Di Giulia Burattin

Tutti noi conosciamo “Alice nel Paese delle Meraviglie” (1865), fortunato romanzo dello scrittore inglese Lewis Carrol (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson), e di sicuro tutti noi abbiamo sognato con la trasposizione animata della Disney del 1951, che attinse anche al seguito del primo romanzo, “Alice attraverso lo Specchio” (1871).

Le tematiche di questo articolo si sviluppano intorno all’intuizione che vede lo specchio del titolo del secondo romanzo come superficie riflettente che cela dietro (o dentro) di sè le ombre della psicologia contorta e morbosa di uno dei più celebri autori inglesi del XIX secolo. Secondo questa associazione, lo specchio può rivelarsi inaspettatamente come metafora di una degenerazione sessuale sempre più incalzante e di un perturbante perverso che mai nessuno si aspetterebbe da due romanzi solitamente considerati “per l’infanzia”

Uomo d’eccezionale carisma e dalla cultura illimitata, Carrol, nascondeva tuttavia una fitta sottotrama di ossessioni e devianze. Non a caso passò alla storia soprattutto per le accuse rivoltegli post-mortem di pedofilia.

Amava la fotografia, e i suoi soggetti preferiti erano, per l’appunto, bambine dal candore virginale, che lui ritraeva nude o semi-nude in mezzo alla natura, quasi fossero fatine o ninfette dei boschi.

Questa scelta, dichiarava lui, era affine al suo ideale estetico di purezza, di una bellezza non ancora corrotta e incontaminata dai marci valori vittoriani. Si dedicava con passione al mondo dell’innocenza, e coltivava amicizie solo con le bambine che ritraeva. Tra l’altro, molti studiosi riportano la coincidenza tra la scelta del nome “Alice” per la sua eroina e l’amicizia particolare con Alice Liddle, in quegli anni giovanissima, con cui in seguito, però, ruppe i rapporti, sotto volere della famiglia.

Uomo insicuro, affetto da balbuzie e perfino da crisi epilettiche, non ricercò mai una donna con cui maritarsi e metter su famiglia, e continuò a circondarsi di bimbe in età pre-puberale, con le quali disfaceva ogni rapporto una volta raggiunto il menarca, cioè una volta diventate donne.

Era caratterizzato da forti ossessioni: prima di tutto, le sue “amichette” dovevano contenersi quando erano a pranzo da lui, mangiando poco e lentamente e rimanere sempre magroline, perchè lui aveva l’assurda paura che, conseguenza, del resto, inevitabile, crescessero. Seconda cosa, non dovevano mai cercare di dimostrare più anni di quanti ne avessero effettivamente: si racconta che un giorno lui si rifiutò di ricevere una di loro solo perché aveva avuto l’ardire di indossare un abito rosso, essendo il rosso il colore, a sua detta, della passione sessuale.

Il terrore di un carattere femminile maturo e pervasivo, e la fragilità dell’innocenza che può essere corrotta con la crescita e la scoperta della sessualità permasero in lui tutta la vita, e intrisero i suoi romanzi d’un’ombra di perversione che per certi versi può spaventare.

Ecco allora che, nel primo romanzo, Alice non è che un mero oggetto sessuale, controllato dai desideri voluttuosi del suo eccentrico creatore: Alice rappresenta la purezza, il candore, l’innocenza, e l’appetito e il cibo assumono le sembianze della tentazione sessuale e del piacere.

E’ lui che decide quando Alice può mangiare o bere, e lo fa con degli imperativi categorici, cui lei, passiva, non può che sottostare: “eat me!”, “drink me!”.

Alice rappresenta la fanciulletta trasognata delle sue fantasie: dolce, smaliziata ed ingenua, e quindi appartenente ad un mondo che Carrol conosce bene e apprezza, quello dell’infanzia.

L’autore pone in contrasto alla puerilità infantile di Alice un personaggio femminile minaccioso e terribile, in quanto adulto e sessualmente maturo: la Regina di Cuori, che lui stesso definisce “l’incarnazione di un’ingovernabile passione, una cieca e casuale furia”.

Da questo contrasto emerge un tema molto importante, ossia l’antitesi tra la familiare e cara castità infantile e la mostruosa e spaventevole maturità sessuale di un femminino che terrorizza, tema riscontrabile anche nelle sue poesie: in “Stolen Waters” una donna offre al poeta un liquido magico (riconducibile agli umori femminili) che, una volta bevuto, lo forzerebbe a desiderarla. In seguito, solo il canto innocente di una bambina risveglierà la mente stregata del poeta e lo salverà dalla corruzione.

Molti studiosi riconducono questa sua paura possibilmente patologica alla nozione freudiana dell’ansia da castrazione, e al mito della “vagina dentata”, crudele eviratrice del fallo maschile. L’ansia da castrazione deriva dal complesso di Edipo, che porterebbe il bambino a interferire, per gelosia, nei rapporti tra madre e padre, venendo punito da quest’ultimo; trovandosi nella fase fallica del suo sviluppo sessuale, circoscriverà la colpa sull’area genitale, e questo lo condurrà ad aver paura di venir evirato come punizione. Crescendo, inoltre, entrerà in competizione con gli altri uomini, pur conservando questa paura che lo porterà a concepire la vagina come un pericoloso mostro divoratore di falli, una “vagina dentata”.

Non a caso la Regina di Cuori nel romanzo continua a sbraitare “tagliategli la testa!”, chiaro riferimento alla forza eviratrice di una donna potente, e si infuria quando le viene sottratto del cibo poiché molto famelica e ingorda, e abbiamo capito, giunti fin qui, che il cibo è una metafora del piacere.

Un altro personaggio rappresentante il temibile femminino, acerrimo nemico dello scrittore, è la grottesca e orripilante figura della Duchessa, che incarna l’eccesso, e cerca di manipolare Alice con il cibo.

Nel secondo romanzo, “Alice attraverso lo Specchio”, l’autore tematizza la rottura con Alice Liddle, ormai divenuta una ragazza. In quest’opera ritroviamo un’Alice completamente diversa, aggressiva, più sicura di sé e decisamente maturata, quasi avesse tagliato i fili che la legavano al suo burattinaio, Carrol. Anche questo libro è intriso di interpretazioni sessuali, a volte esplicite, a volte meno, ma ciò che lo caratterizza, confrontato con il primo libro, è l’assenza di una controparte innocente e pura: ora Alice è posizionata sullo stesso piano della Regina di Cuori e la Duchessa, e tutto il romanzo ruota attorno alla tensione freudiana di Eros e Thanatos, il conflitto tra le pulsioni di morte e quelle della passione.

Questa tensione è palpabile anche nella sua produzione poetica, specialmente all’inizio, nel “Jabberwocky Poem” (trad. “Il Ciciarampa”) in cui Carrol si prende una sorta di rivincita, facendo sconfiggere all’eroe protagonista un terribile dragone (rappresentante l’aggressivo desiderio sessuale femminile) con il suo spadone (chiaro riferimento al fallo).

Non solo, nel poemetto “The Walrus and the Carpenter” (trad. “Il Tricheco e il Carpentiere”), il tricheco protagonista finisce con il mangiarsi tutte le ostrichette che si era fatto amico.

Questo conflitto è presente anche nella figura stessa di Alice, che da passiva si è fatta attiva, combattiva, prepotente, e che, durante la festa per la sua incoronazione, si dimostra capacissima di uccidere pur di ottenere del cibo e soddisfare la sua fame.

Infine Carrol si concede un’ultima invettiva moralistica al piacere, quando la Regina Rossa offre ad un’affamata Alice un biscotto, che lei divora in un sol boccone, per poi ritrovarsi insoddisfatta e affamata quanto prima: qui Carrol invita, un po’ schopenauerianamente, a riflettere sul come il soddisfacimento di un desiderio non porti altro che ad un’ulteriore insoddisfazione, che potrà venir colmata solo dal soddisfacimento di un altro desiderio ancora, e così via, in un circolo vizioso.

Riassumendo, questo articolo invita, un po’ sommariamente, ad una rilettura più specifica e d’analisi dei grandi classici del passato, correlando loro un inquadramento almeno generale dell’autore, della sua vita e del periodo in cui sono inscritti.

Il romanzo può essere considerato come un enorme specchio in cui scrutarsi, in quanto favorisce l’immedesimazione, la catarsi e il riconoscimento da parte del lettore, tanto che a volte pare sia esso a leggerci dentro e non viceversa. Tuttavia, come dimostrato, lo specchio è una superficie riflettente, e non trasparente, e dietro di sé possono celarsi significati e intenzioni che mai ci si sarebbe aspettati. A volte basterebbe solo attraversare lo specchio e guardare cosa ci si trova.

 

 

Immagine in evidenza:

Balthus (1908-2001), Thérèse sur une banquette, 1939. (© Christie’s Image Ltd 2019)