Di Francesco Destro

 

L’ultimo libro di Alessandra Corbetta, “Corpo della Gioventù” (puntoacapo, 2019) è un inno alla giovinezza, aspettata, spietata, còlta, vissuta e percepita scivolare via, pur se ancora nel fiore degli anni. In questa fase della vita, anticipata, vissuta e lentamente abbandonata, la Corbetta sembra indicarci un perseverare, ad esempio, nel tentativo di riconoscere e trattenere attimi, persone, significati e idee, così come si intuisce nelle tre poesie tratte dalla sezione Battenti (presentate nell’ordine del libro ma non inframezzate da altri versi presenti nello stesso).

 

“riconoscersi allo specchio sarebbe la vittoria/sul demone della scelta”

Si è già visto come lo specchio sia un oggetto capace di resituire oggettivamente il senso delle cose o di un istante come altresì qualcosa di deformante, che agisce al di là del nostro consenso. Accordandosi all’impressione generale della difficoltà “del far star tutto dentro un corpo solo”, come già annuncia la dedica che apre il libro, nel componimento da cui prende titolo questo articolo l’autrice ci racconta della difficoltà del contenere – del trattenere – dentro sé e del riconoscersi, in una giovinezza di mutamenti, luci e ombre, di detto e non detto, di trasecolamenti e rivelazioni, in una “rincorsa all’unicità” tra credo (e convinzioni) altrui che sono “piante d’ornamento”.

 

“non aver trattenuto gli anni sarà la spada”

Un senso di colpa costante, un monito a sé stessi. Ma, nel leggere il titolo in spagnolo dell’ultima poesia, “Soledad”, a prescindere dal ritorno dell’immagine dello specchio è ancora una volta confermato il richiamo complessivo che può ritrovarsi nella parola, simile per assonanza, del portoghese saudade, termine intraducibile che indica una sensazione di malinconia e nostalgia per qualcosa di lontano – sia in termini di spazio sia di tempo – che si continua ad amare. Ed ecco quindi il ritorno del percepire presenze, pericoli ma soprattutto l’impossibilità di riuscire a trattenere dettagli, persone, situazioni – idee che permangono in un altrove.

 

L’idea

Di te ho amato l’idea.

Non le mani, né i gesti, né la bocca,

ma di mani, bocca e gesti, l’idea.

Non c’è amore più forte di quello per l’idea:

non ha odore acre, perfetta nella sua tunica

a fiori a sgambettare in riva al fiume,

non vede cadaveri passare.

 

Così, di te, ho amato l’idea di noi

e ora, che nel fiume vai via anche tu,

non mi rimane che deporre il pensiero.

 

 

Perseveranza

Avremmo bisogno dell’immutabilità del passo,

perseverare sull’orma del vecchio

e trattenere il cappello alla folata di vento:

riconoscerci allo specchio sarebbe la vittoria

sul demone della scelta, l’inclusione dello scarto.

Lo sguardo si ferma, allunga sé stesso

oltre la longitudine alla bellezza

delle tue gambe, si fa sfera

attorno ai seni sbagliati per incuranza…

 

Non aver trattenuto gli anni

sarà la spada.

 

 

Soledad (ad Alfredo)

Mi metto accanto alla tua solitudine.

Anch’io sono solitudine.

 

Non saremo vai vicini

fino in fondo

perché siamo uguali nel nostro abitarci

con un poco di imbarazzo

e molta smania.

Eppure nel tendere al caduco

guardiamo lo specchio dalla stessa parte,

 

ci stringiamo ancora la mano

come al primo incontro.