Di Debora Scionti

 

“Si toccò i capelli e si morse le labbra: avrebbe dato l’anima per avere uno specchio”.

È questo quello che ha pensato Carrie pochi secondi prima che il suo accompagnatore per il ballo della scuola, Tommy Ross, suonasse alla sua porta. Carrie desiderava osservarsi nel suo nuovo abito rosso. Voleva sentirsi bella, donna, libera e viva per la prima volta nella sua breve esistenza.

Ciò che più sgomenta di questo romanzo breve scritto nel 1974 da Stephen King non è la conclusione tragica di una giovane martire vittima di bullismo, violenza domestica e fanatismo religioso, ma la speranza nutrita dalla giovane prima del tracollo: quella di sentirsi apprezzata e accettata dai suoi coetanei. Speranza che le è stata brutalmente strappata via a causa dell’ennesima tortura inflitta dai suoi compagni.

Carrie è stato il primo lavoro pubblicato da Stephen King. L’opera è una ricostruzione di testimonianze, scritte ritrovate sui quaderni di scuola, interviste, libri e resoconti incentrati sulla sedicenne Carrie Wright, dotata di poteri cinetici e dal massacro da lei causato durante il ballo di fine anno nella scuola superiore di Chamberlain, cittadina del Maine. Ripercorrendo la vita della protagonista e di una ristretta cerchia di personaggi coinvolti in tutta la questa contorta vicenda, l’opera non si limita unicamente, come un racconto giallo standard, a incastrare frammenti di un mosaico per arrivare a delle conclusioni o fornire ipotesi riguardo a determinati eventi o situazioni, ma si sofferma, spesso senza sottolinearlo apertamente, sia con scelte lessicali pesanti che con passi dall’estrema delicatezza, su tematiche che vanno oltre il semplice fatto di cronaca.

Tra le tante abilità che può vantare un grandissimo e incredibilmente prolifico scrittore come Stephen King – poiché è indubbiamente un colosso della letteratura contemporanea e il fatto che le sue opere siano casi editoriali e appartenenti a una cultura pop in grado di accedere a una vastissima gamma di lettori non significa che non siano delle perle letterarie– è sicuramente la poliedrica capacità di immedesimazione descrittiva aperta su più livelli: King è in grado di far ghiacciare il torace nei momenti in cui fornisce i crudi dettagli delle sevizie folli della madre di Carrie, Margaret, e al contempo sciogliere ogni arteria nella tenerezza nel vedere la ragazza sentirsi dire dal primo ragazzo con cui ha avuto l’opportunità di parlare senza ricevere insulti che era bellissima.

In questo articolo verrà caratterizzata Carrie non unicamente come la protagonista del romanzo, ma come una metafora, un sistema di pareti riflettenti: Carrie come specchio di un particolare esemplare di essere umano, ovvero la vittima sacrificale su cui viene riversata la violenza e la frustrazione altrui, Carrie come specchio di se stessa, come riflesso della pazzia materna e come grande schermo su cui vengono proiettate le conseguenze delle azioni di chi agisce aggressivamente con la convinzione di non pagare le conseguenze delle proprie azioni. Carrie subisce pur nascondendo un gran potere, alimentando la convinzione altrui che possono mantenere questo rapporto sadico con lei insultandola, deridendola e diffamarla. Il lettore avverte fin da subito che le continue vessazioni porteranno a un tracollo e non può che osservarle come un passeggero in attesa di un treno che saprà che finirà con il deragliare.

Partendo dal principio, prima della sua esplosione, Carrie è una ragazza ingolfata in spessi e informi abiti di lana, sciatta, silenziosa e bullizzata, il cui unico punto di riferimento è la madre Margaret: quest’ultima vive nella cieca convinzione che l’unica via per la salvezza eterna non sia altro che un continuo servizio a questo Dio tiranno, costringendo lei e la figlia a una vita fatta di isolamento e castità estrema. Il tema della castità per Margaret è totalmente fuori da ogni umana concezione: sia la riproduzione che lo sviluppo fisico, dalle ghiandole mammarie alla libido, sono peccati mortali e serpentine seduzioni.

Carrie ha vissuto senza la benché minima concezione del mondo esterno e della sua identità di essere umano, nonostante condividesse un macrocosmo sociale con altri suoi coetanei che tutto facevano fuorché aiutarla a integrarsi. È importante sottolineare che non tutti gli studenti e i cittadini si dividevano in aguzzini e brave persone: il romanzo lascia intendere che tutti conoscevano il rapporto che intercorreva fra Margaret Wright e figlia; eppure, nessuno ha mai agito per risolvere il problema o difendere una minore dalle psicosi di una personalità malata. Nessuno era innocente.

Il primo tassello che causò la caduta di tutte le altre pedine di questo tortuoso domino è riconducibile alla prima mestruazione della ragazza avvenuta nello spogliatoio femminile: brutalmente presa in giro dalle compagne per non aver capito cosa le stesse accadendo, Carrie non viene solamente maltrattata per la sua ignoranza, ma torturata dalla madre per essere divenuta fertile (per la donna il ciclo mestruale è causato da pensieri impuri, non da normale sviluppo biologico ed ormonale). Carrie era abituata al rifiuto e alla violenza ed era una vera e propria marionetta su cui il prossimo riversava le proprie nevrosi e la propria crudeltà. Fra gli aguzzini spicca come principale mente criminale, nonché autrice dell’atroce scherzo finale, la ricca e spietata Christine Hargensen, famosa per detestare e infierire in modi aberranti su chiunque lei giudichi come ‘scherzo della natura’.

Essendo scritto agli albori degli anni Settanta, questa ben poco velata denuncia alla mancanza di identità della donna, al fanatismo e alle molestie psicologiche e fisiche rende l’opera attuale se non avanguardistica, notando come il processo fisiologico e universalmente condiviso dal genere femminile della mestruazione venga ancora ai giorni nostri censurato come un film splatter da trasmettere in terza serata. Carrie è un simbolo molto forte dell’essere umano represso che, lentamente e incespicando, tenta di reagire scontrandosi con una realtà mostruosa che tenta di fagocitarla.

Ella è anche un riflesso su cui gli altri possono specchiarsi e confrontarsi con se stessi e con i loro demoni: così come Susan Snell, popolare e pacata fidanzata di Tommy Ross, piegata dai sensi di colpa per aver partecipato al maltrattamento con le altre compagne durante l’episodio delle docce precedentemente citato, in Carrie vede la sua ipocrisia e la sua voglia di espiazione, chiedendo allo stesso Tommy di invitarla al ballo, con la gentile intenzione di regalarle una serata serena. Carrie è anche la versione incarnata del più grande trauma di Margaret: non solo la madre teme i poteri di Carrie, ma sfoga sulla figlia tutta la sua fanatica furia poiché lei non è che il frutto di un accoppiamento carnale a cui non si è potuta sottrarre, nonostante il giuramento di castità eterna intercorso fra lei e il marito defunto.

Carrie è anche lo specchio di sé stessa. Nel romanzo sono presenti dei piccoli colloqui interiori che la ragazza ha con il proprio sé incluse quelle più pregnanti riguardanti la sua presa di coscienza.

Dopo il trauma della mestruazione in Carrie scatta qualcosa: sapeva di vivere in una campana di vetro e solitudine, ma non voleva più sottostarci totalmente. Il potere paranormale di Carrie, la telecinesi, è stato così rievocato tornando in concomitanza con lo sviluppo.

Carrie comincia a sperimentarlo e capisce che può essere un’arma, un potere contro la sua genitrice aguzzina e con chi le stava rovinando la vita. La Carrie cinetica è il suo doppio che, esasperato, vuole giustizia. E sarà proprio così: Carrie, in un momento in cui voleva essere solo felice e spensierata a una festa con un ragazzo gentile, viene umiliata pubblicamente in modo pirotecnico e sadico. In quel momento, dopo lo scherno, Carrie lascia totalmente le vesti della vittima, della mucca al macello, della ragazza infelice, del demonio – secondo la denominazione materna – e diviene un vero e proprio angelo vendicatore operando una vera e propria strage.

Carrie diviene così riflesso sovrannaturale e inarrestabile delle conseguenze delle azioni altrui, una scure implacabile che si scaglia, superiore e maligna, abbattendosi su innocenti e colpevoli.

Carrie è un capolavoro ed è un cult letterario. L’opera è stata riadattata a film ben quattro volte. In questo articolo sono stati omessi innumerevoli particolari onde evitare di rivelare troppi retroscena poiché pur essendo un romanzo breve è denso di avvenimenti e spunti di riflessione.

Nonostante l’atrocità di una strage di massa ai danni di quelli che erano, nella loro crudeltà o nella sfortuna di essere incappati nel posto sbagliato al momento sbagliato, dei ragazzini, è impossibile, non provare per quella ragazza compassione. Stephen King può risultare nebuloso su alcuni particolari biografici dei personaggi di cui riporta in forma di interviste e articoli di giornali una vita ormai trapassata, ma nelle descrizioni sui soprusi subiti da Carrie non si risparmia e noi, lettori che estrapoliamo da ciò che leggiamo le nostre sensazioni ed impressioni, restiamo coinvolti da tutti i fatti che ci vengono serviti quando ormai sono compiuti e non ci resta che capire da quale parte stare: se con le vittime provocatrici o con la vendetta sovrannaturale provocata. L’autore porta chi legge in una dimensione emotiva scomoda, un profondo senso di identificazione di cui ci si vergogna segretamente: quel sentimento ambiguo di soddisfazione perversa nel vedere il sangue scorrere e le pareti crollare.  Quella spina interiore che spinge nelle viscere e porta il lettore a pensare, volente o nolente, che giustizia era stata fatta.

 

Biografia

KING, Stephen, Carrie, Milano, Bompiani, 2001, ed. originale, S. King, Carrie, Doubleday & Company, Inc., New York, 1974.