Di Amanda Appiani

Caroline Chung è una studentessa al secondo anno del corso di laurea in Musica (con specializzazione in Performance vocale) alla Boston University, (Massachusetts). Sebbene i suoi studi si concentrino primariamente sulla tecnica vocale classica e sul repertorio d’opera, ha sempre avuto un forte interesse per la poesia e la scrittura in generale, espresso attraverso la sua seconda specializzazione universitaria in Lingua e letteratura inglese e come membro del gruppo di poesia Speak For Yourself della Boston University. Vive attualmente ad Ashburn, Virginia.

 

Camicetta gialla

Ho sempre odiato il colore giallo.

Anche se sono sempre stata una persona mattiniera, l’idea del colore del sole che tinge la mia camera mentre sorge mi ha sempre nauseata. Per me, il giallo era il colore del piscio. Del latte rancido. Una macchia sul muro. Ma, in fondo, era il colore della ragazza nel mio riflesso allo specchio ed era lei che odiavo più di tutto.

La mia crescita è stata fondamentalmente atipica rispetto alla maggior parte degli altri che esibivano la stessa pelle nella mia città. Vedi, crescere da asiatico-americana in un’area a maggioranza bianca ha portato un po’ di whitewashing nelle menti della mia famiglia. I miei genitori hanno vissuto da stereotipi e sopportato i lividi ingialliti del bullismo che arrivava loro in quanto figli di immigrati, e hanno quindi deciso di opporvisi al momento di crescere me e mio fratello.

I miei coetanei asiatici sono cresciuti bilanciando due lingue tra casa e scuola, comportandosi da traduttori e diplomatici onorevoli, mentre io e mio fratello l’abbiamo presa alla leggera. Abbiamo imparato il coreano necessario per ricevere le buste bianche corredate di denaro e saggezza ogni capodanno. Mentre i loro genitori li mettevano al lavoro per temperare matite gialle da strascicare su fogli di esercizi di grammatica e matematica, io passavo le giornate divorando liste di letture estive, figurandomi poesie umoristiche dietro le palpebre. I loro genitori li nutrivano in maniera appropriata con riso e kimchi ambrato, mentre i miei ci cucinavano pasta pallida e esaltavano le virtù dei panini e del polpettone. Il cibo coreano era qualcosa che mangiavamo nei weekend o in seriose occasioni speciali durante le quali nessuno si divertiva. Anche ora, ho i conati quando bevo la zuppa di alghe che mia nonna mi prepara.

So che i miei genitori avevano le migliori intenzioni, ma penso che questo modo di crescermi abbia lasciato una sorta di marchio bianco su di me; qualche tipo di segno agli occhi degli altri bambini asiatici che oh, questa? Questa ha qualcosa che non va. Sono sempre stata qualcosa di alieno. Qualcosa di strambo e, ironicamente, straniero.

Avevo undici anni quando mi dissero per la prima volta che non ero abbastanza asiatica. Successe tra due lezioni nel campo di battaglia che era il corridoio della mia scuola media, dove ebbi il coraggio di dichiarare al ragazzino cinese dell’armadietto accanto al mio che avevo combattuto una guerra con gli dei dell’algebra e perso, unico risultato della battaglia una timida B su una verifica recente. Lui mi schernì e disse “wow, non sei affatto abbastanza asiatica”. Rimasi esterrefatta. Per me, asiatico era il modo in cui io e la mia famiglia ci assomigliavamo in ogni foto assieme. Era il modo in cui eravamo arrivati tutti dalla stessa nazione. Era la risposta che davo riguardante la domanda sulla mia razza/nazionalità alla dogana in aeroporto. E non era mai stato, tra tutto, un voto su una verifica di matematica.

Pensavo che il commento di quel ragazzino fosse solo la punta dell’iceberg, ma, come avrei scoperto in seguito, la nave della mia esistenza aveva appena iniziato a sbattere contro un impenetrabile muro ghiacciato di stereotipi e pregiudizi. Per il resto della mia istruzione media e superiore, fui costantemente rimproverata dai miei coetanei asiatici per fallire nell’essere all’altezza delle loro aspettative:

“Non parli coreano? Qual è il tuo problema? Non sei abbastanza asiatica.”

“Studi musica? E la tua famiglia è d’accordo? Non sei abbastanza asiatica.”

“Non conosci la tua storia famigliare? Non sai da dove vieni! Non sei abbastanza asiatica.”

Tutti i miei tentativi di stringere amicizia con gruppetti di asiatici a scuola erano seccamente respinti una volta che i ragazzini che vi facevano parte scoprivano che la loro definizione di una vera coreana si fermava alla mia pelle. La mia personalità non è mai stata abbastanza malleabile. È sempre stata troppo rumorosa e polemica. Troppo americana. Ho iniziato a odiare la persona che mi restituiva lo sguardo nel riflesso dello specchio. “Dio mio,” dicevo “Dio mio, la buccia del frutto non è in armonia con la polpa all’interno”. Così iniziai a sbucciarmi. Iniziai a stendere strati e strati di trucco. Mi immersi profondamente nello studio dell’inglese e tappandomi le orecchie ogni volta che udivo K-pop. Sviluppai un’allergia al cibo coreano. Iniziai a presentarmi solo come Caroline, e mai come Caroline Chung. E infine, smisi di indossare vestiti gialli per colpa del modo in cui avrebbero ricordato alla gente il colore della mia pelle.

Anche ora, divento ansiosa quando sono in una stanza piena di persone asiatiche. Non riesco a sopportare di guardarmi attorno e vedere facce come la mia, perché, per quanto i nostri riflessi combacino, noi ci ergiamo dalle parti opposte dello specchio. Lo scorso semestre ho provato ad andare in una chiesa coreana, e non sono riuscita a superare la liturgia perché mi sembrava di stare in piedi sotto un grande riflettore bianco. Gli inni si sono distorti e dissolti in nient’altro che un “non sei abbastanza asiatica. Non sei abbastanza asiatica. Non sei abbastanza asiatica. Cosa sei?”

Cosa sono?

Lasciatemi dire chi sono.

Il mio nome è Caroline Isabelle Yoon-Na Chung e posso abbattere montagne.

Sono la mia migliore amica. Sono la mia peggiore nemica. Sono una donna. Sono una sorella. Sono una figlia. Ho diciotto anni, e la mia voce quando canto raggiunge il cielo. Forse non sono ancora in grado di crepare il vetro con la mia voce, ma ciò non mi impedirà di provarci. Sono una scrittrice. Scriverò una poesia che sgretolerà i muri riducendoli in polvere.

E sì, sono asiatica. È solo che sono asiatico-americana e mi dispiace dire che per me “americana” sarà scritto per primo nel mio prossimo passaporto.

Quindi, quando vedi la mia pelle, sfida te stesso a vedere attraverso di essa. Sono molto di più che il posto da cui proviene la mia famiglia. Noi tutti, come umani, siamo molto di più della nostra razza. Di chi amiamo. Di cosa facciamo. Di ciò in cui crediamo. Sfida te stesso ad aprire la scatola in cui la società ti ha messo. Sfida te stesso. È l’unico modo per imparare.

È passato del tempo, ma le ferite che i miei compagni asiatico-americani hanno lasciato bruciano ancora. Ma ci sto lavorando. Ti lascio con questo: lo scorso weekend, per la prima volta nell’arco di sei anni, ho comprato e indossato una camicetta gialla a scuola. E tutti, tutti mi hanno detto quanto fossi bella.

 

Yellow shirt

I have always hated the color yellow.

Even though I’ve always been a morning person, the idea of sunshine hues painting my bedroom with every sunrise made me feel sick. To me, yellow was the color of piss. Of souring milk. A stain on a wall. But ultimately, it was the color of the girl in my reflection and I hated her the most.

My upbringing was largely atypical to most others who wore the same skin as I in my town. You see, growing up Asian-American in a predominately white area has led to a bit of a whitewashing of the minds in my family. My parents lived stereotypes and bore the yellowed bruises of the bullying that came with them as immigrant children, and so they bucked them when the time came to raise my brother and I.

My Asian peers grew up balancing two languages between home and school, acting as translators and golden diplomats between, whereas my brother and I kept it simple. We learned just enough Korean to receive the white envelopes of money and wisdom every new year. While their parents put them to work grinding yellow pencils to stubs over sheets of Kumon, I spent my days devouring summer reading lists, scribbling limericks behind my eyelids. Their parents fed them on the proper rice and amber kimchi, while my parents boiled us pale pasta and extolled the virtues of sandwiches and meatloaf. Korean food was something we ate on weekends or on stuffy special occasions where no one had any fun. Even now, I still gag when I drink the seaweed soup my grandma makes me.

I know my parents meant well, but I think this kind of upbringing has left some sort of bright white marking on me; some sort of indication to other Asian kids that oh, this one? There’s something wrong with this one. I’ve always been something alien. Something weird and ironically, foreign.

I was 11 years old when I was first told that I wasn’t Asian enough. It was between classes in the battleground of my middle school hallways where I made the mistake of confessing to the Chinese boy at the locker next to mine that I had fought a war with the Algebra gods and lost, the only spoils of the fight being a timid B on a recent test. He scoffed and he said, “wow, you’re really not Asian enough.” I was dumbfounded. To me, Asian was the way my family looked like each other in a family portrait. It was the way we had all come from the same country. It was the answer I gave on the race/nationality question at the passport office in the airport. And it was never, of all things, a grade on a math test.

I thought that this boy’s comment was just the tip of the iceberg, but as it turns out, the ship of my existence had only just begun to plow into an impenetrable ice wall of stereotypes and expectations. For the rest of my middle school and high school education, I was constantly berated by my Asian peers’ for failing to meet up to their expectations:

“You don’t speak Korean? What’s wrong with you? You’re not Asian enough.”

“You’re pursuing music? And your family is ok with that? You’re not Asian enough.”

 “You don’t know your family history? You don’t know where you came from! You’re not Asian enough.”

All my attempts at friendship with Asian cliques in my school were quickly rebuffed once the kids within them discovered that their definition of true Korean stopped at my skin. My personality was never soft enough. It was too loud and too opinionated. Too American. I started to hate the person looking back at me in the mirror. “By God,” I would say, “By God, the skin of the fruit does not match the flesh within.” So I tried to peel myself. I started painting on heavier layers of makeup. I sunk myself deep into English studies and plugged my ears whenever K-Pop played. I developed an allergy to Korean food. I began to introduce myself as just Caroline, and never Caroline Chung. And ultimately, I stopped wearing yellow clothes because of the way that they would remind people of the tone of my skin.

Even now, I get so anxious when I’m in a room of mostly Asian people. I can’t stand to look around and see faces like my own, because as much as our reflections match, we stand on opposite sides of the glass. This past semester I tried to attend a Korean church, and I couldn’t get past worship because it felt like I was standing underneath a big white spotlight. The hymns distorted and dissolved into nothing but “You’re not Asian enough. You’re not Asian enough. You’re not Asian enough. What are you?”

What am I?

Let me tell you who I am.

My name is Caroline Isabelle Yoon-Na Chung and I can level mountains.

I am my best friend. I am my own worst enemy. I am a woman. I am a sister. I am a daughter. I am 18 years old, and I can sing down the sky. I may not yet be able to break glass with my voice, but that will not stop me from trying. I am a writer. I am going to write a poem that will break walls down to dust.

And yes, I am Asian. It’s just that I’m Asian-American and I’m sorry to say that for me, American will be listed first on my next passport.

So when you see my skin, challenge yourself to see through it. I am so much more than where my family comes from. We all, as humans, are so much more than our race. Than who we love. Than what we do. Than what we believe. Challenge yourself to open the box that society has put you in. Challenge yourself. It’s the only way to learn.

Time has passed, but the wounds that my fellow Asian-American peers have left still sting. But I am working on it. I’ll leave you with this: This past weekend, for the first time in upwards of six years, I purchased and wore a yellow shirt to school. And everyone, everyone told me how beautiful I looked.