Di Claudia Fantucchio

 

Chi quest’anno è stato al Teatro Greco di Siracusa a vedere l’Elena di Euripide, regia di Davide Livermore, avrà avuto una prima sorpresa ancora prima dell’inizio della tragedia, proprio mentre raggiungeva i posti a sedere. (Sempre che non abbia avuto spoiler: io non sono stata così fortunata). Al primo sguardo verso la scena, infatti, si sarà stupito di trovarla completamente allagata. Fin troppo giusto, avrà pensato, gongolando.

Quest’insolita scenografia rende alla perfezione l’ambientazione egizia del dramma. Non solo: dice anche allo spettatore che tagliare via il mare da ogni testo greco cui si approccia è una dimenticanza non indolore. Spesso, quando c’è in gioco il teatro o la letteratura o l’arte greca, si finisce per parlare di naufraghi, porti, navi, battaglie navali e isole senza che ci si veda una goccia d’acqua. Prima di vedere quest’Elena acquatica non mi ero accorta di quanto tutte le altre rappresentazioni classiche fossero asciutte. Allo spettatore incline ai voli audaci sarà venuto in mente anche che l’acqua riflette, e che il riflesso non è un dato scontato in una tragedia che gioca costantemente col tema del doppio. Il suo vicino di posto un po’ più cinico gli avrà risposto che sta facendo un collegamento forzato, in assenza di altri elementi. Sarà in effetti il regista stesso, nel corso del dramma, a dare tutti gli elementi necessari per capire che, sì, anche questo significato è presente ed è fondante.

Acqua a parte, si impone agli occhi una scenografia gonfia, strabocchevole. Relitti di una nave, varie piattaforme, calici dorati immersi nell’acqua, un’arpa, una poltrona da ufficio semovente. Elementi funzionali, elementi quasi solo decorativi. Un enorme a schermo sovrasta la scena e sarà usato, nei casi migliori, per creare i riflessi che movimenteranno l’acqua. Gli auspici, insomma, sono i migliori.

La seconda sorpresa colpisce lo spettatore nel corso del prologo. All’inizio, tutto regolare: Elena, interpretata da una brillante Laura Marinoni, è in Egitto, e a Troia non ha mai messo piede. Per tutti quegli anni gli Achei hanno «combattuto per una nuvola», per un eidolon fatto d’aria. Elena aspetta che il marito la trovi, ma intanto lui è convintissimo di averla già trovata e crede di viaggiare con l’Elena vera.

A questo punto in Egitto dovrebbe arrivare Teucro, foriero di cattive notizie, fra cui la morte della madre di Elena, dei suoi fratelli e (qui si sbaglia) dello stesso Menelao. E arriva, in effetti. Ma non è interpretato da un uomo, bensì da una donna molto somigliante a quella che interpreta Elena stessa, con uno specchio davanti al volto; quasi come se Elena stesse ricevendo le notizie da sé stessa.

Sarebbe stata una mossa di estremo coraggio (e incoscienza) portare questa scelta registica alle estreme conseguenze, mettere in scena un’intera Elena in cui tutti sono Elena, in cui Elena non può parlare che con sé stessa. Sarebbe stata, inoltre, una scelta ai limiti dell’impraticabile e avrebbe potuto generare un capolavoro inaudito o un obbrobrio. Livermore non si è lasciato tentare da una tale follia, ha limitato il gioco dello specchio a Teucro e a pochi altri momenti e ha realizzato uno spettacolo riuscitissimo. Magari un giorno qualcuno vorrà tentare un’Elena interpretata solo da Elena, però. Quel giorno sarò seduta in prima fila.

Ma solo di uno spettacolo che davvero è stato realizzato si può dire qualcosa. Di questo spettacolo si può dire che è eccellente. Si può inoltre facilmente registrare un cambio di tono: prime scene sono le uniche davvero angoscianti, mentre, dall’ingresso in scena di Menelao in poi, il solipsismo iniziale si stempera.

L’incontro fra Menelao ed Elena tocca, come già nel testo euripideo i punti concettuali più alti dell’opera – il problema della verità nelle sue ripercussioni concrete, lo sconcerto di una guerra combattuta per nulla. In seguito, mentre il testo diviene sempre più romanzesco, la realizzazione teatrale lo segue facendosi sempre più movimentata, sfavillante, divertente, in corsa verso un lieto fine notturno e pieno delle stelle proiettate dallo schermo allo specchio d’acqua.

Lo spettacolo è una gioia continua per gli occhi e per le orecchie – il riverbero dell’acqua amplificato artificialmente, i panneggi dei vestiti del coro che giocano con l’acqua, le complesse coreografie, il tappo dello spumante stappato dai coreuti che arriva alle prime gradinate di pubblico, il lampo bianco che segna i passaggi di scena, la colonna sonora. Il giovane re d’Egitto Teoclimeno (Giancarlo Judica Cordiglia), nonché insistente pretendente di Elena, e sua sorella Teonoe, veggente (Simonetta Cartia), si presentano anacronisticamente vestiti come due regnanti francesi. Lei esprime i suoi vaticini con vocalizzi lirici, lui è macchiettistico e infantile al punto da esclamare «Uffi!».

Menelao (Sax Nicosia) è forse l’attore che spicca su tutti, specialmente per la sua espressività; il livello della recitazione di tutti gli attori è elevato. Menelao ed Elena hanno una chimica incredibile, peraltro trovandosi a interpretare una coppia consolidata che opera in sinergia, cosa più unica che rara nel teatro antico. Le scene che coinvolgono la coppia protagonista sono quelle in cui più chiaramente si vede l’operazione compiuta sul testo, o meglio sulla traduzione di Walter Lapini: il testo non viene mai violato ed è rarissimo che si muti o aggiunga davvero qualcosa a livello verbale (un esempio su tutti è la frecciata attuale della portinaia, interpretata da Mariagrazia Solano, che scaccia il naufrago Menelao urlando che «i nostri porti sono chiusi!»). Però il surplus è tutto nell’interpretazione, nel tono, nei gesti. Per esempio, il «Ti sembro una visione?» che Elena rivolge al marito sicuramente nel V secolo a.C. non sarà stato preceduto da un bacio appassionato, ma la scelta di rendere più maliziosa quella battuta funziona alla perfezione. In modo diverso, ma seguendo lo stesso procedimento, le scene dell’inganno a Teoclimeno divengono immensamente divertenti: Elena e Menelao diventano nervosi e impacciati, si fanno segnali, si fraintendono, si scambiano occhiate.

Lo spettatore odierno può essere frastornato da alcuni cambi di tono. La madre di Elena è morta suicida per le voci (false) che giravano sulla figlia, l’intera guerra di Troia è stata vana: per la sensibilità moderna non è affatto il caso di festeggiare. Eppure la scelta di esaltare anche scenograficamente il lato gioioso e romanzesco della vicenda è, oltre che giustificata, vincente.

Se si può dormire con una donna per sette anni per poi scoprire che è solo una visione, se per questa stessa visione si può uccidere e morire – se, insomma, qualunque concetto di verità non ha radici solide, forse tanto vale fare un brindisi coi coreuti, elaborare un rocambolesco piano di fuga e affidarsi alla sorte. Nel V secolo a.C. se ne stavano accorgendo per la prima volta, noi ormai ci abbiamo fatto il callo.

Elena, coi capelli bianchi, in un finale che non è presente nell’originale chiude lo spettacolo affermando «Mi chiamo Elena». È uno dei versi del prologo. Solo che, dopo tutto quello che è successo, viene da chiedersi se davvero si può dire che una persona si chiama Elena ed esserne poi così sicuri.