Di Claudia Fantucchio

Negli anni mi sono fatta una teoria: qualsiasi autore, se letto a fondo, rivela di aver scritto almeno una piccola assurdità. Un’opera giovanile da dimenticare, un testo minore un po’ inquietante, una breve (non necessariamente infelice) incursione in un altro genere letterario. Non funziona solo con gli scrittori e i poeti, ma anche – ancora di più – con registi, musicisti etc. E non è detto che si trovi qualcosa di brutto; sicuramente, però, si trova qualcosa di inatteso.

Con Gabriel García Márquez succede il contrario. Le sue opere regalano le visioni più inattese e magnifiche; e poi, a cercar bene, si trova Racconto di un naufrago (1970), che è un libro piuttosto semplice e lineare. Torna in mente il “Molti anni dopo”, incipit di Cent’anni di solitudine, e lo si confronta con un attacco ben più semplice: “Il 22 febbraio ci fu comunicato che saremmo ritornati in Colombia”. È un po’ quel che si prova guardando Una storia vera di Lynch – dopo tutti i suoi film surreali e complessi la normalità risulta quasi straniante.

Percependo una differenza così netta fra Racconto di un naufrago e le altre opere di García Márquez, il lettore può sentirsi indotto a controllare almeno qualche dato anagrafico. E, in effetti, all’epoca del reportage che sarebbe divenuto questo libro García Márquez era un giornalista ventottenne che scriveva per «El Espectador».

Racconto di un naufrago è insieme due storie.

Il titolo esteso del libro sintetizza una delle due storie: Racconto di un naufrago che andò per dieci giorni alla deriva in una zattera senza mangiare né bere, che fu proclamato eroe della patria, baciato dalle reginette di bellezza e reso ricco dalla pubblicità, e poi aborrito dal governo e dimentico per sempre. Questa non è, o non è solo, la storia effettivamente narrata dal testo; è anche, se ci è permesso il bisticcio di parole, la storia del testo.

La storia effettivamente raccontata corrisponde giusto alla prima relativa, o al massimo a parte della seconda. Il lettore che tenda a leggere l’introduzione dopo il testo rischia di trovarsi un po’ spaesato davanti a quest’incoerenza; perché è solo lì, nell’introduzione, che il resto del titolo è chiarito, e che la storia trova l’attesa conclusione. Questo sdoppiamento è reso necessario dal fatto che la stessa pubblicazione del resoconto, avvenuta nel 1955 sul suddetto «El Spectador», ha influito sulla vita del protagonista, e ha causato alcune delle peripezie riassunte nel titolo (aborrito dal governo, dimentico per sempre).

Il racconto, preso da solo, è una survival story; ed è una storia vera. Un marinaio naufraga e sopravvive; per la gran parte delle pagine, il narratore è completamente solo e lotta per le proprie più elementari necessità, contro i pericoli del mare.

Una situazione del genere non può fare a meno di spaccare in due i lettori – o il meccanismo dell’empatia scatta, e la lettura diventa un’esperienza molto forte; oppure non scatta e la lettura risulta noiosa. È il rischio inevitabile di questo genere di storie.

Sicuramente è una storia che fa appello ad alcune paure profondamente umane, e a bisogni parimenti profondi e comuni. Si tratta di una delle storie che pongono davanti al lettore l’essere umano così com’è, senza orpelli, con poche caratteristiche, senza un nome.

Ma un nome, in realtà, c’è; ed è quello di Luis Alejandro Velasco, che davvero naufragò, davvero sopravvisse, davvero fu baciato dalle reginette di bellezza, davvero fu aborrito dal governo, etc. Per scoprirlo, però, bisogna leggere l’introduzione, cioè immettersi nell’altra storia – meno secca, meno archetipica, più sporca e relativa. La storia del giornale (e, naturalmente, del giornalista) che decide di pubblicare il resoconto di Velasco dopo averlo raccolto dalla sua viva voce – e che ne coglie lo spaventoso potenziale politico. Il naufragio, infatti, era stato causato da una serie di illeciti e contrabbandi; ed era invece stato attribuito a una fantomatica tempesta.

«Non c’era nessuna tempesta» dice Velasco, sorridendo, all’allora giovane giornalista García Márquez; e il resto – il prezzo da lui pagato – lo dice il titolo del libro.

Dunque, storia privata e Storia con la S maiuscola; nella loro uguale universalità. La storia privata porta paradossalmente il lettore a contatto con l’essere umano e nient’altro; la storia politica vale per il suo valore documentario, ma anche per quello esemplare. Forse il maggior fascino del Racconto di un naufrago è proprio la frizione fra le due storie, la loro costante interazione.

Bibliografia
GARCÍA MÁRQUEZ, Gabriel, Racconto di un naufrago, ed. Mondadori 2019, traduzione e introduzione di Cesare Acutis