Di Chiara Favaro

Mário de Sá-Carneiro nacque a Lisbona il 19 maggio 1890 e morì suicida alla giovane età di 26 anni (Parigi, 1916). Poeta, drammaturgo e narratore, fu uno dei responsabili della creazione del movimento d’avanguardia, conosciuto come Modernismo Portoghese, accanto a Fernando Pessoa e Almada. Con Pessoa fondò e collaborò alla rivista Orpheu.

Di Mário de Sá-Carneiro si parla troppo poco, d’altro canto il paragone Pessoa ne ha eclissato/oscurato la fortuna letteraria. La sua produzione artistica non fu altrettanto copiosa né ebbe lo stesso successo. Tuttavia, lo stesso Pessoa ne ammirava il genio artistico e lo incoraggiava nella fittissima corrispondenza che intrattennero tra il 1911 e il 1914.

Lo si è sempre descritto come un artista incapace di affrontare la vita, costantemente in fuga dalla propria patria e da se stesso. Effettivamente, nelle sue opere emerge quasi un certo piacere nell’autodistruzione, nello sparire. Era incapace di vivere il presente, rifuggiva in tutti i modi la realtà in cui viveva, il passato era la sua unica consolazione.

La sua angoscia di vivere era data soprattutto dal fatto di non capire chi fosse, dal non riconoscersi neppure nell’immagine che proiettava nello specchio, (come si legge nella poesia Dispersione). Si sentiva disorientato. La ricerca dell’io, e il tentativo di dare un senso al caos che sentiva dentro di sé lo portarono a produrre poesie fortemente intime, ricche di immagini e simboli (influenzato dai miti Orfici e da Nietzsche, oltre che dalla poesia simbolista). Il suo linguaggio è ricco di verbi transitivi trasformati in riflessivi e di espressioni difficili da rendere se tradotte letteralmente.

Lo sdoppiamento dell’identità, che con Pessoa porta alla grande ricchezza artistica degli eteronimi, in Sá-Carneiro si concretizza in una forma limitata di contrapposizione tra “l’io-reale” e “l’io ideale”. Una scissione angosciosa per Sá-Carneiro che sembra essere convinto che perseguire la vita dell’artista e di “poeta vate”, lontano dal sentire comune, renda inconciliabili le due nature, quella reale e quella ideale.

La traduzione che segue è di una delle sue poesie più rappresentative: “Dispersão”[1]. Scritta a Parigi in un momento di particolare tedio e in cui il suo “io” già cominciava a disperdersi e sembra pianificare la sua futura dipartita, che avverrà, come scrive egli stesso “… in una grande capitale, nel nord…”, a Parigi, due anni dopo.

 

Dispersione

Mi sono perso dentro di me
Perché ero un labirinto,
E oggi, quando mi sento,
È con la nostalgia di me.

Sono passato attraverso la mia vita
Un astro folle che sognava.
Nell’ansia di oltrepassare,
Non ho considerato la mia vita…

Per me è sempre ieri,
Non ho domani né oggi:
Il tempo che agli altri sfugge
Cade su di me fatto a mo’ di ieri

(La Domenica di Parigi
Mi ricorda colui che è sparito
Che sentiva commosso
Le Domeniche di Parigi:

Perché una Domenica è famiglia,
È benessere, è semplicità,
E coloro che guardano la bellezza
Non hanno né benessere né famiglia).

Il povero ragazzo delle ansie…
Tu sì, tu eri qualcuno!
Ed è stato anche per questo
Che ti abissasti nelle ansie.

Il grande uccello dorato
Ha sbattuto le ali attraverso i cieli,
Ma le ha richiuse sazio
Nel vedere che conquistava i cieli.

Come si piange un amante,
Così piango addosso a me stesso:
Sono stato un amante incostante
Che ha tradito se stesso.

Non sento lo spazio che racchiudo
Né le line che proietto:
Se mi guardo in uno specchio, mi disoriento –
Non mi trovo in quello che proietto.

Ritorno dentro di me,
Ma nulla mi parla, nulla!
Ho l’anima avvolta in un lenzuolo funebre,
Secca, dentro di me.

Non ho perso la mia anima,
Sono rimasto con essa, perduta.
Così io piango, della vita.
La morte della mia anima.

Nostalgicamente ricordo
Una gentile compagna
Che nella mia intera vita
Io non ho mai visto…Ma ricordo

La sua bocca dorata
E il suo corpo svanito,
In un alito sfuggito
Che giunge nella sera dorata.

(Le mie grandi nostalgie
Sono per le cose che non ho mai catturato.
Ahimè, come ho nostalgia
Dei sogni che non ho sognato! …)

E sento che la mia morte –
La mia dispersione totale –
Esiste là lontano, nel nord,
In una grande capitale.

Vedo il mio ultimo giorno,
Dipinto in volute di fumo,
E tutto azzurro agonia
Nell’ombra e oltre me ne svanisco.

Tenerezza fatta nostalgia,
Io bacio le mie mani bianche…
Sono amore e pietà
Di fronte a queste mani bianche…

Tristi mani lunghe e belle
Che erano fatte per darsi…
Ma nessuno le ha volute stringere…
Tristi mani lunghe e belle…

E ho pena di me,
Povero bambino ideale…
Cosa mi è mancato alla fine?
Un legame? Un’impronta? … Povero me!

Mi è sceso nell’anima il crepuscolo:
E fui qualcuno che è passato.
Sarò, ma già oramai non sono;
Non vivo, dormo il crepuscolo.

Alcol di un sonno autunnale
Mi ha pervaso vagamente
Diffondendomi dormiente
In una nebbia autunnale.

Ho perso la morte e la vita,
E, pazzo, non impazzisco …
Il momento fugge vissuto,
Io lo seguo, ma rimango …

. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
Castelli smantellati,
Leoni alati senza criniera…
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .

                                                                                                                      Parigi, maggio, 1913

Dispersão

Perdi-me dentro de mim
Porque eu era labirinto,
E hoje, quando me sinto,
É com saudades de mim.

Passei pela minha vida
Um astro doido a sonhar.
Na ânsia de ultrapassar,
Nem dei pela minha vida…

Para mim é sempre ontem,
Não tenho amanhã nem hoje:
O tempo que aos outros foge
Cai sobre mim feito ontem.

(O Domingo de Paris
Lembra-me o desaparecido
Que sentia comovido
Os Domingos de Paris:

Porque um domingo é familia,
É bem-estar, é singeleza,
E os que olham a beleza
Não têm bem-estar nem familia).

O pobre moço das ânsias…
Tu, sim, tu eras alguém!
E foi por isso também
Que te abismaste nas ânsias.

A grande ave dourada
Bateu asas para os céus,
Mas fechou-as saciada
Ao ver que ganhava os céus.

Como se chora um amante,
Assim me choro a mim mesmo:
Eu fui amante inconstante
Que se traíu a si mesmo.

Não sinto o espaço que encerro
Nem as linhas que projecto:
Se me olho a um espelho, erro –
Não me acho no que projecto.

Regresso dentro de mim,
Mas nada me fala, nada!
Tenho a alma amortalhada,
Sequinha, dentro de mim.

Não perdi a minha alma,
Fiquei com ela, perdida.
Assim eu choro, da vida,
A morte da minha alma.

Saudosamente recordo
Uma gentil companheira
Que na minha vida inteira
Eu nunca vi… Mas recordo

A sua bôca doirada
E o seu corpo esmaecido,
Em um hálito perdido
Que vem na tarde doirada.

(As minhas grandes saudades
São do que nunca enlacei.
Ai, como eu tenho saudades
Dos sonhos que não sonhei!…)

E sinto que a minha morte –
Minha dispersão total –
Existe lá longe, ao norte,
Numa grande capital.

Vejo o meu último dia
Pintado em rolos de fumo,
E todo azul-de-agonia
Em sombra e além me sumo.

Ternura feita saudade,
Eu beijo as minhas mãos brancas…
Sou amor e piedade
Em face dessas mãos brancas…

Tristes mãos longas e lindas
Que eram feitas pra se dar…
Ninguém mas quis apertar…
Tristes mãos longas e lindas…

E tenho pêna de mim,
Pobre menino ideal…
Que me faltou afinal?
Um elo? Um rastro?… Ai de mim!…

Desceu-me nalma o crepusculo;
Eu fui alguém que passou.
Serei, mas já não me sou;
Não vivo, durmo o crepúsculo.

Alcool dum sono outonal
Me penetrou vagamente
A difundir-me dormente
Em uma bruma outonal.

Perdi a morte e a vida,
E, louco, não enlouqueço…
A hora foge vivida,
Eu sigo-a, mas permaneço…

. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .

Castelos desmantelados,
Leões alados sem juba…

. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .

Bibliografia

DE SÁ-CARNEIRO, Mário, Dispersão & Indícios de Oiro, Editora Moinhos, 2019.

[1] Già edita in Italia da Einaudi all’interno dell’antologia “Dispersione” (1996), che reca come titolo quello dell’omonima poesia.