sta dicendo. L’autrice si domanda: come si fa a dire qualcosa? E quel qualcosa qui è la perdita, che è «fare questo», cioè il libro e infatti anche Marta dà consigli su come scriverlo. Sono molte le espressioni metalinguistiche che si incontrano nel testo, ne riporto alcune: «per modo di dire», «quando pubblicherò il prossimo libro», «cosa vorrebbero che dicessi, «cosa vorrebbero che dicessi loro?», «ma che diresti, se anche lo sapessi?» e infine il «dire bene» dell’ultima poesia. Senza contare le parole che rimandano alla lingua: «se ti rimane poco nella metrica», «ti resto referente immaginaria», per «polisindeto/accosto», «ma ti credo genitivo inevitabile».

L’ultimo testo

Si giunge così alla chiusa della raccolta, che merita un’attenzione particolare per il significato e la  struttura. Innanzitutto compare la dedica a Stefano Protonotaro, poeta della scuola siciliana. Il componimento appare, anche graficamente, diviso in due parti ben distinte: la prima sestina è formata da versi di Protonotaro, la seconda è scritta dall’autrice e ogni suo verso riprende a rovescio, come in un inchino, un verso di Protonotaro; una tecnica per rendergli omaggio. Quindi il primo verso di P. si riconduce all’ultimo della Martini, il secondo al penultimo, il terzo al terzultimo, e così via. Tale meccanismo crea un botta e risposta tra le due voci, talvolta anche dal punto di vista semantico. Nell’ultimo verso compare ancora il problema del dire, «dire bene», e finalmente viene svelata al lettore la soluzione: l’io, partito da una mancanza, dal deserto, ha compiuto un percorso, quasi dantesco, constatando che quel «tu», destinatario e creatore del lutto quanto del libro, è ormai ineffabile («Marta non m’ama più»). L’io ne è grato ugualmente e sceglierebbe di nuovo questa perdita perché ha permesso il percorso, dunque il libro. Questo è anche uno degli insegnamenti della raccolta. Scrivere un testo calcando i versi di un poeta siciliano, quindi della tradizione da cui prende origine la poesia italiana, è come – parole dell’autrice – mettere i passi sulle orme dove li ha messi qualcuno prima di te. E allora: «Avanzo lenta rivolta all’indietro» perché non è possibile andare avanti senza tornare indietro[6].

 

 

Bibliografia e siti consultati

Giulia Martini, Coppie minime, InternoPoesia, 2018.

http://www.reportcult.it/eventi/item/2773-pistoia-teatro-di-una-crisi-intervista-a-giulia-martini.html?fbclid=IwAR32IteW3L2lHt4AZtXNfB3MWVfyX0w62PnH9JaypKAKXrJKGKimIx_YIqk

http://www.succedeoggi.it/2019/03/rime-liste-rimasugli/?fbclid=IwAR1VpRHT7aTQe1z-H7-oG1yv-pZ5R2Cyve-K27V7LmKPCZR28CPHXYhDsro

https://culturificio.org/intervista-a-giulia-martini/?fbclid=IwAR0-y7HUbJAMFtQsn6EB4bWlyRAqGIwNaSw4TIJ-HNVYUrceSTyZUXxwsjs

http://www.cultweek.com/giulia-martini-coppie-minime/?fbclid=IwAR0AroJjscpKFPytrdngiQDVlabKWSymfq6LqI2HT6bE5G5o82MWEDZYuSM

[1]Giulia Martini è nata a Pistoia nel 1993, vive a Firenze, dove si è laureata con una tesa su Patrizia Cavalli. La sua prima pubblicazione risale al 2015, Manuale d’Istruzioni, e suoi testi sono ospitati in riviste – “Poesia”, “Gradivia” – e antologie – Secolo donna 2017: Almanacco di poesia italiana al femminile, Macabor, 2017; Un verde più nuovo dell’erba. Poetesse “Millennial” degli anni ’90, LietoColle 2018. Ha curato l’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 ’90, Interno Poesia 2019. Vincitrice con Coppie Minime, Interno Poesia 2018, del Premio Ceppo Poesia 2019, prima classificata nella categoria under35.

[2]Esempi: «protovangelizzi», «deserticolare», «cruori».

[3]I testi sono caratterizzati da: rime interne, assonanze, forti allitterazioni, parole facenti parte del campo semantico del deserto, parole ripetute uguali o con variazione.

[4]Per la Martini la poesia nasce sempre da un mancanza o per compensazione della stessa.

[5]«Mi mitigo/il tuo deserto con moti per luogo-/diverto ogni tuo niente in desinente/di caso e numero, nome persona/e tempo nel verbo,/ se è vero il Verbo/ che non di solo pane vivrà l’uomo/ma d’ogni diavolo di parola», pag. 24

[6]Si fa riferimento a pagina 79. L’attenzione alla tradizione è presente in tutta la raccolta. Si trovano riferimenti espliciti a: Dante, pagg. 41 – 121 – 123; Boccaccio, pag. 81; Cavalcanti, pag. 91.

Fotografia (dettaglio) di Marco Gennai.