Di Sara Martello

Il mito del bel giovane consumato dall’amore impossibile per se stesso è noto a tutti e da sempre ha ispirato e affascinato poeti, scrittori e artisti d’ogni tempo, trasformandosi in un simbolo dai poliedrici significati. La bibliografia è sterminata, i percorsi semantici infiniti e labirintici e pensare di poter esaurire un mito così ricco in poche, umili righe vorrebbe dire macchiarsi di ὓβρις e di stupidità. Perciò, ispirata dalla frase di Schlegel che titola queste pagine, ho deciso di approfondire – anche se solo superficialmente, se mi passate l’espressione ossimorica – i personaggi di Eco e Narciso soltanto come figure, simboli, del poeta alla perenne, insoddisfatta ricerca di se stesso.

Di questo mito esistono molte varianti, a volte assai discordi, e non ne si conosce l’origine, ossia non è noto chi per primo inventò Narciso e ne scrisse la storia[1]; ma la versione che ebbe sicuramente più fortuna fu quella splendidamente narrata da Ovidio nel terzo libro delle sue Metamorfosi ai vv. 339 – 510. Non farò il riassunto del mito – d’altronde ben noto a tutti – ma mi limiterò ad osservare che due elementi spiccano del racconto ovidiano: il primo è la presenza della figura di Eco; il secondo è la morte per inedia e depressione di Narciso (e non per annegamento, come spesso si crede e come riportano altri autori antichi).

Chi è Eco? Secondo i versi di Ovidio è una ninfa condannata a ripetere solo ciò che ha appena ascoltato, punita così da Giunone dopo averla ingannata con le sue chiacchiere. Anche la ninfa cade vittima dell’amore per Narciso, amore infelice perché il bel giovane la rifiuta come rifiuta tutti i pretendenti e per questo sarà a sua volta crudelmente punito. Eco muore, consumata da questo dolore: «Così respinta si nasconde nelle selve e copre il viso pieno di rossore con fogliame e da allora vive nelle spelonche solitarie; ma l’amore le rimane fisso nel cuore e cresce per il dolore del rifiuto: […] ogni sua linfa vitale si disperde nell’aria; […] dicono che le ossa si siano pietrificate. […] Soltanto il suono sopravvive di lei».[2]

Ovidio è il primo che intreccia i due miti e lo fa in modo sapiente. Eco non è solo una comparsa, l’ennesimo pretendente rifiutato. Eco è un riflesso di Narciso: da una parte l’illusione del suono, dall’altra quella dell’immagine. Imago vocis è l’espressione latina utilizzata per designare il fenomeno dell’eco, forse proprio qui Ovidio trovò l’intuizione per l’accostamento dei due miti.

E Narciso, chi è? Il suo nome, secondo un’antica etimologia, deriverebbe da νάρκη (“torpore”) e farebbe riferimento alle caratteristiche dell’omonimo fiore, fiore candido che ammalia e seduce ma nasconde dietro la sua bellezza il veleno, produce effetti soporiferi ed è collegato alla morte. Non a caso, durante il Simbolismo e il Decadentismo Narciso diventa simbolo di seduzione e morte. Narciso è l’antitesi del dio Eros, è freddo come il suo fiore, fugge l’amore, non vuole concedersi agli altri e perciò viene punito con l’amore per un’ombra. Anche lui, come il povero Edipo, è segnato da una profezia dell’indovino Tiresia: «Fu consultato il vate profetico per sapere se avrebbe visto i lunghi giorni di una matura vecchiaia: – Se non si conoscerà – egli disse».[3]

Ecco il rovesciamento del famoso γνῶθι σεαυτόν (“conosci te stesso”) dell’Apollo delfico. La prima punizione di Narciso sta nel non comprendere che il fanciullo nell’acqua di cui s’innamora è lui stesso ma la seconda, quella che lo consuma fino alla morte, sta nel suo risveglio, nel ri–conoscimento di sé: non è il sottile velo d’acqua che impedisce l’amore ma la coincidenza tra soggetto e oggetto del sentimento. «L’immagine prende risalto, è pura e nitida come una lettera: essa è la lettera di ciò che mi fa male», dice Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso, «Ecco la definizione dell’immagine, di ogni immagine: l’immagine è ciò da cui io sono escluso».[4]

Il Narciso riflesso non appartiene alla realtà e anche la letteratura e l’arte sono solo dei riflessi. Per esistere esse hanno bisogno di fruitori che le accettino per vere ma senza mai confonderle con il vero reale. Infatti è proprio questo rapporto alterato che causa la morte di Narciso: svegliatosi dalla sua illusione estasiante egli non è in grado di adeguarsi nuovamente alla realtà.

Il poeta non fa altro che giocare (o combattere?) con il tema della relazione dell’uomo con il proprio io e dell’artista con la propria opera. Egli sonda se stesso per ritrovarsi, per dare una forma al suo magma interiore, per dare un senso alla vita. Ma questo giocare è un giocare con il fuoco: Narciso è il poeta che si isola e si perde nella sua autoriflessione alla ricerca della poesia. Il frutto di questo cieco smarrimento è l’opera d’arte come autosufficiente, narcisistico culto di sé, un’arte che non unisce il poeta al mondo ma anzi lo separa inesorabilmente. Questo è il rischio che spesso corre la poesia contemporanea, soprattutto quella più sperimentale e vicina alle avanguardie: ripiegarsi su se stessa, ridursi ad un vuoto gioco di parole lontano dall’esperienza del reale vissuto, bearsi troppo della sua voce e del suo eco. Non a caso l’eco è possibile solo dove c’è il vuoto, la solitudine, l’esclusione. Scrive Matteo Veronesi: «Narciso non può fare a meno di Eco ‒ suo prolungamento, suo doppio, sua ombra, e insieme personificazione della sua autocoscienza, come pure della sua assenza, della sua della sua inafferrabilità, del suo vuoto».[5]

La poesia è dunque uno strumento fragile, da usare cautamente, attraverso il quale il poeta può, come ad una fonte, specchiarsi per conoscersi e per arrivare al nocciolo del reale. Tra le tante poesie dedicate o ispirate alla figura di Narciso ne ho scelte due, capaci, a mio parere, di spiegarne in modo chiaro il suo uso simbolico. La prima è Narciso al fonte di Umberto Saba, tratta dalla raccolta Mediterranee:

Quando giunse Narciso al suo destino

– dai pastori deserto e dalle greggi

nell’ombra di un boschetto azzurro fonte –

subito si chinò sullo specchiante.

Oh, il bel volto adorabile!

Le frondi

importune scostò, cercò la bocca

che cercava la sua viva anelante.

Il bacio che gli rese era di gelo.

Sbigottì. Ritornò al suo cieco errore.

Perché caro agli dei si mutò in fiore

bianco sulla sua tomba.

Anche il Narciso di Saba cade vittima del suo errore, perso dentro l’immagine di se stesso. È forse un monito che il poeta vuole darsi: la verità sta nel fondo della propria psiche, nell’inconscio, come afferma in Amai (“Amai la verità che giace al fondo,/quasi un sogno obliato, che il dolore/riscopre amica”), ma bisogna stare attenti a non sprofondare, a tenere sempre ben chiara la strada del ritorno.

Concludo con una nota di speranza, di buon uso della poesia, riportando l’ultima quartina di Personal Helicon del poeta irlandese Seamus Heaney, tratta dalla raccolta Death of a Naturalist. I versi diventano una strada per orientarsi nel proprio limo, tra i contorti percorsi delle proprie radici, per riscoprirsi bambini e rendere sonoro e luminoso il proprio buio:

[…]

Adesso, curiosare tra radici, tastare il limo,

contemplare, Narciso dai grandi occhi, qualche sorgente

va oltre ogni dignità di adulto. Rimo,

per potermi vedere, per rendere il buio echeggiante.[6]

Testo originale:

[…]

Now, to pry into roots, to finger slime,

To stare, big – eyed Narcissus, into some spring

Is beneath all adult dignity. I rhyme

To see myself, to set the darkness echoing.

 

Bibliografia:

Fonti primarie:
OVIDIO, Metamorfosi a cura di Nino Scivoletto, Torino, UTET, 2005.

Testi critici:
BARTHES, Roland, Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 2014.
BETTINI, Maurizio, PELLIZER, Ezio, Il mito di Narciso. Immagini e racconti dalla Grecia ad oggi, Torino, Einaudi, 2003.
ROSATI, Gianpiero, Narciso e Pigmalione. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio, Firenze, Sansoni editore, 1983.

Articoli online:

VERONESI, Matteo, https://www.medeaonline.net/dal-novecento-agli-antichi-volti-e-riflessi-del-mito-di-narciso/

Poesie:

HEANEY, Seamus, Poesie, a cura di Marco Sonzogni, Meridiani, Mondadori, Milano, 2016, pp. 22-23.
SABA, Umberto, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, Meridiani, Mondadori, Milano, 2003, p. 534.

 

[1] Rimando chi volesse approfondire questi temi (genesi e diverse versioni del mito) al testo di M. Bettini, E. Pellizer, Il mito di Narciso. Immagini e racconti dalla Grecia ad oggi, Torino, Einaudi, 2003
[2] Ovidio, Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, Torino, UTET, 2005 vv. 393 – 399 p. 169.
[3] Ovidio, Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto, Torino, UTET, 2005 vv. 346 – 348  p. 167.
[4] R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Torino, Einaudi, 2014 p. 105.
[5] M. Veronesi, https://www.medeaonline.net/dal-novecento-agli-antichi-volti-e-riflessi-del-mito-di-narciso/
[6] Traduzione di Marco Sonzogni.

Immagine in evidenza: John William Waterhouse, Echo and Narcissus.