Di Linda Salmaso

Che oggetto triste
hanno inventato gli uomini!
Chiunque si specchia
sta di fronte a se stesso
e chi pone la domanda
è, al tempo stesso, l’interrogato.
Per entrare più a fondo
l’uomo deve fare il contrario,
allontanarsi[1].

Nel 1995 viene pubblicata Sugli specchi e altri saggi, una raccolta di scritti di Umberto Eco redatti tra il 1972 e il 1985. Il primo saggio contenuto nel volume porta proprio il titolo Sugli specchi ed il quesito fondamentale da cui prende avvio l’intera trattazione è «Gli specchi sono un fenomeno semiosico? Ovvero, sono segni le immagini riflesse dalla superficie degli specchi?[2]».

Dipanare la matassa non è così semplice. Per farlo Eco parte da alcune riflessioni dello psichiatra francese Jacques Lacan secondo il quale lo specchio è un «fenomeno-soglia[3]» che segna i confini tra l’immaginario e il simbolico. Per affermare questo viene portato l’esempio del bambino che dopo i sei mesi di vita inizia a confrontarsi con la propria immagine riflessa, prima confondendola con il reale, poi comprendendo che si tratta di un’immagine “virtuale” ed infine riconoscendosi in essa.

L’esperienza del sé riflesso risulta, dunque, precedente a quella del sé come individuo pensante e parlante. Da allora lo specchio diventa compagno di vita, amico o nemico tra i più sinceri perché «registra ciò che lo colpisce così come lo colpisce. Esso dice la verità in modo disumano[4]». Non interpreta e non può farlo: restituisce un’immagine che appare come il furto di noi stessi ed allo stesso tempo ingaggia un duello con il cervello per convincerci che quella rappresentazione non ci appartiene completamente. L’esperienza speculare si colloca, infatti, proprio al confine tra «percezione e significazione[5]».

Probabilmente ora appare più chiaro come mai l’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi abbia sempre tentato di riprodurre un “segno” che presentasse le stesse caratteristiche dell’immagine riflessa. Dagli agoni pittorici dell’antica Grecia tra Zeusi e Parrasio, alla mimesi del naturale proposta dall’arte rinascimentale che arriva addirittura a cimentarsi con una sorta di “metaspecularità” quando sceglie di rappresentare il mito di Narciso, per arrivare agli specchi di Michelangelo Pistoletto che –  arresosi, forse, all’impossibilità del duplicare – sceglie di inserire lo spettatore stesso nell’opera d’arte, questo singolare tipo di doppio che è l’immagine speculare ha sempre fornito spunti interessanti al mondo dell’arte.

Una tappa interessante e ricca di spunti di riflessione in questa eterna ricerca artistica è costituita dall’opera This is a Mirror, You are a Written Sentence realizzata nel 1968 dall’artista concettuale uruguaiano Luis Camnitzer. Andando oltre l’immagine speculare vera e proprio Camnitzer compie un’operazione che affonda le sue radici nel surrealismo magrittiano; scopo del suo lavoro è mettere in risalto la differenza di tangibilità che il mondo reale ha con quello dei segni, invitando, inoltre, alla riflessione sulla complessità del linguaggio. La parola, infatti, seppur utilizzata abitualmente per descrivere la realtà, presenta tuttavia una sua insufficienza rappresentativa. Come lo specchio riflette senza poter descrivere, così il linguaggio può soltanto descrivere senza mai arrivare a rappresentare la realtà. Quest’opera – apparentemente semplice – cerca di mettere in comunicazione queste due rette parallele che – anche se non potranno incontrarsi mai, magari con un po’ di impegno riusciranno a rendersi conto che stanno percorrendo la stessa strada.

Come ci ricorda l’assunto fondamentale della Gestaltpsychologie il tutto è diverso dalla somma delle sue parti e dunque l’essere umano non è solo fenomeno, ma nemmeno soltanto espressione linguistica della propria interiorità; non esiste un’operazione matematica che ci possa spiegare davvero cosa siamo e come siamo. Né lo specchio più preciso, né la descrizione più dettagliata potranno mai definirci perché, in fondo – interpretando Camnitzer – siamo essenzialmente parole diverse riflesse nello stesso specchio.

Fin dall’infanzia utilizziamo il nostro corpo come mezzo per conoscere il mondo attraverso i sensi e, tuttavia, il corpo è molto più di un semplice strumento. Citando Maurice Merleau-Ponty potremmo dire che «è la nostra espressione del mondo, la forma visiva delle nostre intenzioni. Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte[6]». Un’opera d’arte che – in questo caso – riflette sulla riflessione e lo fa ponendo l’osservatore al centro della questione perché come scrive Eco è proprio questo il punto:

Se le immagini dello specchio dovessero essere paragonate alle parole, esse sarebbero simili ai pronomi personali: come il pronome io che se lo pronuncio io vuole dire “me”, e se lo pronuncia un altro vuole dire quell’altro. […] Se lo specchio “nomina” (ma chiaramente si tratta di una metafora), esso nomina un solo oggetto concreto, ne nomina uno per volta, e nomina sempre e solo l’oggetto che gli sta di fronte. In altre parole, qualunque cosa una immagine speculare sia, essa è determinata, nelle sue origini e nella sua sussistenza fisica, da un oggetto, che chiameremo il referente dell’immagine[7].

Il referente dell’immagine altri non è che l’io che si riflette, siamo noi nella nostra individualità. La nostra immagine riflessa allo specchio è il nostro «nome proprio assoluto[8]»; anche se al mondo esistono tante altre donne che si chiamano Linda, tuttavia nessuna avrà mai la mia stessa immagine speculare, a meno che io non abbia una gemella…ma il tema del doppio è tutta un’altra storia.

 

 

[1] TAKANO, Kikuo, Lo specchio da L’infiammata assenza Venezia, Edizioni del Leone, 2005, cura e traduzione di Yasuko Matsumoto e Renato Minore.

[2] ECO, Umberto, Sugli specchi e altri saggi, Milano, Bompiani, 1995.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] MERLEAU-PONTY, Maurice, Fenomenologia della percezione, Milano, Bompiani, 2003.

[7] ECO, Umberto, op. cit.

[8] Ibidem.

Opera d’arte in copertina:

LUIS CAMNITZER, This is a Mirror, You are a Written Sentence, 1968, lettere in polistirene compresso applicate su una tavoletta in materiale plastico, 19 x 25 cm.