Di Eva Luna Mascolino

Anna Andreevna Achmatova (1899-1966), pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko, è stata una poetessa russa che preferiva farsi definire poeta al maschile. Lettrice appassionata di Dante Alighieri, dal marito Nikolaj Gumilëv ebbe un figlio di nome Lev: il primo venne fucilato nel 1921, il secondo imprigionato per cinque anni durante le purghe staliniane. Dopo alcune opere pubblicate negli anni Dieci, si attenne alla censura fino al 1940, anno a partire dal quale tornò a pubblicare diverse raccolte poetiche di respiro intimo e nazionale al tempo stesso.

Fino ai nostri giorni rimane una di quelle autrici che la traduzione italiana, purtroppo, ha snaturato. Non è colpa di chi l’ha resa celebre nel Belpaese, né della nostra lingua in quanto tale. È semplicemente impossibile mantenere un qualche schema di rime e di lunghezza dei versi senza perdere foss’anche solo un aggettivo o un sospiro dei suoi componimenti. Così, tra il sacrificio del suono e quello del contenuto, spesso si è preferito optare per il primo. La scelta compiuta in questo caso, invece, è orientata a restituire per una volta ai suoi versi italiani una musicalità che di solito non hanno, cercando allo stesso tempo di non eliminare né elementi lessicali né sfumature di significato, pur con qualche necessario compromesso.

 

Torna qui, te ne prego, a trovarmi

Torna qui, te ne prego, a trovarmi.
Torna qui. Sono viva. Ma guasta.
Queste mani non sanno scaldarmi,
queste labbra gridarono: “Basta”.

La mia sedia è vicina agli scuri
ogni sera. E io guardo la via.
Oh, e tu, proprio tu mi procuri
l’estrema e più amara agonia.

Sulla terra non ho da temere,
pur se pallida d’aria ho bisogno.
Le mie notti però sono nere,
ché i tuoi occhi rivedo se sogno.

 

Приходи на меня посмотреть.
Приходи. Я живая. Мне больно.
Этих рук никому не согреть,
Эти губы сказали: “Довольно!”

Каждый вечер подносят к окну
Мое кресло. Я вижу дороги.
О, тебя ли, тебя ль упрекну
За последнюю горечь тревоги!

Не боюсь на земле ничего,
В задыханьях тяжелых бледнея.
Только ночи страшны оттого,
Что глаза твои вижу во сне я.

(1912)

 

Lunedì. Il ventuno. Di notte

Lunedì. Il ventuno. Di notte.
La città per com’è l’ombra inghiotte.
E poetando sta là un vagabondo
sull’amore che esiste nel mondo.

Per pigrizia o per noia soltanto
chi gli crede ora vive pertanto
trepidando, temendo il dolore
e cantando canzoni d’amore.

Ma ad alcuni si svela un segreto
che su ognuno di loro sta quieto…
L’ho scoperto io stessa per caso
e di angoscia ora tutto è pervaso.

 

Двадцать первое. Ночь. Понедельник.
Очертанья столицы во мгле.
Сочинил же какой-то бездельник,
Что бывает любовь на земле.

И от лености или со скуки
Все поверили, так и живут:
Ждут свиданий, боятся разлуки
И любовные песни поют.

Но иным открывается тайна,
И почиет на них тишина…
Я на это наткнулась случайно
И с тех пор все как будто больна.

(1917)